Covid, il "Paziente 1" all'ospedale militare è un simbolo di speranza FOTO E VIDEO

Covid, il “Paziente 1” all’ospedale militare è un simbolo di speranza FOTO E VIDEO

Massimo Sbardella

Covid, il “Paziente 1” all’ospedale militare è un simbolo di speranza FOTO E VIDEO

Gio, 12/11/2020 - 16:46

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Covid, il “Paziente 1” all’ospedale militare è un simbolo di speranza FOTO E VIDEO

Il primo paziente Covid è arrivato all’ospedale da campo militare di Perugia poco prima delle 16. E’ un perugino di 65 anni, trasferito qui dall’ospedale di Pantalla. Quando scende dall’autoambulanza sulla barella, con la mascherina dell’ossigeno sul volto, saluta i giornalisti che lo attendono, poi alza il pollice verso i militari e i medici che applaudono.

Il “Paziente 1” dell’ospedale da campo sa di essere una speranza per tanti altri umbri che hanno contratto il Coronavirus. E per una regione che dopo essere stata toccata in modo meno grave di altre dal virus, nell’ultimo mese è piombata nell’incubo Coronavirus.

Il 65enne sparisce all’interno della prima tenda e ricompare davanti a quello che sarà il suo letto, il numero 13. Speriamo per non molto tempo. Medici e infermieri, sempre indossando le tute di protezione diventate tristemente famose, provvedono a sistemarlo, come da protocollo.

Soltanto mezz’ora prima le autocisterne avevano terminato di scaricare ossigeno ed altri gas medicali che saranno utilizzati per curare i pazienti.

Militari e tecnici hanno lavorato incessantemente per quasi quattro giorni per riuscire ad ospitare i primi pazienti il prima possibile. Pazienti con sintomi, ma non in condizioni estremamente critiche. Eppure bisognosi ancora di una degenza ospedaliera. L’ospedale militare da campo, infatti, ha 34 posti per le degenze dei pazienti Covid ed altre 3 per la terapia sub intensiva.

I pazienti più gravi continuano ad essere curati nelle terapie intensive. In quella dell’ospedale di Perugia, come ha spiegato il commissario Giannico, c’è soltanto un posto libero. Anche se la mobilità è piuttosto repentina, e per fortuna anche perché molti pazienti migliorano e possono essere trasferiti altrove.

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