Covid, guerra in Ucraina e caro-energia frenano la ripresa dell'Umbria

Covid, guerra in Ucraina e caro-energia frenano la ripresa dell’Umbria

Redazione

Covid, guerra in Ucraina e caro-energia frenano la ripresa dell’Umbria

Ven, 24/06/2022 - 17:18

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Il rapporto di Bankitalia: così le criticità del 2022 rischiano di riaffossare imprese e famiglie che si stavano riprendendo dalla pandemia

Covid, guerra in Ucraina e caro-energia bloccano la ripresa dell’Umbria. Il rapporto sull’Economia dell’Umbria presentato dalla Banca d’Italia certifica la grande ripresa dell’economia umbra nel 2021, con una crescita stimata del 6.5% (a fronte del -8,4% segnato nel 2020 a causa della pandemia), trainata dalle costruzioni (+19,6%), grazie agli incentivi statali, alle opere pubbliche e alla ripresa del mercato immobiliare (+34%) e dall’industria (+1,1%), con l’export al 13,3% per la richiesta di metalli e produzioni meccaniche all’estero.

Covid, guerra in Ucraina e caro-energia

Ma nel 2022 il contesto economico si è progressivamente deteriorato. Il rialzo dei contagi da Covid, più pronunciato che nel resto del Paese, ha penalizzato principalmente la spesa per i servizi. Le strozzature dal lato dell’offerta hanno ostacolato la produzione manifatturiera. L’eccezionale rialzo dei prezzi energetici,
accentuatosi dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha ridotto i margini economici delle imprese e il potere di acquisto delle famiglie.

Tali rincari sono destinati ad avere riflessi rilevanti sull’economia umbra che presenta un consumo di energia di famiglie e imprese per unità di PIL tra i più elevati in Italia. Anche l’impatto del blocco delle vendite verso le aree coinvolte nel conflitto dovrebbe essere più marcato rispetto al resto del Paese per l’elevata quota delle esportazioni regionali che vi sono dirette.

Alla luce dell’accresciuta incertezza del contesto economico, le valutazioni delle aziende regionali sull’andamento del fatturato e i piani di investimento relativi al 2022 sono stati rivisti sensibilmente al ribasso.

Le imprese

Secondo i dati di Prometeia, nel 2021 il valore aggiunto a prezzi costanti dell’industria è cresciuto del 12,0 per cento e ha toccato il livello massimo dell’ultimo decennio. L’espansione degli ordini e del fatturato è stata robusta sia sul mercato interno sia su quello estero, in particolare nei comparti dei metalli e della meccanica. La crescita delle esportazioni (13,3 per cento in termini reali) è proseguita a un ritmo analogo nel primo trimestre del 2022 (13,5 per cento).

Nell’edilizia l’incremento dell’attività è stato ancora più sostenuto (il valore aggiunto è aumentato di oltre un quinto) e ha beneficiato degli incentivi fiscali, degli interventi di ricostruzione post-sisma e della maggiore spesa per opere pubbliche degli enti territoriali.

Nei servizi l’attività è ripresa a crescere anche se è rimasta lontana dai livelli precrisi. Dopo una prima parte dell’anno caratterizzata da flussi turistici modesti, l’andamento delle presenze presso le strutture regionali ha preso vigore, fino a raggiungere un massimo storico nel secondo semestre (4,2 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2019; -15,5 in Italia).

Per il secondo anno consecutivo l’attività agricola ha fatto segnare una riduzione molto più intensa di quella registrata nel resto del Paese.

Nel 2021 gli investimenti industriali sono cresciuti di oltre il 25 per cento rispetto all’anno precedente, favoriti dal buon andamento della domanda e dall’ampia liquidità accumulata dalle imprese. Il loro ammontare è tuttavia ancora molto inferiore rispetto ai livelli che si registravano prima della recessione del 2008. Nei due decenni passati l’Umbria ha conosciuto un netto calo dell’accumulazione del capitale,
che ha concorso a indebolirne la produttività. Vi ha inciso la difficoltà del tessuto economico regionale a indirizzarsi verso settori a più alto contenuto tecnologico e di innovazione.

Il lavoro

La ripresa economica si è riflessa sui livelli occupazionali, cresciuti più che nel resto del Paese (1,7 a fronte dello 0,8 per cento). L’incremento ha riguardato solo i lavoratori dipendenti (3,4 per cento). Le attivazioni nette si sono incrementate per l’espansione dei contratti a tempo determinato; i saldi positivi sono stati più consistenti per le aziende operanti nell’edilizia e nei servizi.

La dinamica dei rapporti a tempo indeterminato si è invece indebolita; vi ha contribuito l’incremento delle cessazioni, legato più alle accresciute dimissioni volontarie che ai licenziamenti, rimasti su livelli contenuti nonostante la rimozione del blocco introdotto durante la pandemia. Nei primi quattro mesi del 2022 la crescita del numero di posizioni lavorative alle dipendenze è proseguita a ritmi più intensi di quelli osservati nello stesso periodo dello scorso anno e si è estesa anche alla componente a tempo indeterminato.

All’incremento degli occupati si è associata una forte riduzione delle persone in cerca di impiego, accompagnata però da un tasso di inattività che rimane elevato nel confronto con il periodo pre-pandemico. I giovani continuano a mostrare un tasso di disoccupazione di oltre tre volte superiore a quello rilevato tra le persone con almeno 35 anni di età. Lo sviluppo dell’istruzione terziaria professionalizzante erogata dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS), che rientra tra gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), potrebbe contribuire ad attenuare questa penalizzazione.

Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro in Umbria, sebbene tra i più contenuti in Italia, è ancora ampio (12,9 punti percentuali) e superiore alla media dei paesi dell’area dell’euro (10,1). Il ridotto tasso di attività femminile, a cui si associano una maggiore discontinuità e instabilità della posizione lavorativa oltre a svantaggi retributivi, riflette anche le più pronunciate difficoltà di conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata.

Le famiglie

Il buon andamento del mercato del lavoro e il miglioramento del quadro epidemiologico hanno favorito la ripresa della fiducia delle famiglie e hanno consentito il recupero di circa la metà della flessione dei consumi del 2020.

Lo scorso anno la crescita di questi ultimi è stata del 6,2 per cento in termini reali, quella del reddito disponibile del 2,3 per cento (5,4 e 2,0 per cento in Italia, rispettivamente). Secondo le stime di Confcommercio, nel 2022 i consumi dovrebbero aumentare in misura più contenuta, risentendo del brusco peggioramento del clima di fiducia e del marcato aumento dell’inflazione.

All’espansione delle compravendite residenziali (34,6 per cento; 34,0 in Italia) si è associato un maggiore interesse degli acquirenti per le zone periferiche e rurali. La crescente richiesta di mutui abitativi e di credito al consumo si è riflessa sulla dinamica dei finanziamenti alle famiglie, aumentati del 2,7 per cento (dall’1,0 del 2020).

Il credito

Nel 2021 è proseguita la riduzione del numero di sportelli bancari e postali in regione, anche a seguito dell’ulteriore sviluppo dei canali alternativi di contatto con la clientela. La razionalizzazione della rete distributiva, in atto da un decennio, è stata nel complesso meno pronunciata che nel resto del Paese; nei comuni più piccoli tuttavia la diminuzione dei punti operativi è stata molto più consistente.

L’aumento dei prestiti all’economia regionale si è attenuato dalla metà dello scorso anno; a dicembre la crescita si attestava al 2,8 per cento (dal 4,0 di un anno prima). Vi ha inciso l’indebolimento della domanda da parte delle imprese, dopo la fase di forte espansione sostenuta dalle garanzie dello Stato. Nei primi mesi del 2022 la dinamica dei finanziamenti ha nuovamente accelerato (4,0 per cento a marzo), per effetto di alcune consistenti operazioni con imprese manifatturiere di grandi dimensioni; i prestiti alle piccole imprese sono invece tornati a flettere.

L’impatto della crisi sulla qualità del credito è stato contenuto dagli effetti della ripresa economica e degli interventi pubblici di sostegno a famiglie e imprese. La crescita dei depositi bancari, pur mantenendosi sostenuta, ha rallentato (3,8 per cento a dicembre scorso, dall’8,2) sia per le famiglie sia per le imprese, in relazione alla maggiore propensione alla spesa per consumi e investimenti.

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