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“Archeologia Arborea” di Lerchi sul New York Times, americani pazzi per la frutta “dimenticata”

Redazione

“Archeologia Arborea” di Lerchi sul New York Times, americani pazzi per la frutta “dimenticata”

La testata statunitense esalta il progetto dell'agronoma Isabella Dalla Ragione per la salvaguardia della biodiversità | Depardieu e Bill Pullman ospiti abituali
Mer, 14/09/2016 - 16:41

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“Archeologia Arborea” di Lerchi sul New York Times, americani pazzi per la frutta “dimenticata”

E’ un periodo d’oro, e anche di grandi soddisfazioni, per Isabella Dalla Ragione, ideatrice e curatrice di Archeologia Arborea, un antico eremo immerso nel verde della campagna altotiberina tra Umbria e Toscana, più precisamente a Lerchi, dove l’agronoma ha intrapreso ormai da anni un progetto di recupero di antiche piante da frutto, attraverso il quale contribuisce, in modo rilevante, non solo alla salvaguardia della biodiversità ma anche alla promozione turistica della città, del territorio e dell’intera Regione.

Isabella, diventata curatrice del parco archeologico di 4 ettari dopo la morte del padre Livio, ha portato avanti questo progetto, prima con un’Associazione e oggi con la Fondazione Archeologia Arborea, che ha sede proprio nella frazione tifernate. In questi giorni si sono interessate a lei testate del calibro del New York Times, per il quale Livia è “l’italiana che coltiva la frutta dimenticata, e ciò che preserva è una cultura” e del Corriere della Sera (in prima pagina), in cui Fabrizio Caccia l’ha definita “l’archeologa che salva la frutta dall’estinzione”.

Andando a cercare fra campi abbandonati, orti di antichi conventi, giardini e boschi, Isabella è infatti riuscita a recuperare e a mettere a dimora circa 400 varietà di frutta mantenendo tradizioni, usi popolari e sistemi di coltivazione. Ed è così che questi frutti dai nomi originali e dimenticati come la “pera briaca” , la “pera del curato”, la “mela limoncella” , la “mela conventina” , la “susina verdacchia”, il “fico permaloso”, “l’uva passerina” e tanti  sono ritornati in vita riproducendo sapori e odori di un tempo.

I Soci della Fondazione arrivano da Italia e tutta Europa; versando un piccolo contributo è possibile adottare una delle piante in collezione, potendo così consumarne i frutti. Tra i soci dell’Archeologia ci sono anche illustri personaggi come l’attore Gérard Depardieu, che ha adottato la “pera briaca” (dalla polpa zuccherina e rossa come se fosse imbevuta di vino), il giornalista John Seabrook del New Yorker, che ha scelto la “mela roggia” e l’attore Bill Pullman, star del film Indipendence Day, che collabora attivamente e ha adottato la “mela fiorentina”.

Questo uno stralcio dell’articolo del New York Times (di Elisabetta Povoledo):

…”L’Alta Valle del Tevere è stata per secoli un crocevia di viaggiatori e pellegrini (…) e, come tutte le aree di passaggio, ha una biodiversità straordinaria“, aggiunge (Isabella, ndr). Per trovare e raccogliere le varietà dimenticate, per decenni lei e suo padre hanno “chiacchierato” con agricoltori, contadini e abitanti della campagna umbra e toscana. Hanno raccolto i rami delle varie specie e con questi anche le tradizioni e le cronache legate ai frutti. “Ho capito che il nostro lavoro è stato importante anche per la salvaguardia delle conoscenze tradizionali, la cultura rurale e la storia orale“, dice la signora Dalla Ragione circa i suoi lunghi colloqui con gli ultimi testimoni diretti di una cultura rurale ormai passata. “Questo è quello che stiamo perdendo più rapidamente“. Ogni pianta (…) ha una storia che è profondamente radicata nel territorio e legata ai suoi abitanti di un ormai remoto passato, un’eredità che la signora si affatica, con passione, a trasmettere.”Queste piante sono significative in quanto sature di cultura e storia“, aggiunge, “e si deve raccontare quella storia, perché altrimenti non si capisce la loro importanza“…

Nel parco, aperto su prenotazione, è possibile anche assaggiare il miele, deliziose marmellate preparate con i frutti del luogo e, infine, il Vinosanto Affumiccato, divenuto presidio Slow Food dell’Umbria, prodotto con le uve migliori del vigneto di Archeologia Arborea.

Immagine da nytimes.com


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