Terrorismo in rete, inneggiavano alla Jihad | Quattro arresti da Perugia - Tuttoggi

Terrorismo in rete, inneggiavano alla Jihad | Quattro arresti da Perugia

Alessia Chiriatti

Terrorismo in rete, inneggiavano alla Jihad | Quattro arresti da Perugia

Agivano su Facebook con centinaia di post | Due perquisizioni | Il canale del carcere | Il Questore Messina, "blocchiamo i lupi solitari"
Gio, 23/03/2017 - 13:10

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Terrorismo in rete, inneggiavano alla Jihad | Quattro arresti da Perugia

Istigavano alla guerra santa, alla Jihad, al martirio. Agivano soprattutto sul web, su Facebook, spostandosi sul territorio italiano e in Europa, in particolare in Germania. Una delle cellule partiva proprio da Perugia. Un’indagine, quella condotta nell’ambito dell’operazione Da’Wa, dalla Polizia di Perugia, insieme alla polizia Postale del capoluogo umbro e di Milano e alla Digos, partita nel secondo semestre del 2015, che ha portato, nella giornata di ieri, all’emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare da parte del G.I.P. presso il Tribunale di Perugia su richiesta della Procura locale. Si tratta di tre cittadini di origine tunisina e di uno di origine marocchina. Ad eccezione di un cittadino tunisino, con regolare permesso di soggiorno e che svolgeva attività saltuaria come pizzaiolo, tutti gli altri indagati sono sostanzialmente senza fissa dimora e con precedenti penali per spaccio di droga. Uno di loro è infatti in carcere proprio per spaccio.

Eseguite anche due perquisizioni, a carico di due extracomunitari, di provenienza tunisina e algerina, a seguito delle quali sono stati acquisiti telefoni, computer e tablet. Proprio la cellula perugina, il terzo degli indagati, anche lui di origine maghrebina e con regolare permesso di soggiorno, residente a Perugia, al momento è irreperibile sul territorio nazionale. Il reato contestato a tutti gli indagati è il 414, ossia l’istigazione a delinquere con l’aggravante di aver commesso il fatto attraverso l’uso del web con finalità terroristiche.

Gli indagati, che non risulta inoltre frequentassero moschee, usavano più profili Facebook, tutti riconducibili a loro. Quasi sempre si connettevano usando reti “wireless”, che assicuravano l’anonimato grazie a strumenti del cosiddetto deep web. Durante le indagini, gli inquirenti hanno notato come gli indagati commentassero gli attentati già avvenuti, magari il giorno dopo, come quelli tristemente registratisi a Nizza, Berlino, Bruxelles. Cercavano in questo modo di raggiungere e raccogliere più sodali possibile: ognuno di loro aveva oltre ‘500 amici’. Durante le indagini, illustrate nel dettaglio durante una conferenza stampa tenutasi questa mattina in Questura a Perugia alla presenza del Questore, Francesco Messina e del Procuratore Capo della Repubblica, Luigi De Ficchy, gli inquirenti hanno assistito ad un cambiamento delle abitudini degli indagati: all’inizio i contenuti pubblicati su Facebook erano pubblici; poi con il passare del tempo, erano visibili sono agli amici e agli amici degli amici. E tra i post degli indagati c’è anche il tentativo di far cambiare stile di vita ai propri contatti, per portarli verso uno stile di vita radicale: cercavano infatti di convincere altre persone ad unirsi nella lotta in Iraq e in Siria.

Sono dunque due le cellule individuate: una a Milano e l’altra, come detto, partita dal territorio umbro, a Perugia in particolare. I sospettati sono stato monitorati per diverso tempo. Una delle caratteristiche di queste persone riguarda i loro continui spostamenti: a volte tornano anche nel loro territorio di origine, per ricevere informazioni e direttive. Si tratta di un mondo liquido, senza un territorio fisico stabile. Tra la cellula di Perugia e quella di Milano, inoltre, c’erano contatti via web. Gli indagati comunicavano pubblicando centinaia di post, contenenti scritte, foto e video, manifestando vicinanza a Daesh, alla Jihad, alle azioni armate dell’Isis.

Queste le parole del Procuratore Capo, De Ficchy: “si tratta di una particolare indagine, perché non ha delle caratteristiche così comuni. Oggi piangiamo i morti di Londra, dopo l’attentato a Westminster. E’ anche per questo che è necessario continuare a monitorare e prevedere il fenomeno del terrorismo, e ciò che gli sta dietro. E lo dobbiamo fare non solo attraverso il controllo tradizionale del territorio. Per conoscere la galassia che sta dietro al terrorismo non basta pedinare e intercettare, ma anche affinare una tecniche particolari di indagini. Il controllo segue per questo due vie: seguendo la pista finanziaria e quella delle telecomunicazioni”.

La rete e il carcere – E’ ormai evidente dunque che i mezzi di comunicazione usati a scopo propagandistico non sono quelli tradizionali degli anni ’80 e ’90, ma si orientano sempre più verso il web e soprattutto all’utilizzo di Facebook. Ad oggi, rileva la polizia, sono due i canali importanti di diffusione del terrorismo: uno tramite il web, con la possibilità di raggiungere un certo numero di persone, diffuse sul territorio nazionale e internazionale. La rete può essere pubblica o privata: per questo c’è bisogno di particolare tecniche per le indagini. L’altra modalità è l’ambiente del carcere: troppo spesso alla base di queste situazioni ci sono collegamenti che riguardano proprio nel carcere durante periodi di detenzione di alcune persone.

Le indagini, che la momento non sono concluse, hanno interessato anche i movimenti delle cellule sul territorio tedesco: “la difficoltà in queste indagini – ha continuato il Procuratore – è quella di prevedere il momento in cui è necessario intervenire. La situazione è fluida, va controllata e monitorata. Ha inoltre modalità diverse rispetto al terrorismo tradizionale”.

Il Questore Francesco Messina a sua volta ha voluto precisare: “non ci sono segnali che queste persone stessero programmando attentati in Italia. Ma stroncare queste cellule significa togliere il terreno a dei lupi solitari”.

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