Terremoto, intervista alla Prof.ssa Maria Beatrice Magnani "Questo sisma non è anomalo" - Tuttoggi

Terremoto, intervista alla Prof.ssa Maria Beatrice Magnani “Questo sisma non è anomalo”

Carlo Ceraso

Terremoto, intervista alla Prof.ssa Maria Beatrice Magnani “Questo sisma non è anomalo”

La scienziata di origine spoletina, è docente alla Southern Methodist University di Dallas ed è autrice di più di 40 pubblicazioni
Dom, 06/11/2016 - 11:19

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“Il terremoto che sta sconvolgendo l’Italia centrale non è anomalo”. Parola della professoressa Maria Beatrice Magnani – tra i nomi più illustri che l’Italia può vantare nel campo delle Scienze della terra – che ha accettato di spiegare a Tuttoggi.info l’evento sismico che da più di due mesi interessa drammaticamente le regioni di Lazio, Marche e Umbria. 45 anni, nata a Spoleto, dopo gli studi al liceo scientifico Volta ha intrapreso la carriera universitaria a Perugia dove nel 1994 si è laureata con lode in geologia.

Concluso il dottorato di ricerca sotto la guida di un altro scienziato spoletino, il professor Massimiliano Barchi, la Magnani ha deciso nel 2000 di trasferirsi negli Stati Uniti dove era già stata per studiare e lavorare con il professor Larry Brown alla Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York, alla “analisi dei profili di sismica a riflessione crostale negli USA e in Italia”. Dopo un primo incarico alla Rice University di Houston, ha lavorato alla University of Memphis per approdare alla S.M. University di Dallas, in Texas, dove insegna da tre anni al Department of Earth Sciences. Al suo attivo, nonostante la giovane età, può vantare una quarantina di pubblicazioni scientifiche e diversi riconoscimenti a livello internazionale.

Una curiosità: sua sorella è la celebre pianista Laura Magnani, anche lei ormai residente negli States. Insomma una vera e propria famiglia di “cervelli in fuga”. A Spoleto vivono i genitori, che Beatrice e Laura tornano frequentemente a trovare. Il terremoto non ha risparmiato neanche loro, rimasti sfollati dopo l’ultima scossa del 30 ottobre di magnitudo 6.5.

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La professoressa Maria Beatrice Magnani

In queste ultime ore si è scagliata dal proprio profilo Facebook contro il presunto esperto americano Dutchsinse, che la professoressa definisce “al massimo un esperto di youtubologia”, uno dei tanti che, specie quando si verificano catastrofi simili, compaiono in rete con le loro predizioni. “sedicenti esperti come questo signore – scrive la Magnani – fanno una predizione al giorno, come l’oroscopo…non fatevi raggirare da questi buffoni alla ricerca di adepti e fama personale”. E veniamo alla intervista.

Professoressa Magnani che idea si è fatta di questa crisi sismica che interessa l’Appennino centrale ormai da più di due mesi? La sequenza sismica iniziata ad agosto è una sequenza ad alta produttività sismica, cioè con un alto numero di terremoti, anche di forte magnitudo. Tuttavia dalla sismicità storica e strumentale sappiamo che questo tratto dell’Appennino non è immune a questo tipo di eventi, che si sono succeduti in questa zone per secoli. Quello che osserviamo oggi è il lavoro delle forze tettoniche estensionali in atto lungo l’arco Appenninico, e queste forze sono a lavoro da molto tempo.

L’evento, partito da Amatrice il 24 agosto, sembrava “correre” verso nord est, verso l’Adriatico, poi è tornata indietro con il sisma più forte di domenica di 6,5 a Norcia. C’è una spiegazione? No, non c’è una spiegazione precisa. L’Appennino Centrale e’ una catena orogenica giovane con un sistema di faglie di dimensioni capaci di produrre terremoti di magnitudo massima di 6.5, 6.7. Queste faglie sono un sistema complesso, adiacenti l’una all’altra, in molti casi collegate l’una all’altra ed è molto difficile capire, figuriamoci prevedere, l’interazione di queste faglie durante una sequenza sismica. Quando una faglia si muove, parte dell’energia che era stata accumulata lungo la faglia viene rilasciata durante un terremoto, cambiando lo stato di stress di tutte le faglie intorno, che, se sono al limite di resistenza, possono generare a loro volta terremoti, e così via. Capire questa interazione necessita prima di tutto di sapere dove sono le faglie, conoscere lo stato di stress di tutte le faglie coinvolte ad ogni momento, e come e se queste faglie interagiscono. Purtroppo non abbiamo una conoscenza dettagliata di tutti questi, e molti altri, parametri.

Cosa sono le catene orogeniche? Sono quelle formate lungo i margini di placca convergenti, ovvero dove le placche tettoniche tendono a muoversi l’una verso l’altra.

Cosa possiamo attenderci nel breve-medio periodo? Quali le ipotesi che può avanzare in base ai suoi studi ed esperienze? Nel breve periodo possiamo aspettarci scosse di assestamento, i cosiddetti aftershocks, di magnitudo anche alta, che però dovrebbero diminuire in numero/frequenza e magnitudo nel tempo.

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La professoressa Magnani durante una spedizione scientifica in Alaska

Quando parla di aftershocks si intende di magnitudo comunque inferiore a quella più elevata? La definizione di aftershock è basata sullo spazio, tempo e magnitudo, ovvero un terremoto è definito aftershock di un altro quando avviene dopo il main shock, ovvero quello di magnitudo massima in una sequenza, e nella stessa zona, definita secondo diversi criteri. Per esempio, quando c’è stato il M5.5 è stato considerato la scossa principale fino a che non si è verificato il M6.1. A quel punto il 6.1 è diventato il main shock e il 5.5 è il foreshock del 6.1. Quando si è verificato il 6.5 nella stessa zona, abbiamo chiamato il 6.1 e il 5.5 foreshocks del mainshock 6.5. Tutti quelli avvenuti dopo sono aftershocks. Ovviamente questo lo facciamo a posteriori. Può sembrare confuso ma è un modo per tenere in ordine una sequenza sismica. La nomenclatura si basa su terremoti più comuni, come quelli che si verificano in California o globalmente, dove generalmente c’è una scossa principale e una serie di scosse di assestamento. La maggior parte, la stragrande maggioranza dei terremoti si comporta così. I terremoti dell’Appennino centrale, sono di tipo a “sciame sismico” e tendono a non seguire questa regola ferreamente in generale perché le faglie sono giovani – l’intero sistema è giovane – e lo stress si trasferisce da una struttura all’altra. E’ una situazione simile a quella che è successa in New Zealand, nella serie sismica di Christchurch, con il M7.1 e il M6.3. Anche lì lo sciame sismico si è protratto per mesi innescando una faglia dopo l’altra.

22mila scosse circa in due mesi, 46 sopra magnitudo 4 Richter, 4 scosse tra 5,5 e 6,5 Richter, quanto durerà o potrà durare ancora? Difficile a dirsi. Le scosse di assestamento continueranno per diversi mesi, sperando che non si attivino nuove porzioni del sistema di faglie che attraversa questa porzione dell’Appennino. La sismicità è monitorizzata costantemente in modo da valutare l’evoluzione in tempi brevi.

Alcuni geologi hanno definito “anomala” questa crisi sismica, è così? La sequenza non è anomala, nel senso che ricalca il comportamento delle sequenze sismiche di questa zona che ha più le caratteristiche di uno “sciame sismico”, con diversi terremoti di magnitudo alta distribuiti nel tempo, piuttosto che di un singolo terremoto seguito da una sequenza di aftershocks. Questo comportamento è indicativo di una marcata interazione tra strutture adiacenti che vengono attivate in sequenza durante lo sciame sismico. Lo abbiamo visto nel 1997 con la sequenza di Colfiorito e sappiamo che storicamente è successo in passato. Questa sequenza è particolare per le strutture di fagliamento superficiale associate, particolarmente spettacolari per continuità laterale e rigetto verticale quelle associate all’ultimo terremoto M6.5 lungo il versante occidentale del Monte Vettore.

terremoto norcia amatrice 6 novembre mappa

Sappiamo che è impossibile prevedere un terremoto, ci sono studi in tal senso? Con quali risultati? C’è stato un periodo durante gli anni 80 in cui la comunità sismologica mondiale aveva nutrito speranze di poter prevedere i terremoti. Con il tempo ci siamo resi conto che ci sono troppi parametri nella fisica dei terremoti che non riusciamo a imbrigliare in equazioni, e che risultano in una varietà troppo grande di fenomeni da poter essere generalizzati. E mentre una parte della ricerca scientifica continua a studiare la fisica che è alla base del fenomeno tellurico, oggi l’attenzione si e’ spostata sullo studio della previsione probabilistica degli eventi di aftershocks, ovvero l’evoluzione della sequenza sismica. Questi modelli ci permettono di valutare la probabilità che una certa magnitudo si verifichi immediatamente post-sisma. L’INGV regolarmente produce questi modelli probabilistici durante tutte le sequenze sismiche dopo terremoti principali e condivide le previsioni con il Dipartimento di Protezione Civile. Occorre ricordare che questa ricerca, così come tutta la ricerca che riguarda la pericolosità e il rischio sismico, richiede un lavoro certosino di raccolta di dati geologici, geofisici, storici, che vanno analizzati, interpretati, valutati e testati sotto tutti i punti di vista dal mondo scientifico. I nostri colleghi dell’INGV sono tra i migliori al mondo nel loro settore, collaborano e si misurano con colleghi nazionali e internazionali per produrre risultati attendibili e utili in tempo reale. E’ un compito di responsabilità e rilevanza scientifica e sociale di grandi proporzioni e non andrebbe preso alla leggera, come invece vedo fare da alcuni sedicenti “esperti” dal video facile, che invece non ci pensano due volte a rilasciare “predizioni” giornaliere di terremoti come se fossero oroscopi. Questi personaggi sembrano non rendersi conto del danno prima di tutto sociale che arrecano alla cittadinanza, che, in un momento delicato come durante una sequenza sismica, ha bisogno di informazione basata su dati scientifici.

I sismografi su cui si basano le misurazioni degli istituti Usa, sono gli stessi dell’italiano Ingv? Come mai si possono verificare risultati differenti nella misurazione? No. L’INGV si basa su misurazioni della rete sismica nazionale e altre reti di monitoraggio locali, mentre lo United States Geological Survey (USGS) si basa su una combinazione di stazioni della rete sismica globale (Global Seismographic Network – GSN, n.d.r.) integrate con stazioni addizionali. I risultati possono differire perché fatti con misurazioni da reti sismiche differenti, ma in genere valori che differiscono di 0.1 o 0.2 sono nel limite di errore delle misurazioni, per lo stesso tipo di magnitudo.

Al di là di costruzioni (e ricostruzioni) a norma, quali consigli si sente di dare alla popolazione? Il mio consiglio e’ di prepararsi e sapere cosa fare in caso di terremoto, perché in queste zone la domanda non è SE ma QUANDO avverrà un terremoto. Viviamo in una zona che può arrivare a generare anche magnitudo 7, secondo dati storici e abbiamo la scienza e la tecnologia adatta per prepararci e difenderci da queste calamità naturali. E’ nostro dovere farlo.

Come vive da umbra questa situazione? E’ difficile rimanere distaccati, anche a 8.000 km di distanza quando tutto quello che ti è familiare cade a pezzi. I miei genitori sono tra gli sfollati a Spoleto, e la gente della mia regione è impaurita e senza tetto. Vedere i video online di persone che scavano tra le macerie parlando il mio dialetto è un’esperienza che mi ha toccato più profondamente di quanto avrei voluto ammettere. Da qui continuo a seguire la situazione, mantenendomi in contatto con la comunità scientifica italiana ed incoraggiando le persone ad informarsi da fonti affidabili. E continuo il mio lavoro di insegnamento e ricerca scientifica, un passo dietro l’altro, per capire e, quando possibile, migliorare

Da dove nasce la passione per le scienze della terra? Nasce proprio dalle nostre montagne, gli Appennini, tra le quali sono nata e cresciuta, ma anche dall’aver viaggiato molto in Italia e Europa. Le Alpi, il Mediterraneo e la varietà dei paesaggi incontrati mi ha sempre incuriosito, animato il desiderio di capire i processi che governano il nostro pianeta.

Pensa di rientrare in Italia? E’ improbabile. Il motivo principale per cui mi sono trasferita definitivamente negli USA e’ che la ricerca che faccio è difficilmente finanziata in Italia, per cui, a meno di un cambiamento economico, credo che un rientro sarà difficile.

© Riproduzione riservata

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