“Non ricordo nulla di quella mattina”. Gianluca Nicola Romita, il 48enne accusato di aver strangolato la moglie Laura Papadia, 36 anni, nella sua abitazione di via Portafuga a Spoleto, ha voluto rendere dichiarazioni spontanee davanti al gup Teresa Grano durante l’udienza preliminare al termine del quale è stato rinviato a giudizio. Il processo a suo carico, per omicidio aggravato dal vincolo coniugale, si aprirà il 16 marzo davanti alla Corte d’assise di Terni.
Durante l’udienza preliminare la difesa dell’uomo, rappresentata dall’avvocato Luca Maori, ha chiesto una perizia psichiatrica per accertare la seminfermità di Romita – reo confesso – al momento dei fatti, il 26 marzo di un anno fa. Richiesta respinta però dal gup, che invece ha accolto le richieste di costituzione di parte civile da parte del padre e dei fratelli della giovane palermitana – che da qualche anno viveva e lavorava a Spoleto e che si era fatta benvolere da tutti – del Comune di Spoleto e dell’associazione “Per Marta e per tutte”.
Il 48enne, che lavorava come rappresentante per una cantina di vini spoletina, avrebbe ucciso la moglie Laura Papadia – con cui era in lite da tempo perché lei avrebbe voluto un figlio da lui, mentre lui no – strangolandola con una sciarpa. Poi era uscito dall’appartamento di Rocca dei Perugini per dirigersi sul Ponte delle Torri, con l’intento di togliersi la vita. Nel mentre aveva telefonato alla ex moglie, raccontando quanto aveva fatto e facendo scattare l’intervento della polizia. Fermato, Gianluca Nicola Romita aveva ammesso l’omicidio, finendo in carcere, dove si trova ancora recluso.