Stalking e violenza sulle donne, la storia di Erika “Io, vittima di una donna, ho imparato a reagire”

Convegno “Giù le mani” organizzato dall’associazione “Luce per Terni”

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In Europa una donna su tre ha subito violenza almeno una volta nella vita. Esistono varie forme di violenza, una delle più comuni è lo stalking, che tende a ridurre la vittima in uno stato di ansia e angoscia attraverso atti persecutori e, in alcune circostanze, anche fisici.

“Giù le mani” è il convegno organizzato a Terni dalla presidente dell’associazione “Luce per Terni”, Erika Lucci, ragazza ternana di 22 anni, che attraverso il suo ‘incubo’ ha voluto “trasformare un’esperienza negativa in una risorsa per le donne che sono vittima di violenza” – come sottolineato dalla stessa Erika.

Potenzialmente gli uomini rischiano per un 2% di subire stalking, mentre per le donne la percentuale sale a 9; dal 1996 al 2015 l’Italia ha approvato numerosi testi normativi per la tutela e la salvaguardia delle donne vittime delle varie forme di violenza. Nonostante tutto il fenomeno è ampiamente diffuso e, dati Istat alla mano, nel 2015 oltre 3 milioni di donne sono state vittime di stalking, numeri parziali visto che molti casi non vengono denunciati per la ‘vergogna’ e la complessità di gestire alcune dinamiche famigliari all’interno delle quali spesso si verificano gli atti persecutori.

“Terrore”, “ansia”, “gabbia”, “angoscia”, “paura” sono vocaboli ben noti a tutti coloro che sono stati vittima di stalking; una sensazione di non essere più padroni della propria vita che rischia di portare all’isolamento e alla prostrazione sia psicologica che fisica. E sono queste le sensazioni provate da Erika Lucci che, dallo scorso anno, ha subito aggressioni fisiche e continui atti persecutori da parte di un’altra donna. Ed ecco una delle caratteristiche del fenomeno, cioè la trasversalità; il profilo dello stalker può essere indipendentemente uomo o donna, quello che non cambia è il modo di agire.

La storia di Erika 

Telefonate, messaggi, pedinamenti, minacce, inseguimenti che possono sfociare in vere e proprie aggressioni fisiche. La denuncia formalizzata dalla ragazza ternana è ancora oggetto di indagine da parte delle forze dell’ordine competenti e, secondo riferito nell’esposto, Erika sarebbe stata prima aggredita e poi perseguitata, lasciando in lei profonde ferite. “Ho sopportato i dolori sul mio corpo, mi sono sentita sola da non potercela fare. Tutti i giorni lotto – ha spiegato Erika – contro le ferite psicologiche; perché si sa, queste cose tolgono sicurezza e sfregiano l’anima.

Dopo aver denunciato è iniziata la vera guerra: i pregiudizi della gente, il sentirsi dire “ma che fai?” “forse è colpa tua?”. No la colpa non è la nostra, i veri mostri sono loro, la gente accanto a me che ha iniziato a rilevarsi preferendo correre e non camminare di fianco a me, facendomi capire che se questa storia mi ha tolto tanto mi ha invece dato anche molto perché ho scoperto di avere un amore e una forza intorno a me e i n me che io stessa credevo di non avere: questa è la mia grande vittoria, che mi fa combattere.

Ho paura che questa storia non abbia mai fine, di sentirmi mancare l’aria per ancora molto tempo. Dopo varie denunce, mi domando: ho parlato, ho subito, ho sopportato. Cosa altro devo fare per riprendermi in mano la mia vita? Cosa altro serve ai giudici per fermare queste persone? Forse la nostra vita?

Se oggi ho il coraggio di parlare, di non vergognarmi e di raccontarmi lo devo a molte persone: grazie a tutti coloro che mi hanno dimostrato di volermi bene. Un grazie va alla mia famiglia, a mia madre per avermi affiancato sempre senza abbandonarmi mai, anche quando vedeva davanti ai suoi occhi una figlia morire e sentirsi incapace di fare qualcosa  ma il suo amore è la mia unica medicina in questo periodo”.

Il messaggio a tutte le donne è chiaro: “Alle donne che stanno passando la mia stessa situazione dico di denunciare, anche se è su di me che provo una grande delusione; non so se serve e se averlo fatto porta solo al nulla ma vorrei dire alle forze dell’ordine e alla magistratura che le donne vittime di violenza  hanno bisogno di essere protette, tutelate e salvate.

Vorrei concludere ringraziando anche la mia stalker (eh sì, non è un uomo ma una donna) perché mi ha fatto capire che senza il male non si può definire con esattezza cos’è il bene”.

Questa la storia dalla quale si è partiti per cercare di approfondire l’aspetto sotto vari punti di vista. Al tavolo dei lavori, coordinato dalla giornalista Maria Luce Schillaci, erano presenti la professoressa Silvia Fornari dell’Unipg, lo psicologo Franco Cetrelli, il professore Raffaele Federici, la dottoressa Susanna Spaccatini, la senatrice Valeria Cardinali, l’avvocato Massimo Longarini e la cantante Valeria Farinacci, recentemente protagonista con un progetto del Miur che ha ripercorso alcune tappe della storia della musica dove si parla dell’argomento.

Interessante l’analisi della professoressa di Sociologia all’Unipg, la dottoressa Silvia Fornari che ha cercato di inquadrare il discorso da un punto di vista sociale: “Alla base del fenomeno, che ancora non viene denunciato abbastanza perché avviene spesso nell’ambito familiare dove le dinamiche dei rapporti sono molto delicate, c’è il nodo delle relazioni interpersonali che, a volte, assumono forme di devianza in una società molto più complessa rispetto a quelle precedenti.
Non esiste una soluzione unica, ma possibilità di cambiare le relazioni interpersonali; viviamo in quella che Zygmunt Bauman ha definito “società liquida”, dove individualismo ed egoismo, scarsa fiducia nelle istituzioni, rendono ‘volatili’ le strutture delle relazioni sociali. Fondamentale è la prevenzione che deve avvenire sanando i processi di socializzazione che hanno subito uno squilibrio. In questo processo il ruolo della famiglia e della scuola sono fondamentali per l’educazione delle nuove generazioni”.

Uno sforzo educativo che deve essere impostato anche a livello comunicativo, come sottolineato dal prof. Federici: “Il fenomeno della violenza contro le donne ha prodotto un silenzio imbarazzante degli uomini spesso giustificato con figure retoriche come ‘amore malato’.
Le violenze hanno un sapore disgustoso e dobbiamo iniziare a rimuovere tutti quei miti che impediscono di affrontare in modo adeguato il problema come la gelosia e il mito della famiglia dove si stanno verificando dei cambiamenti dei quali bisogna prendere. Iniziamo a cambiare vocabolario e a entrare in una formazione comunicativa positiva. Non si può continuare a parlare di emergenza senza averne coscienza”.

Il problema è stato inquadrato anche a livello psicologico dal dott. Cetrelli che ha provato a definire l’identikit dello stalker: “Come immaginate lo stalker? Bisogna sfatare qualche mito e negli ultimi anni è un fenomeno in aumento.
Esistono 5 gruppi di stalker: lo stalker respinto (fine di una qualsiasi relazione); desiderio di intimità nei confronti di una persona riconosciuta come il vero amore; stalker incompetente (credono di aver diritto a una relazione); stalker risentito (procurare ansia in altre persone); stalker predatore (costituito da uomini che hanno un desiderio sessuale che vogliono soddisfare – presentano quasi sempre devianze sessuali)”.

È difficile riconoscere il profilo di uno stalker a chi non ne ha le competenze, ma ci si può proteggere con alcuni accorgimenti che, pur sembrando ovvi, in molti casi non vengono adottati dalle vittime. Significativo l’intervento della dottoressa Spaccatini: “Spesso lo stalker cerca di creare una dipendenza affettiva tra sé e la vittima, arrivando a farla dubitare di se stessa e delle sue sicurezze. Per proteggersi bisogna interrompere i contatti con stalker (è una delle cose più ovvie ma meno fatte. Non bisogna alimentare la comunicazione con repliche) – mantenere freddezza emotiva, non essere soli, uso responsabile dei social, spiegare agli altri di non fornire informazioni sul proprio conto e usufruire di un supporto psicologico”.

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