Filumena Marturano, l’eroina italiana commuove il Festival - Tuttoggi

Filumena Marturano, l’eroina italiana commuove il Festival

Carlo Ceraso

Filumena Marturano, l’eroina italiana commuove il Festival

Il diritto al rispetto e al riscatto che il Paese cerca ancora | Liliana Cavani e un magnifico cast fanno rivivere Eduardo De Filippo
Sab, 02/07/2016 - 18:02

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Filumena Marturano, l’eroina italiana commuove il Festival

E’ ancora drammaticamente attuale la battaglia di Filumena Marturano, l’eroina del teatro di Eduardo, andata ieri sera in scena al Teatro Gian Carlo Menotti per la regia di Liliana Cavani strappando applausi a scena aperta del pubblico e della critica. Se la Carmen di Amodio dello scorso week end sui passi della Abbagnato rivendicava il diritto all’incostanza fino a pagarne l’estrema conseguenza, Filumena ci ricorda il sacrosanto diritto al rispetto, al riscatto, che ogni passione, ogni sentimento non può essere disgiunto dall’umanità.

In effetti a 70 anni esatti dalla stesura dell’opera più conosciuta di De Filippo, il Bel Paese ha ancora i suoi problemi: le ferite della guerra sono meno visibili del “conflitto finanziario” che affligge l’Italia(per l’Istat, a marzo scorso, sono 4,1 milioni gli italiani in povertà assoluta), forse perché abbiamo anche fatto troppo l’abitudine a dimenticare gli ultimi.

La battaglia di Filumena – Costretta alla prostituzione dalla povertà, la giovane Filumena incontra don Mimì, Domenico Soriano, un ricco dolciere che la convince ad abbandonare l’antico mestiere sotto la promessa di “mantenere” il loro amore. Per 25 anni la donna aspetterà in silenzio, riservata e affettuosa, che l’uomo faccia un passo avanti. Fino all’annuncio delle nozze cui don Mimì intende convolare con una giovane e procace infermiera. Lui ora ne ha 50, lei 48. Ferita nei sentimenti e nella figura, la protagonista finge di ammalarsi e, ormai in punto di morte, convince Domenico a sposarla. Scoperto l’inganno, l’uomo va su tutte le furie, minaccia l’annullamento delle nozze fino ad ottenerle perché Filumena, anche in questo caso, avuto riprova di non essere più amata, dimostra la propria dignità acconsentendo alla pratica legale. All’amato però svela di avere 3 figli, uno di questi è il suo ma non dice quale. Per 25 anni Filumena li ha seguiti a distanza, finanziando i loro studi con i soldi risparmiati ma anche sottratti a Soriano. Domenico, lo spavaldo e strafottente don Mimì, ora è a terra: vuole a tutti i costi sapere chi è suo figlio, ma Filumena tace perché non vuole che vi siano favoritismi, lei è madre “a tutte e tre”, perché “’e figlie so’ ffiglie…e so’ tutte eguale…’e figlie nun se pagano”. Alla fine don Mimì si libererà della fidanzata e sposerà Filumena accettando i 3 figli, per non perdere il proprio.

La Prima – lo spettacolo è una pennellata, un quadro perfetto della prosa neorealista di De Filippo che aveva scritto la commedia per se stesso. Affrontando il tema degli ultimi, della crisi della famiglia patriarcale come la vorrebbe don Mimì. Merito della Cavani, alla sua prima prova nella prosa, alle scene e ai costumi di Raimonda Gaetani, alle luci (Luigi Ascione) e alle suggestive musiche di Teho Teardo. Semplicemente straordinaria la compagnia composta da Mariangela D’Abbraccio (Filumena) e Geppy Gleijeses (Domenico), due nomi che non hanno bisogno di presentazioni, fra i maggiori conoscitori del teatro di Eduardo con il quale hanno lavorato da giovani. La loro prova rispetta fedelmente le indicazioni che lo stesso scrittore pretendeva ogni volta che “usciva” da Napoli: attenuare il dialetto così da rendere lo spettacolo fruibile a tutto il pubblico. La D’Abbraccio ci regala il personaggio di una ‘napoletana anomala’, senza troppi fronzoli, che rende Filumena ancor più lucida e determinata nel cercare il rispetto che merita dall’uomo che ha sempre amato. Che l’interpretazione sia magistrale lo si intuisce non solo dalle battute più famose dell’opera, ma da quelle quotidiane: cosi l’apparentemente innocuo “avvocà, nun saccio leggere” diventa la denuncia più forte contro la società, svela la rabbia di una donna che meritava di essere istruita e che invece giovinetta si ritrova a vendere il proprio corpo. Non è di meno Gleijeses che riesce nel difficile compito di interpretare ora il Soriano furente, ora l’uomo che riconosce le qualità della donna che ha affidato  il peso dei propri errori solo alla “propria coscienza”, evitando accuratamente ogni preoccupazione per l’amato. Impeccabili tutti, a cominciare da Mimmo Migneni (cocchiere), Nunzia Schiano (confidente di Filumena), Elisabetta Mirra (Diana, la ‘fiamma’ di don Mimi), Fabio Pappacena (l’avvocato), Ylenia Oliviero (cameriera),  i figli Umberto, Riccardo e Michele (interpretati da Gregorio De Paola, Agostino Pannone e Eduardo Scarpetta). Il lungo, lunghissimo applauso del pubblico sembra quasi fare da cassa di risonanza all’ultima battuta di Soriano, che altro non è che il riscatto della donna: “Hai ragione Filumè, hai ragione tu!”.

© Riproduzione riservata


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