Nuovo capitolo sulla presunta setta di Pietralunga. Ieri mattina (1 luglio) la Polizia di Stato ha dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo – emesso dal gip del Tribunale di Perugia – sul cosiddetto “Casale dello spirito”, fabbricati, terreni, auto e denaro contante, ritenuti il profitto diretto delle attività illecite dell’associazione “Conoscenza e Libertà Ets”.
Il provvedimento patrimoniale scaturisce dallo sconcertante scenario criminale, emerso dalle indagini coordinate dalla Procura, in cui la manipolazione psicologica e i ricatti venivano usati sistematicamente per sottrarre denaro agli adepti, costretti in un caso persino a subire violenze spacciate per “riti di purificazione dell’anima”.
L’operazione rappresenta lo sviluppo del blitz scattato lo scorso marzo, quando la Procura aveva proceduto al fermo di quattro persone (tre uomini e una donna), indagate a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata a truffa, estorsione e violenza sessuale. Allora erano stati portati in carcere il maestro 56enne Alfredo Mangone e la moglie Tatiana Ionel (oggi ai domiciliari). Altri due uomini, con ruoli ritenuti marginali, erano stati denunciati a piede libero.
L’intera indagine aveva preso il via dalla disperata segnalazione di un padre. L’uomo aveva riferito agli investigatori che il figlio, a metà del 2023, aveva iniziato a frequentare alcuni corsi di alchimia tenuti da un sedicente “maestro”. Da quel momento, il giovane era entrato in un vero e proprio tunnel: aveva abbandonato il proprio lavoro, interrotto ogni legame con amici e familiari e si era trasferito in una struttura gestita dal gruppo, prima ad Apecchio (PU) e successivamente a Pietralunga, versando quote mensili continue.
I pedinamenti, le intercettazioni telefoniche e le testimonianze raccolte dai poliziotti hanno svelato una struttura piramidale rigidamente organizzata. All’interno della setta gli indagati si muovevano con ruoli e alias ben definiti: c’erano il “Maestro”, la “Maestra”, lo “Sciamano” e il “Guaritore”. Ognuno aveva compiti precisi, che spaziavano dal reclutamento di nuovi adepti tramite tecniche di adescamento per carpirne la fiducia, fino alla gestione delle asserite pratiche curative e alla realizzazione dei riti.
Gli accertamenti bancari sui conti correnti degli indagati hanno portato alla luce un giro d’affari enorme. Nel corso del tempo, gli associati avevano effettuato donazioni e versamenti mensili per un valore complessivo superiore ai 500.000 euro. Un tesoro che i vertici del gruppo utilizzavano per condurre una vita agiata, acquistando gioielli, pagando costosi ristoranti e comprando autovetture, alcune delle quali di assoluto lusso.
Per costringere gli adepti a pagare e per impedire loro di abbandonare la comunità, il sodalizio ricorreva a feroci tecniche di manipolazione mentale. Le vittime venivano soggiogate con la promessa di una salvezza spirituale o, al contrario, venivano terrorizzate con minacce di gravi ripercussioni mistiche, sventure, malasorte e malattie.
Il risvolto più cupo dell’inchiesta riguarda però le violenze fisiche. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il principale indagato – il 56enne Alfredo Mangone (tuttora in carcere) – sfruttando la propria autorità di “maestro” e facendo leva sulla profonda vulnerabilità emotiva di una delle associate, avrebbe costretto quest’ultima a subire ripetuti rapporti sessuali. La donna era stata plagiata a tal punto da credere che quegli abusi fossero in realtà pratiche mistiche strettamente necessarie per la purificazione della propria anima.
Le indagini successive ai fermi di marzo hanno spinto la Procura a richiedere una misura patrimoniale. Il gip, esaminati gli atti, ha stabilito che l’intero quartier generale della setta – composto dal casale, ulteriori fabbricati e terreni annessi – costituisse il profitto dei reati di truffa aggravata ed estorsione.
Sotto sigillo è finita anche un’auto da 10 mila euro che una delle vittime era stata indotta ad acquistare per poi intestarla a uno dei sodali, oltre al denaro contante trovato addosso ad uno degli indagati durante le perquisizioni dello scorso 29 marzo. All’esecuzione del provvedimento, oltre alla Squadra Mobile, hanno preso parte il Reparto Prevenzione Crimine Umbria-Marche e un elicottero del I Reparto Volo di Pratica di Mare.