Il (non) senso di Terni per le istituzioni | Quando la politica è ‘fazione’

Il (non) senso di Terni per le istituzioni | Quando la politica è ‘fazione’

Urla, insulti, risse sfiorate; il fallimento della politica cittadina

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Una legislatura funesta per il Pd ternano, il secondo mandato politico del sindaco di Terni si è virtualmente chiuso con le dimissioni firmate ieri dal primo cittadino dopo un giorno di occupazione dell’aula consiliare di Palazzo Spada da parte dell’opposizione e un consiglio comunale di basso profilo istituzionale.

Insulti, urla, minacce, polizia municipale costretta a intervenire per separare consiglieri e cittadini, malori, situazioni al limite della sicurezza pubblica: una situazione che è stata portata all’esasperazione da una parte della minoranza che, tramite una fitta campagna di informazione tramite social, ha chiamato a raccolta i ‘faziosi’ per creare un clima di pressione politica inopportuna: “Tutti in consiglio comunale per chiedere le dimissioni del sindaco” – questo l’invito che è rimbalzato di bacheca in bacheca qualche giorno prima del 29 gennaio, data dell’assemblea che avrebbe dovuto mettere fine all’esperienza di governo del PD in città.

Crisi politiche, indagini della Procura, strappi, malcontento, i dem non si sono certo distinti per capacità, ma questo non può essere il pretesto per creare un clima di gogna pubblica in un contesto dove il rispetto istituzionale, da parte di chi si candida alla futura guida della città, avrebbe dovuto costituire la base sulla quale costruire l’alternativa. Lo stesso basso profilo istituzionale dimostrato più volte dallo stesso PD ternano, incapace di anteporre l’indipendenza di giudizio agli interessi di partito.

‘Farsi scudo’ con l’esasperazione dei cittadini, cercare di colpire i nervi scoperti degli avversari politici non è un atteggiamento responsabile: in più di una circostanza si è rischiato che la situazione potesse degenerare tra il ‘godimento’ generale.

Non era necessario. Il PD era già all’ultimo atto, sfiancato dalle inchieste giudiziarie, bocciato su tutta la linea di riequilibrio finanziario dell’Ente dalla Corte dei Conti, il sindaco aveva già annunciato le dimissioni (comunque tardive). Non era necessario agitare la folla per colpire le persone a danno dell’assemblea; non era necessario ricorrere alle ‘fazioni’ guelfi e ghibellini per dare l’assalto al Comune.

Invece di portare una cinquantina di urlatori in consiglio, a discapito del dibattito politico, non sarebbe stato più efficace organizzare una manifestazione con migliaia di cittadini? Quanti ne riuscirebbero a portare in piazza le forze di opposizione? È fin troppo facile far leva sul momento ‘caldo’ di alcuni scontenti, ma quanti contestatori sarebbero disposti a manifestare civilmente a fianco della politica?

Più difficile è invece costruire e organizzare, ma quanto più significativo, politicamente, sarebbe avere una città che si mobilita per chiedere il rispetto delle istituzioni? Quelle forze che tanto lo reclamano, possono dire di averci lavorato?

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