La lettera aperta diramata qualche giorno fa dai familiari di Davide Piampiano, il giovane di 24 anni ucciso in un incidente di caccia tre anni fa, dopo essere stato scambiato per un cinghiale dall’amico Piero Fabbri, ha sortito i suoi effetti. Sono state infatti pubblicate nei giorni successivi, con quasi 3 mesi di ritardo rispetto ai 90 giorni previsti le motivazioni della sentenza di primo grado che ha portato il cacciatore sessantenne ad essere condannato dal tribunale di Firenze a 4 anni e 2 mesi di reclusione per omicidio colposo aggravato.
Nella sentenza di 25 pagine, tra l’altro, viene ripercorso come il gip abbia inviato gli atti alla Procura per valutare l’apertura di un nuovo fascicolo nei confronti di Fabbri per omissione di soccorso, visto il suo comportamento “dilatorio e attendista” dopo la tragedia. Nonostante, infatti, il 24enne non si sarebbe potuto salvare visto il colpo di fucile che lo aveva raggiunto, il sessantenne avrebbe dovuto chiamare immediatamente soccorso, “comportamento che ha omesso senza alcuna ragionevole giustificazione”.
Fabbri, comunque, è stato condannato, si legge nelle motivazioni perché avrebbe “errato, con grave colpa e nonostante l’astratta prevedibilità dell’evento, nella valutazione delle possibili conseguenze del proprio gesto essendo a conoscenza della presenza del Piampiano nella zona”. Tuttavia, a suo carico viene esclusa l’ipotesi di omicidio con dolo eventuale, contestandogli invece l’omicidio colposo aggravato, considerando anche la scarsa visibilità nella zona in cui i due erano a caccia, il fosso delle Carceri di Assisi. Nei momenti successivi, però, Fabbri avrebbe agito in modo non lucido, tardando a chiamare i soccorsi e cercando di imputare la colpa del terribile incidente venatorio allo stesso Davide Piampiano, a causa di “uno stato d’animo che toglieva alla sua mente la lucidità necessaria”.