La Maratona di danza è tornata al Festival dei due mondi, un quarto di secolo dopo l’ultima del 2001, rivitalizzando così un’altra delle “Radici” che hanno fatto grande la kermesse menottiana, voluta nel 1977 dal duo Testa e Ottolenghi con la benedizione del Duca di Spoleto (che celebrò la restituzione del Teatro Romano ristrutturato con il sostegno della Mobil Oil) e rimasta, seppur non a cadenza annuale, fino appunto agli inizi del nuovo millennio. Anche se, ad onor di cronaca, pur di tentare (maldestramente) di annebbiare la storia pregressa, una edizione verrà realizzata, nel 2019 sotto la direzione di Giorgio Ferrara con la collaborazione di Eleonora Abbagnato, ma sotto il nome de “Le stelle italiane nel mondo” curata da Daniele Cipriani che difficilmente poteva immaginare di esser chiamato, sei anni dopo, a prendere le redini del Festival.
Di questa edizione della Maratona di danza, qualcosa è stato riproposto ieri sera, con ballerini diversi, come Tarantella su musica di Gattoschalk, il Don Chisciotte su libretto musicale di di Minkus e Il Corsaro (pas de deux, II atto) per le note di Drigo.
L’ordine di esibizione non segue perfettamente il programma di sala, ma è una inezia di fronte alle emozioni che la Maratona targata 2026 ha saputo regalare al pubblico, a volte talmente travolto dalle coreografie, da concedere applausi durante le stesse esibizioni.
Semplicemente perfetta la danza, di ogni singolo protagonista, di ogni corpo di danza.
Ad aprire il sipario è AMI sulla malinconica musica di Chopin in cui Davide Dato e Alessandro Froia, per la coreografia di Marcelo Gomes, regalano movimenti plastici in grado, tra assoli e incontri in perfetta sincronia, di dimostrare la propria energia fisica.
Si scende nel sud Italia, nello stile “napoletano e semi-serio” (citazione della coreografa Balanchine) di Tarantella, miniatura di appena sei minuti, in cui Tiler Peck e Roman Mejia, con i tamburelli, offrono un pas de deux tanto repentino e pirotecnico da lascia con il fiato sospeso.
E il momento di Sergio Bernal, protagonista anche dell’ultimo balletto, che regala – per la coreografia dello stess con Josè Manuel Alvarez, un pregiato arazzo di flamenco, tra lo stile più nostalgico e intimo della Solea’ e quello più allegro e coinvolgente della Bulerìas. Straordinaria la voce di Roberto Lorente, come accattivante la musica realizzata dal chitarrista e compositore Daniel Jurado (alle percussioni Javier Vandunciel)
Dalla Andalusia ci si immerge nelle atmosfere orientaleggianti de Il Corsaro (Pas de deux Atto II) dove Maia Makhateli e Timothy van Poucke, capaci di prolungati equilibri che esaltano la morbidezza della loro danza, passano, lei, a esaltare il gioco di punte con veloci piroette di grande precisione, lui a cabriole e tour en l’air che ne esaltano le capacita artistiche e fisiche.
La coreografia di Marius Petipa pennella Esmeralda – Pas de deux Atto II il cui Madison Young e Alessandro Frola esaltano la musica di Pugni con assoli di rara tecnica, tra grands jelès e passi in sequenza di rara bellezza, contornati dalle note di un tamburello.
Sono ora le note di Bach, sulla coreografia di Jerome Robbins tanto amato dal pubblico festivaliero, a regalare un quadro di rara visione dove la ballerina Tiler Peck e la violoncellista Erica Piccotti fondono le rispettive arti in modo intenso, tra una non ordinaria intimità e al tempo stesso ironia.
Si vola in America per quel Each In Their Own Time, su musica di Brahms, che il coreografo Lubovitch ha ideato durante l’epidemia covid (rappresentato per la prima volta a New York a fine 2021) connotando la messa in scena di una intensa componente introspettiva in cui, ai due danzatori, Davide Dato e Rinaldo Venuti, si impone di fondere alla danza una interpretazione visiva e fisica da far quasi intuire i loro sguardi, i loro discorsi, la vicinanza che l’uno sente di dare all’altro.
Un attimo e il Romano si inchina al virtuosismo della scuola di danza russa con il Don Chischiotte – Pas de deux, l’Atto III, il più bello e travolgente del libretto musicale di Ludwig Minkus, quello in cui la figlia dell’oste Kitri (Iana Salenko) può finalmente sposare il barbiere Basilio (Daniil Simkiin) Agli ampi e stupefacenti salti di Simkiin, si accostano i passi briosi della Salenko il cui uso del ventaglio richiede una puntualità straordinaria.
Dopo l’intervallo, per la Maratona di danza 2026 è il momento del quadro più atteso della serata, in Prima mondiale, con protagonista ancora una volta Sergio Bernal per La Sagra della Primavera, per la musica di Igor Stravinskij, tra i balletti che hanno appassionato ed impegnato i più grandi coreografi – da Maurice Bejart a Martha Graham, a Pina Buasch.
La coreografia di Eduardo Martínez, Irene Tena e Albert Hernandez è all’altezza di questo non facile balletto che deve tener conto di quel susseguirsi di ritmi, armonie, riprese ora lente, ora veloci, se in cui percussioni e fiati solo all’apparenza spiazzano l’ascoltatore, immergendolo invece in una girandola di emozioni che rievocano il rito pagano, il sacrificio umano necessario per propiziare la Primavera.
Il richiamo ai passi e ai tacones del flamenco esaltano le percussioni, i bassi che Stravinskij ha inserito nella partitura offrendo uno spettacolo davvero unico nella storia di questo balletto. Stride solo la rottura dei costumi, lontani dai tradizionali costumi russi o dalle calzamaglie di Bejart e Bausch: difficile da interpretare, forse un richiamo ai grigi tempi del paganesimo, o a quelli che anticiparono e sconvolsero l’Europa con la seconda Grande Guerra. Di certo una coreografia di cui sentiremo parlare nei prossimi tempi.
Intorno a Bernal danzano Cristina Carnero, Cristina Cazorla, Maria Gomez, Maria Fernández, Candela López, Núria Tena, Alejandra de Castro, Esmeralda Manzanas, Álvaro Madrid, David Acero, Rúben Rojo, Héctor Martinez, David Lorden, David Palacios, Diego Olmier, Adrian Gómez
Di certo la Maratona di danza, fondata a Spoleto, è tornata in grande stile nel suo luogo natale. Se la prossima sarà la 70ma edizione del Festival dei Due Mondi, non di meno celebrerà il 50mo dal primo sipario di questa straordinaria invenzione di Alberto Testa. C’è da giurarci che Cipriani manterrà in buona salute anche le Radici di Tersicore.
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Nota a margine: la presente recensione si deve esclusivamente all’impegno di Tuttoggi.info e della sua redazione, attesa la “nuova policy” (testuale) imposta, senza precedenti nella storia della kermesse, nei confronti della stampa. Non è dato sapere ad oggi, secondo week end del Festival, di chi la responsabilità.
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