La Telfer diventa un caso 'nazionale' | La studiosa Santarella "Sdegnata, non smontatela" - Tuttoggi

La Telfer diventa un caso ‘nazionale’ | La studiosa Santarella “Sdegnata, non smontatela”

Luca Biribanti

La Telfer diventa un caso ‘nazionale’ | La studiosa Santarella “Sdegnata, non smontatela”

Appello alle istituzioni locali per preservare il reperto industriale | Interviene anche Ordine Ingegneri
Mar, 18/09/2018 - 20:07

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La Telfer diventa un caso ‘nazionale’ | La studiosa Santarella “Sdegnata, non smontatela”

Mentre si discute animatamente sul caos legato al traffico della Valnerina per via dei lavori sulla rimozione della passerella Telfer, il ‘reperto industriale’ attira l’attenzione della studiosa di cultura industriale ed ex consigliere comunale a Ravenna, Francesca Santarella.

In una missiva inviata alla redazione di TO, la studiosa esprime il suo “sdegno” per la decisione dell’amministrazione comunale di smontare la struttura su consulenza dell’ingegner Francesco Ansuini che ha ritenuto non ci fossero altre soluzione se non la rimozione visto lo stato pericolante della struttura.

“Lo “smontaggio” rappresenta lo sbrigativo pretesto per distruggere definitivamente tutto, magazzino della calciocianamide su cui poggia la passerella compreso. I costi per smantellamento, trasporto, “restauro” in altro luogo, nuovo trasporto ed ipotetico rimontaggio della Telfer sono follie che nessuna amministrazione di nessun livello mai affronterà. Vien da chiedersi se chi propone simili operazioni sia consapevole di quanto sta raccontando ai cittadini”

– ecco il duro attacco di Francesca Santarella alle istituzioni ternane.

“Gli esempi in tal senso in Italia sono infiniti: come cittadina ravennate cito solo la nostra torre civica medioevale, “capitozzata” per – veri o presunti – problemi di sicurezza quasi vent’anni fa con l’autorizzazione concessa dal Ministero prosegue la Santarella – solo dopo aver fatto sottoscrivere l’obbligo di rimontaggio a consolidamento avvenuto, e ovviamente mai ripristinata. In tempi recenti (2015) la stessa cosa è accaduta all’ultima gru di banchina – tutelata dagli strumenti urbanistici – della dismessa Darsena portuale, sempre a Ravenna. Rimozione urgente in un weekend di luglio, con perizie quantomeno discutibili e sommarie su cui si è aperta anche un’indagine, e senza nemmeno un disegno tecnico di rilevo, distruzione di molte parti della struttura con fiamma ossidrica per poterla rimuovere, trasporto dei moncherini superstiti altrove, infine, l’immancabile concorso di idee, pagato con soldi pubblici, per il “rimontaggio”.

E oggi? Gru persa per sempre, spreco ingiustificato di denari pubblici, costi lievitati, presa in giro dei cittadini ed immagine della darsena portuale da riqualificare compromessa definitivamente. Quarantamila gli euro finora spesi, e ottocentomila quelli previsti per il progetto impossibile di rimontaggio e “recupero”.

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Evitare gli sprechi, valorizzare le risorse, è il monito della studiosa che interviene anche su questioni economiche: “Attenzione al risparmio di risorse e di materie prime, gestione oculata dei denari pubblici, riuso, valorizzazione culturale e turistica sostenibile, conservazione dell’identità dei luoghi sono temi che caratterizzano un approccio nuovo alla gestione della cosa pubblica e non possono restare inascoltati. Specialmente per l’Umbria e per il suo ricchissimo e preziosissimo patrimonio invidiato da tutto il mondo.

La passerella, con la sua vista sulla Valnerina e sul complesso industriale di Papigno, costituirebbe il punto più spettacolare del recupero. Penso al restauro degli ex Mulini MMM a Torre del Greco, ad esempio”.

L’appello al sindaco e alle istituzioni – “Lancio quindi un appello all’Amministrazione comunale di Terni, alla Regione Umbria ed agli organi di tutela coinvolti, nella speranza che decidano di mettere in sicurezza al più presto il sito senza distruggerlo e di non privare i cittadini di questa opportunità. La Telfer rappresenta un unicum dell’archeologia industriale italiana e la sua perdita rappresenterebbe un danno irreversibile per il patrimonio storico, culturale, tecnologico e paesaggistico del nostro Paese difeso dall’articolo 9 della nostra Costituzione”.

Sulla questione è intervenuto anche l’ordine degli Ingegneri di Terni che, per questioni di sicurezza pubblica, ritiene la rimozione la soluzione più giusta, ma con l’auspicio che la struttura possa essere conunque restaurata e valorizzata come patrimonio territoriale: “Riteniamo fondamentale la salvaguardia di tutto ciò che è meritevole di rappresentare la nostra tradizione, che è stata negli anni contemporaneamente anche “innovazione” di decennio in decennio.

Fermo restando tutto ciò è evidente però come si debba sempre e comunque dare la precedenza alla sicurezza ed alla incolumità pubblica. Nel caso specifico della Telfer si tratta di un’opera ormai entrata nel paesaggio della zona, ed in questo senso è un elemento ormai “nostro”, anche se nel dettaglio rappresenta una tipologia costruttiva industriale abbastanza ricorrente e standardizzata (travatura reticolare in acciaio). Il suo compito era permettere il passaggio di condutture impiantistiche, consentendo anche il transito pedonale esclusivamente per le operazioni di monitoraggio e manutenzione.

Verifiche alla mano emergerebbe che il suo stato attuale sia decisamente problematico, con zone ove gli spessori del metallo, a causa dell’ossidazione, si è ridotto fino ad oltre il circa il 70%; è come se un elemento di acciaio spesso 13 mm si riducesse a meno di 4 mm. Riteniamo pertanto che, stando così le cose, la soluzione della rimozione divenga la più auspicabile.

Tecnicamente tutto è possibile, quindi anche una sua messa in sicurezza in loco, ma è chiaro che ciò comporterebbe costi faraonici e tempi molto lunghi di disagio alla viabilità. Molto più rapida e meno costosa invece la soluzione della rimozione. Pur nella sua ordinarietà come elemento tecnico, se ritenuta di interesse storico, la struttura potrebbe poi essere oggetto di manutenzione e sistemata, quale reperto, in un parco od una zona della città, magari proprio nell’area di Papigno una volta riqualificata in futuro. In tal modo si limiterebbero anche i costi di trasporto visto che gli ampi spazi degli “ex studios” potrebbero ben accoglierne sia il deposito che le eventuali lavorazioni e la successiva esposizione.

Le presenti considerazioni, naturalmente, intendono coadiuvare l’inquadramento generale della problematica, i cui aspetti di dettaglio sono ovviamente demandati alle autorità competenti”.


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