“Michele non si è tolto la vita. La sua morte non è stato un suicidio come all'inizio volevano farci credere”. Con queste parole i familiari di Michele Massari, morto il 12 gennaio nel carcere di capanne per aver inalato una dose letale di gas da una piccola bomboletta che aveva in cella, lanciano un durissimo atto di accusa al penitenziario umbro.
I genitori del ragazzo 23 enne hanno dichiarato oggi alla Gazzetta del Mezzogiorno che la morte di Massari, definita dalle autorità carcerarie e dai media un suicidio premeditato, sia in realtà da addebbitarsi alla poca attenzione del servizio sanitario della struttura.
Michele Massari era detenuto in carcere per alcuni furti perpetrati in Umbria, per reperire i soldi per l'acquisto e il consumo di droga, da cui era dipendente. Al momento della morte, il ragazzo aveva scontato solo quattro mesi della condanna di 8 anni e sei mesi.
Secondo la ricostruzione dei familiari, affidata alla Gazzeta del Mezzogiorno, il ragazzo, che in carcere era curato con antidepressivi, inalava abitualmente il gas per cercare di trarne un effetto anestetizzante. Le condizioni di salute precarie di Massari sarebbero state evidenti già il 29 dicembre, quando, dopo una visita, i genitori sollecitarono un'intervento medico sul figlio, che sarebbe avvenuto qualche giorno dopo.
“Il dottore ci ha detto: ha il cuore forte come un toro. Ma a mio figlio non è stata fatta né una spirometria, né un'analisi del sangue”, ha dichiarato la madre del ragazzo, morto dodici giorni dopo per infarto.