Innominabile 27, quando il teatro abbatte l'ultima barriera - Tuttoggi.info

Innominabile 27, quando il teatro abbatte l’ultima barriera

Chiara Magna

Innominabile 27, quando il teatro abbatte l’ultima barriera

Gio, 09/07/2026 - 19:18

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C’è stato un momento, al termine di Innominabile 27, in cui il lungo applauso del pubblico sembrava voler sospendere il tempo. Non era soltanto il tributo a uno spettacolo riuscito. Era il riconoscimento di qualcosa di più profondo: la consapevolezza di aver attraversato un’esperienza umana prima ancora che teatrale.

Lo spettacolo nato all’interno della Casa di Reclusione di Spoleto è entrato nel cartellone principale del Festival dei Due Mondi come evento a pagamento. Una scelta fortemente voluta dal direttore artistico Daniele Cipriani, che ha voluto riconoscere il valore artistico del lavoro della Compagnia #SIneNOmine senza relegarlo a iniziativa collaterale o progetto sociale. Una scommessa pienamente vinta. Entrambe le rappresentazioni hanno registrato il tutto esaurito, confermando come il pubblico fosse pronto a entrare in carcere non per curiosità, ma per assistere a vero teatro.

Alla prima erano presenti, accanto a Cipriani, le massime autorità civili, politiche e militari del territorio: la presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, la direttrice della Casa di Reclusione Bernardina Di Mario, la vicecomandante Andreea Cucchiara, il procuratore generale Cantone e numerosi rappresentanti delle istituzioni. Al termine della serata lo stesso Cipriani, visibilmente emozionato, ha confessato: “È l’unico spettacolo che è riuscito a farmi commuovere”. Parole che raccontano forse meglio di qualsiasi recensione la forza di Innominabile 27.

L’idea di Giorgio Flamini non è quella di rappresentare il carcere. Sarebbe troppo semplice. L’obiettivo è raccontare ciò che il carcere lascia dentro le persone. La memoria. L’attesa. Il tempo che smette di scorrere. L’ispirazione arriva dal teatro dell’assurdo, da Samuel Beckett e dalla sua poetica dell’attesa infinita, ma anche da Jean Genet, autore che del carcere fece non solo un luogo fisico ma uno spazio dell’anima, dove identità, colpa e desiderio si confondono continuamente. A questa eredità si aggiunge quella di Rick Cluchey, detenuto a San Quentin divenuto simbolo del teatro come strumento di rinascita.

Dentro questa genealogia si inserisce il lavoro della Compagnia #SIneNOmine, che proprio a Spoleto prosegue idealmente il percorso aperto nel 1982 da Marco Gagliardo con Sorveglianza speciale di Genet, portata alla Rocca Albornoziana insieme ai detenuti di Rebibbia. In Innominabile 27 i protagonisti perdono progressivamente il proprio nome. Non per essere cancellati, ma per liberarsi dall’etichetta che li definisce. Non più numeri di matricola, non fascicoli giudiziari, ma persone.

Il numero 27 richiama l’articolo 27 della Costituzione italiana, che afferma come la pena debba tendere alla rieducazione della persona e non al suo annientamento. Lo spettacolo non offre risposte né indulge nella retorica della redenzione. Propone invece una domanda essenziale: è ancora possibile guardare chi ha sbagliato prima di tutto come essere umano?

La risposta arriva dai protagonisti stessi. Sul palco, costruito sul prato che guarda il blocco di celle, non ci sono attori professionisti che interpretano detenuti. Ci sono detenuti che diventano attori, drammaturghi, cantanti, danzatori, scenotecnici, tecnici audio e video. Persone che, attraverso il teatro, trovano un linguaggio diverso per raccontarsi. La regia di Giorgio Flamini riesce nell’impresa più difficile: trasformare un progetto di inclusione in un’opera che vive anzitutto della propria forza artistica.

La Compagnia #SIneNOmine

Il progetto #SIneNOmine nasce nel 2013 come laboratorio teatrale all’interno della Casa di Reclusione di Spoleto, in occasione della ripresa di Sorveglianza speciale di Jean Genet, a trent’anni dalla storica esperienza di Marco Gagliardo al Festival dei Due Mondi del 1982.

Partito con quindici detenuti, il laboratorio ha coinvolto negli anni oltre cento partecipanti, di età, nazionalità e percorsi detentivi differenti, chiamati a ricoprire ogni ruolo della creazione teatrale: dalla drammaturgia alla recitazione, dalla danza alla scenografia, fino alla direzione di palcoscenico e alla tecnica audio-video. Dal 2013 la compagnia è presenza stabile al Festival dei Due Mondi con produzioni originali che hanno intrecciato teatro, musica e danza, collaborando con artisti professionisti, la scuola Teodelapio, Euno, il Coro Ad Cantus e numerose realtà culturali italiane. Grazie alle misure alternative concesse dalla magistratura di sorveglianza, alcuni detenuti-attori hanno inoltre portato gli spettacoli della compagnia in numerosi teatri italiani, facendo del progetto uno dei più significativi esempi di teatro penitenziario nel panorama nazionale.

Innominabile 27 è dedicato alla memoria di Luigi Daga (1947-1993), magistrato protagonista del rinnovamento del sistema penitenziario italiano e tra gli artefici della storica partecipazione dei detenuti di Rebibbia al Festival dei Due Mondi del 1982.

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