Inchiesta 'ndrangheta, fuoco amico su Nilo Arcudi - Tuttoggi

Inchiesta ‘ndrangheta, fuoco amico su Nilo Arcudi

Massimo Sbardella

Inchiesta ‘ndrangheta, fuoco amico su Nilo Arcudi

Due vertici di maggioranza, ma non c'è un accordo sulle dimissioni | Lunedì Romizi riferisce in Consiglio
Dom, 15/12/2019 - 11:24

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Inchiesta ‘ndrangheta, fuoco amico su Nilo Arcudi

La ‘ndrangheta – secondo quanto emerso dalle intercettazioni del 58enne Antonio Ribecco – si vantava di aver favorito, nel 2014, l’elezione di due consiglieri comunali dello schieramento di centrosinistra, Nilo Arcudi (allora Psi) e Alessandra Vezzosi (Pd). Presunto aiuto che non aveva evitato al centrosinistra, che ricandidava il sindaco uscente Wladimiro Boccali, di evitare la sconfitta.

In attesa di capire se le cosche siano “scese in campo” (sempre secondo i meriti che gli affiliati alle cosche si sono attribuiti, addirittura cercando voti “casa per casa“) anche per la tornata elettorale dello scorso maggio, la ‘ndrangheta, suo malgrado, il favore politico al centrosinistra rischia di farlo, indirettamente, 5 anni dopo. Perché in particolare il nome di Nilo Arcudi – eletto in una lista civica stavolta in appoggio ad Andrea Romizi e premiato per la scelta di campo e per il risultato delle urne con la presidenza del Consiglio comunale – sta creando fibrillazioni e imbarazzi nelle maggioranza.

Le intercettazioni e la replica

A Nilo lo abbiamo fatto mettere noi” dice al telefono Antonio Ribecco. Una frase comparsa tra le carte dell’intercettazione e sottolineata dagli stessi inquirenti per evidenziare come la ‘ndrangheta in Umbria avesse allungato i suoi tentacoli anche sulla politica. Anche perché non è l’unica telefonata in cui Antonio Ribecco fa riferimento a presunti favori ed elargizioni di denaro allo scopo di portare voti ad Arcudi.

Escludo categoricamente e totalmente che qualcuno degli odierni indagati/arrestati abbia ottenuto in tutti questi anni da me un incontro o un appuntamento per chiedere o ottenere qualcosa” la replica sdegnata di Nilo Arcudi, che non è indagato.

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E che rivendica, anzi, di aver sempre combattuto la criminalità, tanto più quella che sta affossando la sua terra d’origine, la Calabria, che al momento sembra essere l’unico elemento che lo accomuni alle persone finite nell’inchiesta condotta tra Catanzaro, Reggio Calabria e Perugia.

Tra le altre cose, nella nota che ha diramato quando il suo nome è emerso dalle carte, Arcudi assicura che da quando fa politica (cioè dal 2003), sia lui che i suoi collaboratori hanno sempre “con estrema prudenza monitorato e selezionato, anche acquisendo preliminari informazioni, le persone da incontrare con le quali lavorare, condividere, promuovere e progettare ogni forma di iniziativa politica che riguardava il sottoscritto e/o le forze politiche alle quali appartenevo“.

Fuoco amico

Parole che però non sono bastate a Massimo Pici, eletto in Consiglio comunale proprio sotto il simbolo di Perugia Civica, la formazione creata intorno a Nilo Arcudi. Quest’ultimo, nelle elezioni del maggio scorso, ha ottenuto 1.030 voti; Pici, alla sua prima candidatura, 573. Per un apporto della lista civica alla causa del centrodestra di 5.319 voti, il 6,25% di quelli espressi dai perugino. Più di Forza Italia, il partito del sindaco Romizi.

Arcudi è diventato presidente del Consiglio comunale (scatenando le proteste dell’opposizione di centrosinistra che lo ha bollato come “traditore), mentre Pici è il capogruppo di Perugia Civica.

Un’intesa che quanto emerso dalle intercettazioni fa vacillare. Perché proprio Massimo Pici è il più determinato a chiedere le dimissioni di Arcudi, anche se quest’ultimo non è indagato.

I due vertici di maggioranza

E ben due incontri di maggioranza nella giornata di sabato (il primo in Comune, il secondo si è tenuto nella sede di Forza Italia a Ponte San Giovanni) non sono bastati per trovare una soluzione condivisa.

Per Pici, tutore delle forze dell’ordine, quanto emerso nelle intercettazioni, al di là di possibili risvolti giudiziari, è sufficiente per indurre Arcudi a fare un passo indietro, così da sgombrare il campo da sospetti e non offrire il fianco alle opposizioni.

Scambi di accuse e imbarazzi

Arcudi replica che se c’è stato un tentativo della criminalità di insinuarsi nelle istituzioni, con lui, “è fallito“. Quanto alle intercettazioni, ribatte che chiunque al telefono può fare delle insinuazioni, salvo poi doverle provare. E prove di favori elettorali da lui ricevuti non ce ne sono.

Del resto, lo stesso Antonio Ribecco, mentre organizzava insieme al figlio Natale il traffico di droga diretto verso l’Umbria, sempre al telefono si lamenta per la scelta del nipote, che porta il suo nome, di volersi candidare con CasaPound, ritenendo il partito di Salvini, la Lega, più sicuro per farsi eleggere.

Ribecco parla anche di “patti” relativi alla definizione della coalizione di centrodestra per le elezioni del 2019. E in un passaggio dice: “Noi abbiamo mangiato insieme al sindaco“, Romizi.

Insomma, se ci si limita alle sole parole dette da Ribecco al telefono, senza cercare riscontri sui presunti aiuti elettorali, i tentacoli delle ‘ndrangheta avrebbero toccato (o almeno tentato di toccare) un po’ tutto l’arco costituzionale a Perugia, da sinistra a destra, dal 2014 ad oggi (le intercettazioni sono dell’aprile scorso, quindi in piena campagna elettorale per le amministrative del 2019).

Le posizioni nella maggioranza

Ed è anche per questo che i vertici dei partiti tradizionali della coalizione di centrodestra sono più cauti rispetto alla netta presa di posizione di Massimo Pici, che chiede le dimissioni di Nilo Arcudi senza sé e senza ma.

Ma ci sono comunque dei distinguo. Fratelli d’Italia non esclude alcuno scenario, ma viole prima capire le evoluzioni, politiche e non solo. La Lega per ora non chiede la testa di Arcudi, ma se fosse presentata una mozione di sfiducia, a quel punto sarebbe imbarazzante dare indicazione ai propri consiglieri di non votarla. Dentro Forza Italia ci sono valutazioni diverse.

Al momento, Nilo Arcudi può trovare come sicuri alleati le due liste civiche Progetto Perugia e Blu, su linee garantiste, salvo eventuali novità che dovessero emergere nell’inchiesta.

L’opposizione: Commissione d’inchiesta

L’opposizione di centrosinistra chiede che anche a Palazzo dei Priori, così come sarà fatto in Regione, venga istituita una Commissione d’inchiesta speciale per far luce sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta sulla politica perugina.

Lunedì Romizi riferisce in Consiglio

E intanto chiede che il sindaco Romizi venga a riferire in Consiglio sull’inchiesta relativa alla presenza della ‘ndrangheta a Perugia. Cosa che il sindaco farà lunedì.




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