Il Procuratore Gianfranco Riggio lascia per la pensione / Una vita in prima linea contro mafia e crimine / Ft - Tuttoggi

Il Procuratore Gianfranco Riggio lascia per la pensione / Una vita in prima linea contro mafia e crimine / Ft

Redazione

Il Procuratore Gianfranco Riggio lascia per la pensione / Una vita in prima linea contro mafia e crimine / Ft

Sab, 21/12/2013 - 17:30

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Il Procuratore Gianfranco Riggio lascia per la pensione / Una vita in prima linea contro mafia e crimine / Ft

Carlo Ceraso

La Procura della Repubblica di Spoleto, la Giustizia, da oggi è un po’ più sola. Non perché un magistrato ha lasciato il servizio ma il Magistrato, il procuratore capo Gianfranco Riggio. Dopo 47 anni al servizio della Repubblica, Riggio ha deciso per la meritata pensione, per dedicarsi così a fare “il nonno a tempo pieno”. Lasciando un vuoto nella Procura che con lui ha raggiunto livelli di eccellenza, affrontato processi di rilevanza nazionale e transnazionale. Non è facile tracciarne un profilo, vista la proverbiale riservatezza che lo ha sempre tenuto lontano dai riflettori come pure dagli eventi mondani che la provincia poteva offrire. Con la sua esperienza, umanità ed eleganza, nei modi come nello stile di vita, ha saputo instaurare rapporti solidi e costruttivi con i colleghi Sostituti, con il personale giudiziario, le forze dell’ordine, gli avvocati e la stampa. Rapporti all’insegna della lealtà, sempre nel rispetto dei ruoli, che lo hanno portato ad essere ammirato. Un osservatore esterno non può dire di più. Ma sono gli atti a parlare di lui, inchieste e sentenze che hanno segnato la storia del Paese, nella perenne lotta dello Stato al crimine, organizzato e non. Originario di Gela, dopo i brillanti studi in giurisprudenza vince il concorso in magistratura che lo vedrà in prima linea negli anni più neri della lotta alla mafia. Senza mai abbassare la guardia, pagando un prezzo altissimo in termini umani e professionali. I dispositivi che decapitarono la cupola agrigentina, fra le più potenti e difficili da inchiodare, gli anni della Caltanissetta del giudice Livatino, lo portarono nel mirino dei boss che arrivarono a minacciare di morte la sua famiglia. Siamo alla fine degli anni ’80, a cavallo del ventennio che registrerà il tributo più alto, in termini di vite umane, di magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine falciati dalla piovra. Per Riggio e i suoi familiari comincia una vita blindata, sotto continua pressione. Pressione, non paura. Il ‘gran rifiuto’ a Domenico Sica che lo voleva nell’Alto Commissariato contro la mafia (antesignano della DIA, istituito dopo la strage del Generale Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo) fu letto da certa stampa come un modo per proteggere i suoi affetti; i più ipotizzarono che con Giovanni Falcone a capo del pool non avrebbe mai saputo dire no.

Agrigento, Caltanissetta, Monza, Roma, fino alla Suprema Corte di Cassazione. Ora inquirente, ora giudicante, lungo un percorso che ha accentuato il profilo di magistrato equilibrato, severo ma giusto, per dirla alla buona. Fino a 7 anni fa quando decise di tornare in prima linea, a Spoleto, solo all’apparenza un comprensorio tranquillo, certo non pericoloso come la Sicilia, ma dove anche qui si annida qualche squalo, magari celato dietro il doppio petto, pronto a far della calunnia e della diffamazione armi con cui provare a fermare la giustizia. Tecniche vecchie, tecniche mafiose. Pallottole spuntate contro Riggio che già le aveva conosciute sulla propria pelle. “Ci sono tanti modi di uccidere; si muore anche di diffamazione” disse nel dicembre 1992 a Marco Nese del CorSera ricordando il giudice Domenico Signorino. L’ultimo attacco pochi mesi fa, quando un giornalista presumibilmente al soldo di un signorotto locale andava sbandierando nel corso di una conferenza stampa i certificati di residenza del procuratore e dei suoi familiari, uno dei quali datato addirittura 1989, l’anno delle minacce di Cosa Nostra.

L’abbraccio del Tribunale – erano in tanti ieri al saluto del magistrato, la cui decisione di lasciare il servizio ha colto tutti di sorpresa. Un incontro durante il quale non sono mancati momenti di grande emozione. A prendere la parola è stato il Presidente del Tribunale, Emilia Bellina: “Con il dottor Riggio c’è stato sempre un rapporto costruttivo e collaborativo. Non è questo il momento di ricordare i tanti, brillanti risultati conseguiti nonostante le croniche difficoltà anche di carenza del personale. Il dottor Riggio è stato per tutti noi una guida seria e sicura, un uomo affabile e di grande signorilità” ha detto il presidente che ha ricordato anche l’entusiasmo del Procuratore nel perorare la causa del potenziamento del Tribunale di Spoleto. Alle sue parole hanno fatto eco quelle del sostituto procuratore Gennaro Iannarone, arrivato solo da 4 mesi in città ma consapevole, “già dopo il primo incontro avuto col dottor Riggio dell’eleganza, sobrietà e serietà dell’uomo, prima ancora che del magistrato. L’impronta del nostro ufficio è l’emanazione delle sue grandi qualità. E’ un magistrato a tutto tondo, uno di quelli che porta ‘la toga cucita sulla pelle’”. Sarà Iannarone a reggere ora l’ufficio in attesa che la Procura generale nomini il nuovo procuratore capo. Sentimenti di stima e affetto sono giunti anche dall’altro pm, la dottoressa Mara Pucci che ha ricordato come il procuratore “ci ha arricchito tutti con il suo esempio, come un buon padre di famiglia”. Poi è stata la volta dell’ordine forense rappresentato dall’avvocato Maria Letizia Angelini Paroli: “abbiamo appreso a sorpresa e a malincuore questa notizia” ha detto rivolgendosi al magistrato “la ringraziamo per lo spirito di collaborazione e il dialogo costruttivo e costante che hanno scandito gli anni della sua reggenza a Spoleto”.

Il saluto – E lui, il Procuratore Capo Gianfranco Riggio, tutte le qualità morali e professionali che gli erano appena state unanimemente riconosciute le ha evidenziate con un discorso appassionato, a tratti forte (molto forte), a tratti commovente. Rompe l’emozione con una battuta: “Non vi nascondo che sono rimasto indeciso se fare questo breve saluto, avvertivo il peso dell’emozione, previsione non difficile da fare…ma le emozioni bisogna viverle e vi ringrazio tutti di essere qui oggi”. Non parla di sè, nè della sua carriera bensi ricorda la funzione del magistrato: “In 47 anni di servizio ho sempre avuto una certezza, l’essenza del ruolo, della condotta di un magistrato risiede nella capacità di riconoscere il primato della legge. Il buon magistrato è colui che riconosce la legge come sua unica sovrana, al di là di qualsiasi condizionamento, sia esso di natura ideologica, religiosa, sessuale o sociale”. Parole che prendono sempre più la forma di un monito: “chi non ha queste capacità avrebbe fatto meglio e fa meglio a cambiare mestiere”. c’è chi guarda con orgoglio il ‘suo’ procuratore, qualcuno invece abbassa lo sguardo.

Ma c’è un altro aspetto che Riggio tiene a evidenziare, quello dell’umiltà “intesa come capacità di vivere la professione di magistrato in chiave esclusivamente di servizio, mai di potere”. Poi rivolto ai suoi giovani colleghi (era presente anche l’ex pm Pasquale Principato) e al personale della procura ha detto: “abbiamo fatto un bel lavoro, lavorato sodo, non abbiamo mai guardato in faccia nessuno, anzi abbiamo guardato in faccia tutti proprio perché non abbiamo nulla da temere, noi. Né ci siamo comportati come certi ufficiali di navi da crociera attenti al divertimento dei passeggeri, non abbiamo fatto operazioni di inchino!”. “Non ho fatto nulla di eroico, nulla di speciale, credo di aver fatto il mio dovere anche lasciando aperta la porta del mio ufficio a tutti perché la giustizia è un servizio da rendere a tutti, anche al più sprovveduto dei cittadini”. “Non ho paura della morte, l’ho conosciuta molto da vicino con la morte di mia figlia e tre mesi dopo di mia moglie, compagna di vita meravigliosa; quello che mi spaventa è la perdita della memoria, che spero arrivi il più tardi possibile per non farmi dimenticare dei meravigliosi anni trascorsi qui a Spoleto, merito anche di tutti coloro con cui ho avuto il piacere e l’onore di collaborare”. Poi l’appello ai tanti rappresentanti delle forze dell’ordine che non hanno voluto mancare l’abbraccio al magistrato: “vi rinnovo la preghiera di continuare a difendere questo territorio fra i più belli della nostra bella Italia, abitato da gente laboriosa e onesta” ha concluso il procuratore. L’applauso della sala rompe definitivamente l’emozione e la commozione. Qualcuno si asciuga le lacrime. Vengono in mente le parole di Ligabue “…c’è qualcuno che può rompere il muro del suono”. Il Procuratore Riggio c’è riuscito.

(ha collaborato Jacopo Brugalossi)

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