Cronaca

“Fuori fuoco”, ma dentro la periferia dell’anima | Il film dei detenuti del carcere di Terni

“Vorrei dire a mio figlio che non crescesse troppo in fretta, perché mi sto perdendo tutto di lui” – è il pensiero di un papà che presto uscirà di cella e riabbraccerà suo figlio. Una delle tante storie che si ‘nascondono’ nel carcere di Terni, e potrebbero celarsi in tutte le carceri del mondo, dove si incrociano occhi, nasi, bocche, gesti.

Il confronto con il mondo del carcere è sempre tortuoso per ‘i liberi’ che, spesso, si trovano nella condizione di rapportarsi con il reato e non con l’uomo l’ha commesso.

Trascendere il reato per cercare di comprendere l’umano che c’è dietro, significherebbe trovare quella “fede nell’uomo” (parole dell’ex ministro Orlando pronunciate nei scorsi giorni alla Camera) che il film dei detenuti del carcere di Terni, “Fuori Fuoco”, ci esorta a fare in modo sommesso, senza la pretesa di indicarci il come.


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In carcere ci sono ‘i sommersi’ e ‘salvati’; i primi si lasciano andare a gesti estremi di violenza, sprofondano nella drammaticità della loro condizione. E di questi non conosceremo mai la disperazione. ‘I salvati’ sono coloro che concretizzano con ‘il trattamento’ carcerario la possibilità di sopravvivere a se stessi e a “alla periferia dell’anima”, definizione cara al regista Oreste Crisostomi, guida, educatore e formatore del progetto durato almeno 4 anni, sostenuto fermamente dalla direttrice Chiara Pellegrini.

Oreste Crisostomi e Chiara Pellegrini

La sensibilità e l’umanità di questa donna di altissimo profilo etico e professionale, hanno permesso di realizzare un progetto unico nel suo genere, vincendo le reticenze istituzionali che spesso si celano dietro al mondo carcerario.

Consegnare in mano ai dei detenuti una telecamera per 24 ore al giorno, a loro completa disposizione, ha richiesto un’alchimia di circostanze che hanno prodotto un risultato di straordinaria profondità; non solo come esperienza educativa e di maturazione per i detenuti, ma anche per i contenuti artistici del film, dove la simbologia e l’allegoria hanno una chiave fondamentale di interpretazione; a partire dalla gabbia scelta come locandina. Un disegno dell’artista Pistoletto, una gabbietta, appunto.

Poi il titolo, “Fuori Fuoco”. Fuori fuoco, perché il film è girato in modo brutale, con la scarsa conoscenza tecnica del mezzo di chi si trova al di là dell’obiettivo; perché rappresenta la condizione di vita dei protagonisti; perché è girato da mani ‘non armate’.

Sono stati gli stessi detenuti a lanciare l’idea del progetto, dopo uno dei pomeriggi dedicati al cineforum curato dal regista Crisostomi. Il film in proiezione era “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani che ha riscosso un successo unanime. Alla fine della proiezione, i detenuti hanno chiesto di poter realizzare qualcosa di simile. E così è stato, non senza difficoltà.

“Prima di autorizzare un progetto simile – precisa la direttrice Chiara Pellegrini nell’incontro che abbiamo avuto nel carcere di Vocabolo Sabbione – ho chiesto il permesso al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ci ha concesso il nulla osta. Anche il personale del carcere ha mostrato un atteggiamento positivo. Il fatto che poi ci fosse Oreste Crisostomi come referente, mi ha convinto fino in fondo nel realizzare quella sembrava solo un’utopia”.

Passione, dedizione, impegno di questi ‘ragazzi di vita’, hanno inaspettatamente consentito di raggiungere una mimesi artistica, dove non si racconta necessariamente la verità vera, ma quella poetica che, come un compasso, si estende anche fuori dal carcere stesso.

Speciale Tg1 – Fuori fuoco – 15/04/2018 – video – RaiPlay

Il carcere visto dall’interno a Speciale Tg1 in collaborazione con Rai Cinema. Sei detenuti si trasformano in registi e con la telecamera raccontano le loro vite e quelle dei compagni di cella. Storie di personalità, condanne, nazionalità differenti e un lavoro che è anche prospettiva per il futuro.

La telecamera viaggia anche all’esterno della casa circondariale, incontra personaggi inconsueti e racconta storie in cui le disuguaglianze, le diversità, le convergenze e le divergenze, si incontrano in valori universali. “Un progetto anti-identitario” lo ha definito Oreste Crisostomi, che spinge i sei autori del film (Rachid Benbrik, Erminio Colanero, Rosario Danise, Alessandro Riccardi (II), Slimane Tali, Thomas Fischer) a costruire una nuova identità ‘artistica’, immergendosi nel racconto cinematografico con una sorta di ‘cannocchiale rovesciato’, sovrapponendo cioè i piani temporali del presente e del passato.

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“Il trattamento, per i detenuti, è sempre un’esperienza di libertàsottolinea la direttrice Chiara Pellegrini il carcere è una restrizione dello spazio fisico, ma non di quello riservato al cuore e allo spirito. Sperimentare la libertà contribuisce all’arricchimento della dignità dei detenuti, due valori che non possono essere separati. Le persone inserite nei progetti – continua la direttrice – hanno un percorso detentivo e post-detentivo molto apprezzabile rispetto agli altri. Nell’immaginario generale, il sistema carcere è fondato sul rapporto di controllo tra istituto e detenuto; questo progetto dimostra che dare fiducia significa anche responsabilizzare e far maturare i detenuti”.

“Oggi è un altro giorno di carcere” – così uno dei deteunti ha risposto alla direttrice, un giorno, apprendendo che non ci sarebbe stata lezione ‘a scuola’, a sottolineare che mente e cuore continuano a vivere anche al di là delle sbarre.