Festival Spoleto, pubblico scatenato per Le Sacre du Printemps di Pina Bausch al Teatro Nuovo - Tuttoggi

Festival Spoleto, pubblico scatenato per Le Sacre du Printemps di Pina Bausch al Teatro Nuovo

Carlo Vantaggioli

Festival Spoleto, pubblico scatenato per Le Sacre du Printemps di Pina Bausch al Teatro Nuovo

Lun, 27/06/2022 - 10:00

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Nello spettacolo pomeridiano del 25 giugno si sfiora il soldout al Teatro Nuovo per lo splendido balletto dell' École des Sables

Se c’è una immagine che più di ogni altra resta scolpita nella testa di chi frequenta il Festival dei Due Mondi di Spoleto da tempo, è proprio quella degli spettacoli di danza al Teatro Romano.

C’è stata di sicuro una motivazione profonda, rivelatasi poi nel tempo una intuizione felice, se il M° Gian Carlo Menotti, fondatore del Festival, volle spostare il programma della danza principalmente al Romano.

Non potendo interpretare postume quelle intenzioni e potendo contare solo su quelle strettamente personali da frequentatore di lungo corso, quello che più ci colpisce del Romano è la possibilità di concentrazione sui movimenti visti a distanza relativamente ravvicinata e soprattutto con un punto di vista costante grazie alla conformazione a semicerchio del teatro e la non particolare altezza dello stesso. Per intenderci l’ultimo anello del Romano non alza la quota di osservazione in maniera netta come se invece si fosse, ad esempio, nei palchi laterali di terzo ordine del Teatro Nuovo.

Ecco perchè quando nei giorni scorsi abbiamo avuto la notizia che l’atteso spettacolo di apertura della sezione danza di Spoleto65, Le Sacre du printemps di Pina Bausch, interpretato per la prima volta da una compagnia di danzatori africani, la École des Sables (Senegal) e Sadler’s Wells (UK), veniva spostato per ragioni tecniche dal Teatro Romano al Teatro Nuovo, un po di dubbi sulla riuscita della operazione li abbiamo avuti.

La motivazione del trasferimento è ormai nota, e riguarda le dimensioni del palcoscenico necessarie alla compagnia per lo sviluppo della coreografia. Questione che ha visto qualche cortocircuito comunicativo tra la compagnia e gli uffici organizzativi del Festival. Tutto risolto ma con una predisposizione del Teatro Nuovo che sicuramente ha fatta la differenza.

Lo spettacolo, tra canicola e palcoscenico chilometrico

Nel tradizionale spettacolo del pomeriggio della domenica, ieri 26 giugno, il Nuovo è stato letteralmente preso d’assalto dal pubblico di ogni dove. A nostro parere peraltro, proveniente in buona parte da fuori città. Indifferenti alla canicola che ammantava ogni angolo di Spoleto (era caldissimo anche all’ombra), gli spettatori hanno preso posto su ogni sedia e strapuntino disponibile, Galleria inclusa, per un appuntamento che almeno nella prima rappresentazione (il famoso affollamento delle 6 prime nel giorno della inaugurazione del 24 giugno), aveva mortificato con un afflusso relativo il valore della proposta. Incredibile però come le cose possano cambiare così rapidamente e nel volgere di poche ore passando da un riempimento “relativo” ad uno quasi da soldout.

Oltre a Le Sacre du printemps, il programma in due parti presentava common ground[s], un nuovo lavoro ideato, interpretato e ispirato alle vite di due donne straordinarie: Germaine Acogny e Malou Airaudo. In questo pezzo tenero e poetico, Germaine Acogny, fondatrice dell’École des Sables e nota per essere la “madre della danza africana contemporanea”, e Malou Airaudo, icona del Tanztheater Wuppertal e interprete principale in molti dei primi lavori di Pina Bausch, esplorano le proprie storie e le proprie esperienze in uno spettacolo che le ha viste per la prima volta insieme sul palcoscenico.

Mentre Le Sacre du printemps di Pina Bausch era interpretato per la prima volta da una compagnia di danzatori africani. In questo lavoro pionieristico, con la musica di Stravinskij, una “eletta” viene sacrificata per ingraziarsi la benevolenza degli dèi in vista del ritorno della primavera.

I punti di osservazione

Si può dire che la bellezza di una coreografia corale come Le Sacre du printemps sta nel non avere sbavature da qualunque punto la si osservi. Un meccanismo perfetto di movimenti e linee che materializzano la ragione corale e individuale di un microcosmo ideale.

Nel caso specifico del balletto visto al Teatro Nuovo, è stato subito evidente il perchè della necessità di un nuovo contenitore. Il palcoscenico si è allungato in maniera consistente coprendo interamente anche la buca dell’orchestra, creando un effetto particolare per cui dall’alto del terzo ordine si aveva l’impressione di un una scena che entrava dritta in platea.

Cosa questa che al Teatro Romano sarebbe stata tecnicamente di difficile realizzazione. Oltrettutto l’idea di una coreografia corale come quella de Le Sacre du Printemps vista in spazi aperti invece che nel contenitore circoscritto del Nuovo, fa sicuramente la differenza.

Tuttavia il risultato è stato di grande fascino. Merito anche de ballerini che sono riusciti ad abbattere le pareti del Nuovo, aprendo la mente a molti dei presenti. anche se praticamente osservati ballare con una prospettiva quasi totalmente verticale, senza poter apprezzare fino in fondo la profondità dei movimenti

Spettatori decisamente eccitati, che hanno applaudito più che calorosamente. Un affetto ed una partecipazione al limite del concerto Rock.

Tutto concertato con sapienza e con la buona dose di concretezza liberatoria che solo Pina Baush, nella sua maturità creativa, ha saputo offrire al suo pubblico.

Incluso il lungo intervallo di quasi 20 minuti in cui i tecnici di scena a sipario aperto (per ovvi motivi di lunghezza del palcoscenico) hanno preparato la scena de Le Sacre du Printemps, con tanto di chiodi e martello e cassonetti ricolmi di una sorta di terra-sabbia che è stata stesa per tutto il palcoscenico, con tanto di applausi finali a macchinisti e attrezzisti. Sarà una idea bislacca, ma il tutto era improntato a movimenti simili ad una coreografia, un balletto nel balletto.

Nel primo tempo dello spettacolo, commovente l’accoglienza e l’omaggio tributato dal pubblico spoletino per common ground[s],  alle straordinarie Germaine Acogny e Malou Airaudo. Due artiste che riescono ad emanare fascino anche con movimenti minimi, di una delicatezza incalcolabile.

Un pomeriggio caldissimo e bello.

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