Niente tavolo dei relatori, niente file di sedie a fissare un palco. A Palazzo Racani-Arroni, sede dell’ufficio stampa del Festival dei Due Mondi, soprani e coreografi, registi e mecenati si mescolano ai giornalisti in una collettiva di calici, strette di mano, complimenti e interviste. In mezzo, il direttore artistico Daniele Cipriani che, microfono in pugno, chiama gli artisti uno a uno: è il battesimo di un format nuovo, pensato per far incontrare chi il Festival lo fa e chi lo racconta: onviviale più che conferenza. “Un format nuovo”, lo ha definito la direttrice della comunicazione Stefania Vismara aprendo la mattinata, “che vuole davvero mettere insieme gli artisti, i mecenati, i partner e i giornalisti”. Cipriani, preso il microfono con una battuta, ha trasformato il saluto in una passerella di volti, produzione per produzione.
Il filo è partito dall’opera che ha inaugurato la sessantanovesima edizione: Vanessa di Samuel Barber, su libretto proprio del fondatore del Festival tornata a Spoleto sessantacinque anni dopo il suo debutto europeo, andata in scena al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti con grande successo e in replica nelle sere successive. Cipriani ha ringraziato il regista Leo Muscato, anche Consulente per l’Opera e la Prosa della kermesse spoletina, che ha commentato il debutto: “un momento di pura magia”. Presenti e presentati tutti gli attori del cast (tranne proprio Vanessa): mezzosoprano americana Kayleigh Decker (Erika), la Baronessa di Helene Schneiderman, il giovane Anatol del sudafricano Lulama Taifasi, e il baritono americano Rod Gilfry nel ruolo del Dottore — quello, ha scherzato il direttore, “che avrei potuto interpretare io, se solo fossi stato un bravo cantante”. Con loro i giovani Nicolò Lauteri e Mattia Ribba (prestiti del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto), e sul podio la direttrice d’orchestra sudcoreana Sora Elisabeth Lee, alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna.
Non è mancato il richiamo al vero primo sipario del Festival, quel Dead as a Dodo della compagnia Wakka Wakka i cui protagonisti — Cipriani lo ha fatto notare con un sorriso — si riconoscono subito anche fuori scena: “ovviamente li vediamo tutti in nero”.
L’incontro è diventato così una mappa del fine settimana. Per la danza, Cipriani ha celebrato la Rambert, la più longeva compagnia britannica, che festeggia a Spoleto il proprio centenario con uno spettacolo in prima europea e il cui direttore artistico, Benoit Swan Pouffer, presente in sala, avrebbe ricevuto in serata il Premio Carispo. E ha annunciato il debutto serale del progetto di danza e musica firmato dal coreografo Marco Goecke — autore lungamente ammirato e già programmato dal direttore prima del suo arrivo a Spoleto — con Matteo Miccini, primo ballerino del Balletto di Stoccarda, a danzare sulla partitura originale del maestro Kirill Richter, in scena con il suo trio in un suggestivo gioco di cerchi concentrici: i musicisti al centro, il danzatore intorno.
Sul versante della prosa, il momento più atteso resta il Platonov di Peter Stein dal testo giovanile di Čechov: quasi cinque ore di spettacolo che Cipriani ha confessato di aver visto finora solo nella prima parte — “per i ritmi del Festival” — promettendo di tornare per il resto. L’interprete del ruolo del titolo, Alessandro Averone, e Maddalena Crippa firmano, con Stein, un lavoro definito “straordinario”. A seguire, il debutto di un “nuovo amico” del Festival, Ivan Cotroneo, in scena con Beppe Fiorello: uno spettacolo dal tema forte che il direttore, avendone visto la generale, ha già promosso a pieni voti. “Sono emozionatissimo”, ha detto Cotroneo dal microfono, “fiero e orgoglioso di essere qui”.
Cipriani ha rivendicato anche la vocazione visiva di questa edizione: l’inaugurazione, proprio in quelle ore, della mostra di Giuseppe Penone a Palazzo Collicola — con l’invito a non perdere l’opera installata in città — e la collaborazione con Iole Siena del Gruppo Arthemisia per le grandi esposizioni, fino alla mostra che il giorno seguente festeggerà festeggiato il centenario di Dario Fo, realizzata con i Musei dell’Umbria. Tra gli ospiti, applaudito, Costantino D’Orazio, da poche ore nominato dal Ministero della Cultura nuovo direttore generale Creatività Contemporanea — “ora sappiamo a chi chiedere i fondi”, ha ironizzato Cipriani.
Spazio infine alla formazione e ai giovani, che il direttore ha definito “particolarmente importanti”. Prosegue da quasi vent’anni il sodalizio con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, la cui direttrice è stata invitata a presentare Atti segreti per persone anonime, lavoro corale firmato da Claudio Tolcachir. E con Beatrice Rana e il coordinatore per la musica classica Alessandro Tommasi — assente giustificato sabato scorso, ha rivelato il direttore, “perché si stava sposando” — nasce la Festival dei Due Mondi Academy: ventidue giovani musicisti in residenza per tutta la durata della kermesse, che studieranno in tre piccole chiese del centro sotto la guida di maestri come Andrea Obiso e Giovanni Sollima. Tutte le lezioni saranno aperte al pubblico, “se volete capire quello che c’è dietro prima di arrivare al concerto”.
Poco meno di un’ora, poi Cipriani si è congedato e la stanza, da conferenza, è tornata conversazione.