Festival dei 2Mondi

Dead as a Dodo, ovvero l’odissea sparkling dell’uccello che si rifiutò di restare estinto

C’è un’ironia che solo il teatro sa permettersi: per inaugurare un festival costruito sul tema delle “Radici”, il primo sipario che si alza a Spoleto lo fa su uno scheletro. Anzi, su due. Nel buio di una caverna sottoterra, dove la vita sembrerebbe l’ultima cosa possibile, comincia Dead as a Dodo — ed è da quel fondo di terra e d’ossa che parte tutto. La prima vera alzata di sipario della sessantanovesima edizione del Festival dei Due Mondi, la prima firmata dalla direzione di Daniele Cipriani, sceglie di nascere dalla fine. Dall’estinzione. E da lì, contro ogni aspettativa, decide di risalire.

Non poteva esserci biglietto da visita più audace per un’edizione che si interroga sul passato come fondamenta del presente. Lo spettacolo della compagnia newyorkese Wakka Wakka — qui alla sua prima nazionale assoluta in Italia, mai rappresentato nel nostro Paese prima di questo Festival dei Due Mondi — prende il simbolo universale della scomparsa e lo ribalta come un guanto.

Il dodo, ovvero la rinascita travestita da lutto

Il dodo è morto, è scomparso. Lo sappiamo tutti: ultimo avvistamento confermato nel 1662, sull’isola di Mauritius, dopo che l’arrivo dell’uomo e delle specie da lui introdotte spazzarono via in pochi decenni un uccello che non aveva imparato ad avere paura. È diventato, il dodo, il logo stesso dell’estinzione, l’animale che si cita quando si vuole dire “finito per sempre”.

Ed è proprio qui lo scarto geniale di Wakka Wakka: prendere l’emblema della morte definitiva e farne il protagonista di una rinascita. Il dodo di Dead as a Dodo non resta estinto. Riconquista, lungo il viaggio, prima due piume — piume della speranza, perché sono loro a richiamare la vita — poi carne e sangue, infine l’elevazione, la risalita verso la superficie, verso la luce. Non solo torna a vivere: avrà persino un figlio. Comincia, sul finale, The Age of the Dodo, l’età del dodo. L’animale-simbolo della fine diventa il primo vagito di un nuovo inizio.

Un’odissea sotterranea, raccontata dalla luce

Quello che la Wakka Wakka Productions mette in scena è un’odissea nel senso pieno del termine: un viaggio di mondo in mondo, di passaggio in passaggio, quasi dal sapore del Piccolo Principe, surreale qui, magico là, e sempre, costantemente scintillante. Si parte dalla caverna, dove due scheletri amici si tengono compagnia sottoterra, fatti di quelle poche ossa che restano di un mondo che fu. Poi la caverna diventa fiume: il fiume della vita e allostesso tempo pericoloso che trascina il dodo verso l’alto mentre intorno si aprono scene nuove.

L’allestimento è una meraviglia di sottrazione. Teli, tende, fili: pochi materiali, manovrati con tale intelligenza che la stessa stoffa, increspandosi, diventa la corrente del fiume — e il fruscio del telo è il rumore dell’acqua che scorre. Sopra e sotto quella superficie liquida, con colori fluo che pulsano nel buio, nuotano il pesce e i due protagonisti. Compare, a un certo punto, perfino un mammut. Tutto è movimentatissimo, allegro, e la magia non è mai un trucco nascosto: è costruita a vista, davanti a noi, dalla luce. A dare profondità a quel sottosuolo in continua metamorfosi è il lavoro della video artist e projection designer greca Erato Tzavara, tra le voci più riconoscibili nell’integrazione di animazione, video e scenografia digitale nel teatro contemporaneo: le sue proiezioni illustrano l’azione, fondendosi gli elementi in scena fino a rendere indistinguibile dove finisca la materia e cominci la luce.

Otto animatori che scintillano nel nero

Il cuore pulsante dello spettacolo sono i suoi otto animatori, gli attori-marionettisti del teatro di figura, che danno vita ai personaggi muovendone arti e gesti con una manipolazione fisica prodigiosa. Sono vestiti di nero, ma costellati di luci: scintillano, sparkling, parte integrante e visibile dell’incantesimo, mai nascosti come di solito vuole la tradizione delle marionette. E cantano, dal palco, accompagnando con le loro musiche cambi di scena continui e fluidissimi. I burattini, sotto le loro mani, ballano, saltano, scompaiono e ricompaiono. A tenere insieme l’intera odissea è la partitura originale del compositore islandese Thor Gunnar Thorvaldsson, collaboratore stabile di Wakka Wakka, le cui colonne sonore danno ritmo e tensione, oltre che corpo al racconto.

Lo spettacolo è quasi interamente in inglese, con una deliziosa eccezione: il pescatore, che canta in italiano citando l’iconico mandolino.

Photo by Adam Kissick for APAP.

La paura di scomparire, e l’abbraccio che resta

Sotto la superficie scintillante batte un cuore adulto. Mentre il dodo risale verso la vita, il suo piccolo amico scheletro compie il cammino opposto: mentre il Re delle Ossa e la sua principessa sottraggono, una a una, le ossa dal Regno dei Morti per diventare più potenti, lui le sostituisce con ossa magiche, finché non resta più nulla da sostituire. La sua paura più grande, scomparire, si avvera e quando non c’è più nulla da perdere anche il Re, ossia la morte, muore. Due amici, due strade divergenti: l’una verso la vita, l’altra verso la scomparsa. Resta l’abbraccio finale, tra due figure che ormai appartengono a mondi diversi. Lo scheletro scava, scava, scava — e scavando, mentre sparisce, ritrova l’amicizia in un’altra forma.

Vita e morte, memoria e separazione, la paura di sparire e la certezza che, in fondo, una vita da cantare c’è sempre. Dead as a Dodo è uno spettacolo apparentemente per bambini, divertente e luminoso, e nello stesso tempo una lunga metafora per adulti su cosa ci tiene insieme. È teatro di figura nel senso più nobile: un mondo sotterraneo in perenne mutamento, che prende vita davanti agli occhi.

La firma di Wakka Wakka

Fondata a New York nel 2001 dai co-direttori artistici Kirjan Waage e Gwendolyn Warnock, Wakka Wakka è una compagnia no-profit acclamata, specializzata in teatro visivo e di figura d’avanguardia. Nel suo palmarès figurano un Obie Award, un Drama Desk Award e citazioni d’eccellenza UNIMA; Dead as a Dodo stesso — coproduzione con il Nordland Visual Theater norvegese — ha collezionato una candidatura ai Drama Desk per il miglior puppetry. Tutti i burattini sono progettati e realizzati a mano dalla compagnia. Lo spettacolo non vive da solo: è il capitolo conclusivo della trilogia ANIMALIA, dedicata al rapporto tra esseri umani, estinzione e futuro del pianeta.

Prima di approdare a Spoleto, lo spettacolo aveva girato soprattutto all’estero — tutto esaurito a New York e in festival internazionali statunitensi, fino allo Spoleto Festival USA di Charleston, città storicamente gemellata con il Festival dei Due Mondi.