Di Ada Spadoni Urbani (*)
L'Istat ha diffuso notizie positive sull'occupazione in Italia: a novembre scorso il numero degli occupati risulta in aumento rispetto a un anno fa. Dunque in Italia più che in Francia e Germania tornano al lavoro i cassaintegrati. Resta preoccupante il tasso di disoccupazione giovanile che, all'interno di un quadro positivo, tocca il 28,9% del totale, con un aumento del 2,4% rispetto al novembre 2009.
E' evidente che questo dato si riversa in maniera pesante anche sulla formazione di nuove famiglie e quindi sulla crescita demografica. Ma michiedo se davvero manchino occasioni di lavoro per i giovani o, negli anni, la società italiana abbia subito una trasformazione culturale profonda nel modo di percepire il lavoro. Per cominciare un fatto: in Italia continuano a giungere lavoratori stranieri. Ciò significa che ci sono lavori scartati da molti giovani italiani, almeno in certe regioni. Se ciò avviene, e avviene, occorre recuperare il valore della dignità del lavoro, di ogni lavoro. Abbiamo costruito, nella nostra mente, lavori di serie A e di serie B. Ma tutti i lavori restituiscono senso e dignità alla vita di un giovane se è vero, come lo è sempre stato, il detto che “il lavoro nobilita l'uomo”. Nessuno deve essere condizionato, nemmeno da giuste ambizioni, ad aspettare anni in famiglia prima di iniziare a lavorare, magari con la felicità della mamma.
Non lo dico io. L'Istat ha diffuso, nei primi giorni dell'anno, una statistica che riguarda anche i giovani in Umbria, tra i 20 e i 34 anni. Il 64% di loro vive nella casa paterna malgrado in gran parte siano occupati, spesso in maniera stabile. Il 44% dei ragazzi umbri afferma di stare bene così e quasi uno su tre dice che andarsene da casa significa dover sostenere una vita con troppi sacrifici. Certo, la crisi economica non aiuta, ma non bisogna nemmeno nascondersi che questi fattori culturali determinano la mancanza dell'iniziativa necessaria a intraprendere nuove attività economiche. Si cerca sempre di più un lavoro dipendente o statale.
E' entrata nel vissuto della gente una cultura che rifiuta a priori lavori che altre generazioni hanno svolto volentieri e con dignità, magari in attesa di occasioni migliori, ma che, intanto, consentivano autonomia e una vita normale. Ecco, forse si è un po' perduto il senso di quello che è la normalità per i nostri ragazzi, ridotti ad una dipendenza che, sempre più spesso, limita la loro crescita umana e sociale.
(*) Senatrice Pdl