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Disastro Vajont, 50 anni dopo il racconto di uno dei partecipanti della missione Scout dell'Umbria

Redazione

Disastro Vajont, 50 anni dopo il racconto di uno dei partecipanti della missione Scout dell'Umbria

Mer, 09/10/2013 - 10:37

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Disastro Vajont, 50 anni dopo il racconto di uno dei partecipanti della missione Scout dell'Umbria

Di Bernardino Ragni (*)

Il 12 luglio 1963 avevo compiuto 17 anni. Il 9 ottobre dello stesso anno buona parte del Monte Toc è franata nel bacino idroelettrico del Torrente Vajont scodellando milioni di metri cubi d’acqua, dapprima su Casso ed Erto abbarbicati in fianco destro della strettissima valle la quale, come una condotta forzata, li ha poi sparati su Longarone, per invadere quindi l’amplissima valle del Piave, procurando uno dei peggiori disastri ambientali da colpa umana della storia d’Italia.

Non avevo ancora raggiunto l’età per diventare rover, allora fissata a 18 anni, ma la mia corporatura e, probabilmente, maturità, convinsero i capi che potevo essere oggetto di dispensa e quindi partecipare, con quel “grado”, alla missione umbra di volontariato scout per la tragedia del Vajont.

Frequentavo il terzo anno del prestigioso Istituto Tecnico “Giovanni Spagna” di Spoleto e, quando comunicai al preside Lionello Leonardi l’intenzione di partecipare a quella missione, egli non ne fu entusiasta. Valutava l’impresa molto al di sopra della mia età e delle mie capacità psico-fisiche, fonte possibile di stress (si direbbe ora, ma cinquant’anni fa non usava) ed il mio curriculum scolastico ne avrebbe senz’altro risentito. Il preside Leonardi era persona saggia, buona e molto attenta nei confronti dei suoi studenti; poteva avere ragione, ma io avevo deciso e partii.

Degli scout umbri che partecipavano alla missione Vajont ricordo un capo, adulto di Perugia, responsabile del gruppo, Cleto, qualche anno più grande di me, simpaticissimo folignate che ci ha procurato isole di sorriso per tutta la durata dell’impresa e, naturalmente, Enrico Biagioli, carissimo amico d’infanzia, adolescenza e prima giovinezza. Gli altri sono ormai “ombre” senza nome e senza sembianze. Cleto credo di averlo rivisto quarant’anni dopo a Foligno, acquistando da lui, del tutto casualmente, un giaccone. Mi disse “lei sa fare gli affari” ma, come solito suo, non si poteva sapere se ti portava in giro o diceva sul serio. Non gli dissi niente e, naturalmente, poteva non essere lui.

La mia famiglia era molto combattuta. La robusta fede cattolica e una decisa inclinazione alla solidarietà e alla carità sostenevano le ragioni della partecipazione; la giovanissima età del figlio, nipote e fratello, la lontananza e le praticamente sconosciute ma tragiche condizioni sociali e ambientali dei luoghi dove si sarebbe trovato ad operare, incutevano profonde paura e preoccupazione. La mia determinazione non ammise alternative alla partenza. Mia madre corse da “Tommasino” negozio di stoffe e abbigliamento ed acquistò il primo capo specializzato della mia vita, una splendida, costosissima giacca a vento blu-notte “Lanerossi” alla quale era stato affidato il compito di proteggermi dal freddo e umido autunno alpino, e lo fece molto bene.

La sera della partenza con Enrico salimmo sul treno che già portava i ternani, avrebbe raccolto i folignati e, da Perugia, raccolti i perugini, avrebbe lasciato l’Umbria alla volta del lontano Veneto. Viaggiammo tutta la notte, fumavo con entusiasmo e atteggiamento “da grande” l’aromatico tabacco Clan nella mitica pipa con testa di toro che lo zio Giampe mi aveva regalato, o al quale avevo sottratto. Ricordo l’austera e fredda stazione ferroviaria di Belluno, stremato dal sonno perso e dalla stanchezza da viaggio, eccitato e tesissimo per la grande, ignota impresa che mi aspettava.

Una corriera ci trasportò al centro di accoglienza e permanenza, allestito in un istituto religioso con annesso convitto o collegio, dove avremmo consumato le cena, le prime colazioni e pernottato in camerata. Enrico era sempre con me ed io con lui, il nostro legame ha svolto un ruolo fondamentale nella resistenza ai momenti difficili, faticosi, dolorosi che ci attendevano.

Fummo interpellati sulla funzione che intendevamo svolgere nel programma di volontariato, anche in base alle attitudini e alla capacità di resistere in situazioni di difficoltà ambientale. Quasi tutti decidemmo di provare a lavorare nelle situazioni più svantaggiate, meno guarnite, altamente impegnative dal punto di vista fisico e psichico. In sostanza preferimmo lavorare al cimitero di Fortogna e non ai centri di raccolta, selezione, stoccaggio e smistamento viveri, indumenti e medicinali di Longarone. Non avevamo fatto tanta strada per affettare panini.

Il minuscolo cimitero di Fortogna era collocato su un ampio terrazzo fluviale in riva destra del Piave, qualche decina di metri a monte della strada statale, qualche chilometro a sud di Longarone. Qui era stata collocata la centrale di raccolta dei cadaveri e dei resti delle vittime del Vajont: il luogo più critico, tragico, angosciante di tutto il vasto sistema di soccorsi organizzatosi dopo il 9 ottobre, esteso da Longarone alla Laguna Veneta lungo la valle del Fiume Piave. Qui, con Enrico e Cleto, prestai la mia opera scout, qui persi le mie ingenuità e spensieratezza giovanili.

Gran parte del gruppo non superò il primo giorno di lavoro al cimitero di Fortogna. Molti di noi riuscirono ad essere utili in altre mansioni e altri luoghi, altrettanto necessari e funzionali. A pochi minuti dalla entrata in servizio aiutammo a scaricare dalla campagnola dei pompieri e vuotare due voluminosi sacchi di plastica trasparente sporchi di fango: uno conteneva l’enorme piede sinistro di un uomo adulto di statura molto alta stroncato poco sopra caviglia, l’altro la testa nettamente recisa al collo di una bambina di 8-10 anni adornata di una bionda lunga coda di cavallo.

Il camposanto di Fortogna era molto ben organizzato: una breve strada, all’uopo allargata fino a due corsie di marcia, saliva ripida dalla statale sottostante al vasto ripiano quasi completamente pianeggiane, relativamente stretto e molto lungo, che l’azione millenaria del Piave aveva realizzato tra il suo letto ed il piede orientale delle Dolomiti Bellunesi. Relitti di campi, con filari di granturco ancora in piedi, cedevano il passo alle continue opere di modellamento e livellamento necessarie alla progressiva espansione del nuovo, speciale cimitero. Dalla sottostante statale la strada conduceva diritta al quartier generale centrale, caratterizzato dalla grande tenda dell’accoglienza. Qui i mezzi dei pompieri e degli altri Corpi addetti al recupero, conferivano le vittime del Vajont raccolte lungo il Piave, fino alla Laguna Veneta. Erano chiuse in grandi sacchi di plastica insieme agli eventuali effetti personali che potevano essere attribuiti a ciascuna di esse. Aiutavamo a scaricare i sacchi e la camionetta ripartiva. Aprivamo i sacchi e li vuotavamo su uno spiazzo di cemento impermeabile e lavabile realizzato ad hoc. Lavavamo e disinfettavamo con la massima accuratezza possibile i corpi o le loro parti, cercavamo di comporli individualmente, quindi venivano fotografati e veniva loro attribuito un codice univoco individuale. I codici venivano stampati a sbalzo su targhette di lamierino zincato. Prelevavamo dai corpi o loro parti tutti gli effetti personali eventualmente ancora presenti (anelli, collane, bracciali, orologi, fermagli, spille…) che venivano riposti in un sacchetto di plastica assieme allo stesso codice individuale. La vittima veniva poi avvolta in un lenzuolo bianco, quindi in un telo di plastica trasparente, poi deposta in una cassa di legno crudo sulla quale si chiodava o avvitava il coperchio della stessa fattura. Su quest’ultimo si chiodava o avvitava una targhetta identica a quella associata al corpo o sue parti. Caricavamo a spalla i feretri nel cassone dell’autocarro dedicato al loro trasporto, in un solo strato, senza sovrapposizioni. Quando il cassone era pieno il camion si muoveva lentamente alla volta di una delle tante fosse comuni, scavate con geometrica regolarità, di forma rettangolare, profonde 2-3 metri. Accompagnavamo l’autocarro a piedi, questo faceva manovra e si avvicinava in retromarcia ad uno dei lati corti della fossa, sul ciglio della quale era appoggiato un declive e robusto scivolo, costruito con tavole di legno crudo, che conduceva al fondo pianeggiante dello scasso. A spalla portavamo le casse delle vittime del Vajont nella fossa adagiandole con cura e rispetto a cominciare dal lato opposto alla rampa lignea, una a fianco dell’altra, finché, deposto l’ultimo feretro i quattro risalivano in superficie tramite una scala a pioli. Subito dopo la ruspa cominciava a depositare la terra precedentemente estratta sulle casse sottostanti, con attenzione e rispetto senza provocarne il danneggiamento o la rottura. Quando la fossa era riempita si infiggevano due croci ai due estremi, recanti un numero di codice univoco al quale faceva riscontro l’elenco delle vittime del Vajont, con i loro codici individuali, che ivi riposavano.
Non distante dalla grande tenda dell’accoglienza era piazzata l’altra grande tenda del riconoscimento. Qui erano esposte tutte le fotografie delle vittime del Vajont custodite nel nuovo cimitero di Fortogna, corredate del loro codice al quale corrispondeva l’ubicazione planimetrica di ciascuna cassa in ciascuna delle fosse comuni. Gli effetti personali di ciascuna vittima erano custoditi a parte e sorvegliati dai carabinieri. Era un via-vai di famigliari, parenti, conoscenti che cercavano, con disperato pianto o con ammutolito dolore, di riconoscere o non riconoscere i cari che non avevano trovato altrove.

In adiacenza e continuità con la tenda dell’accoglienza c’era la tenda dell’infermeria-farmacia, perennemente presidiata da medici e paramedici, che avevano la responsabilità e la direzione di tutte le fasi di lavoro, dall’arrivo delle camionette all’inumazione delle bare. Di queste figure ne ricordo con vivezza solo tre: un efficientissimo e simpatico medico inglese, capo dello staff e primo responsabile delle operazioni di natura medico-sanitaria che si svolgevano a Fortogna, una sua collaboratrice, anch’ella inglese ed anch’ella dagli occhi azzurri e dai capelli biondi, altrettanto efficiente e simpatica, un paramedico abruzzese, dalla faccia e bocca larghe e sorridenti marcate da baffi e capelli neri, instancabile, cordiale, buono. Era compito prevalente di quest’ultimo il primo lavaggio e la prima disinfezione dei corpi e loro parti delle vittime del Vajont, della piazzola di lavoro, degli indumenti impermeabili, di tutto ciò che doveva essere conservato e riusato nelle operazioni dirette sui cadaveri. A tale scopo indossava e azionava pressoché costantemente una pompa irroratrice a spalla e stantuffo, del tipo che una volta si usava per il trattamento fitosanitario delle viti e degli alberi da frutto. Quel disinfettante, costituito dalla cancerogena formalina a vari gradi di diluizione in acqua, veniva abbondantemente spruzzato anche su di noi. L’abruzzese non indossava il camice bianco ma una tuta da lavoro o un camice scuro da lavoro; gli inglesi indossavano, naturalmente, camici bianchi.

I due inglesi provenivano direttamente da Scopje in Macedonia dove il 26 luglio dello stesso anno un catastrofico terremoto aveva mietuto migliaia di vittime e sconvolto una intera regione montuosa. Essi, accorsi fin dall’indomani della tremenda scossa nella repubblica socialista balcanica, vi stavano ancora prestando la loro preziosa opera volontaria quando, giudicando la catastrofe del Vajont ancora nel pieno dell’emergenza e quella macedone ormai meno urgente, si sono trasferiti nella valle del Piave per mettere a disposizione la loro esperienza e la loro generosità.

Anche noi volontari scout indossavamo camici bianchi abbottonati sul dorso, assieme a stivali di gomma al ginocchio, guanti di gomma a mezzo braccio, inutili mascherine di cotone. Per poter operare anche sotto la pioggia avevamo in dotazione splendidi impermeabili a giaccone lunghi fin sotto il ginocchio, di colore grigio chiaro, abbottonati sul davanti e dotati di cappuccio. Erano robusti ed efficientissimi: ancora oggi, dopo cinquant’anni, il mio impermeabile di Fortogna è integro e funzionale, come nuovo. Un camice, due guantoni e una mascherina sono rimasti appesi per anni ad una parete della Sede di San Gregorio a Spoleto, come concreti testimoni di una indimenticabile impresa di volontariato scout.

Per i volontari scout addetti al camposanto di Fortogna la giornata cominciava prima del sorgere del sole, alzandoci dai letti schierati nella camerata del collegio che ci ospitava, lavandoci e sedendo subito dopo sulle panche del refettorio per consumare la prima colazione servita dalle sollecite suore che gestivano l’istituto. Alle prime luci dell’alba salivamo sul cassone dell’autocarro che ci avrebbe trasportati sul posto di lavoro. L’aria gelida dell’ottobre alpino ci affettava i visi e le mani, ma la giacca a vento di mia madre e l’adolescenza costituivano un eccellente riparo contro il freddo ma, più di tutto aveva la meglio sul disagio fisico la potentissima tensione mentale e morale generata da ciò che stavamo facendo e da ciò che ci aspettava in quello specialissimo luogo.

Dal momento in cui, a Fortogna, scendevamo dal camion al momento in cui dodici ore più tardi risalivamo sul cassone, la mente, i sensi, le membra erano costantemente catturati da quel lavoro durissimo, meraviglioso, tragico. A mezzogiorno circa ci fermavamo per consumare, quasi sempre nella tenda dell’infermeria-farmacia, il panino-pranzo, dopo esserci solamente sfilati i guantoni di gomma. Era il momento del piccolo oblìo nel corso del quale la pietas, il dolore e l’orrore, si sospendevano con battute sulle situazioni grottesche, brevi racconti delle nostre vite, tentativi non indecorosi di imparare l’inglese e di insegnare l’italiano. Poi, apparentemente come se nulla fosse, ritornavamo a quel lavoro che nessuna rappresentazione scritta, verbale, visiva potrà mai adeguatamente descrivere e comunicare. A metà pomeriggio c’era la possibilità, che non sempre e non tutti potevamo cogliere, di sorbire un caldo tè, caffé, orzo. La mia sfrenata passione per gli animali, che sarebbe poi diventata una professione da ricercatore e da docente universitario, mi concedeva momentanee evasioni: da Fortogna vidi per la prima volta i grandi corvi imperiali roteare solennemente sui contrafforti dolomitici che vi incombevano. Il lavoro poteva protrarsi anche ben oltre il tramonto, fino alla sera quasi-notte alla luce dei riflettori, allorquando una vittima del Vajont non fosse ancora stata affidata al decoroso e rispettoso abbraccio del legno o della terra.

Probabilmente lo stesso autocarro del mattino ci faceva di nuovo rabbrividire fino al nostro rifugio, dove il calore umano ed il freddo degli stanzoni ci attendevano. Ci lavavamo in fretta, non ricordo se siamo mai riusciti a farci una doccia, ma ne dubito, quindi sedevamo di nuovo sulle panche del refettorio per la cena, cucinata e servita dalle carissime suore. Quello era un vero pasto, finalmente. Caldo e abbondante, tanto che esageravamo regolarmente, ma penso che il bilancio tra lavoro svolto e risorse ingerite non riuscisse ad essere mai positivo. Dopo cena fumavamo, conversavamo, incontravamo gli altri umbri e ci scambiavamo esperienze, opinioni, sensazioni. Sonno e stanchezza ci portavano presto in camerata. Qui, l’estrema tensione della giornata, l’abbondante cena serale, il freddo patito sul cassone del camion e quello del grande dormitorio, potevano turbare i nostri sonni. Spesso, a turno, eravamo svegliati dalle grida e dagli incubi del vicino. Una notte Enrico si sentì male e vomitò la cena nello spazio tra i nostri letti. Ovviamente il fatto non ci turbò minimamente, ma consentì a Cleto di portare in giro Enrico con il suo: “Che fai Errì?! Ce fai li gattucci?”. Naturalmente non finì lì e “Li gattucci de Errico” valicarono le mura del convitto e quella tarda ora notturna, donandoci attimi di giovanile leggerezza.
Non ho contato quante fossero le vittime del Vajont o loro parti con le quali la mia mente, i miei sensi, i miei sentimenti, le mie mani sono entrati in contatto dalla prima volta che ho messo piede nello speciale cimitero di Fortogna fino a quando non vi ho fatto più ritorno: mille ritengo che sia una stima ragionevole e verosimile. Bambini, bambine, fanciulli, fanciulle, giovanotti, giovanette, uomini, donne, anziani, anziane, vecchi, vecchie. Vestiti, ma i più spogliati, seminudi, nudi. Pochissimi integri, quasi tutti lacerati, amputati, devastati, dalla grande macina dell’ondata d’acqua, di pietre, di alberi e di ferri. Un bambino di 5-6 anni con una bella, grande testa tondeggiante ed il corpo gracile nudo intatto, gli occhi spariti nelle grandi orbite, aveva qualcosa che faceva capolino nella bocca semiaperta, della quale mi accorsi mentre lo ripulivo: uno stecco che afferrai delicatamente per rimuoverlo divenne poi un lunghissimo ramoscello che non finiva mai e che trascinava con se frammenti di organi e visceri, era lungo quasi come tutta la piccola vittima del Vajont. Una fanciulla quattordici-quindicenne dai lunghi capelli biondi era già praticamente pulita, indossava un lungo abito bianco fino alle caviglie, solo leggermente chiazzato di limo, che aderiva al corpo acerbo di adolescente, bellissima, intatta rispettata dalla ferocia della catastrofe. Un grande uomo nerboruto, nudo, quasi completamente integro aveva lo scroto tagliato di netto, come da un rasoio, aperto con i bianchi testicoli esposti ancora trattenuti dai dotti deferenti. E poi mani, braccia, gambe, teste, tronchi. Sotto il sole a picco del mezzogiorno, portando a spalla una bara di legno crudo, un getto di sangue putrescente mi colò sulla guancia sinistra, poi sul collo, quindi penetrò sotto la camicia arrivando al petto, dove lo fermai comprimendo gli indumenti sul corpo. Finimmo il lavoro e mi pulii alla meglio con garza, cotone e alcool denaturato.

Più strazianti dei morti erano i vivi che li cercavano. Una madre disperata aveva riconosciuto l’amatissima figlia sulla foto esposta nella tenda del riconoscimento, singhiozzando senza tregua ci costrinse a scavare nel punto della fossa dove risultava sepolta la sua cassa, a nulla valsero i nostri tentativi di convincerla a desistere in quanto erano ormai passati diversi giorni e ciò che avrebbe visto sarebbe stato insopportabile. Riprovammo ancora prima di schiodare il coperchio del feretro ma fu inutile. Quando scostammo prima la plastica poi il lenzuolo non più bianco, il bellissimo volto che ci aveva stupiti giorni prima era ormai corrotto e inesorabilmente cancellato. Quella madre, sul ciglio della fossa tentò di gettarsi in quell’abisso supplicandoci di seppellirla con la figlia. Da altri di noi e dai suoi congiunti fu sollevata e allontanata, mentre ricomponevamo la fanciulla dai capelli d’oro nella sua ultima dimora.

Distogliemmo le nostre menti ed i nostri sensi da Fortogna solo in due occasioni, per una visita a Longarone ed un’altra alla valle del Vajont, dalla quale era uscito l’inferno. A Longarone facemmo un giro per la bella cittadina devastata ed andammo a trovare i nostri amici scout che prestavano servizio al grande centro di raccolta e smistamento viveri, indumenti e medicinali di prima necessità. Ricordo benissimo solo due scene, a loro modo simbolo della bassezza umana: una rotaia del treno che percorreva la valle del Piave parallelamente al fiume, strappata come un fuscello dal binario e scagliata contro un lampione che aveva resistito all’urto ed intorno al quale essa s’era avvolta come una grottesca, macabra cravatta, simbolo della criminalità politica, sociale, culturale che aveva generato l’immane disastro; nell’edificio scolastico adibito a magazzino un carabiniere in divisa, addetto alla sorveglianza del regolare svolgimento dell’attività di conferimento e distribuzione dei beni a chi ne avesse necessità, che ho sorpreso nell’atto di inquattare tra le sue gambe e sotto la cattedra dove era seduto un bellissimo cappotto di cammello da uomo, era il simbolo della cinica meschinità umana che riesce a sbocciare sul dolore e sul bisogno.
La stretta valle a V del Torrente Vajont, che abbiamo potuto percorrere solo per qualche chilometro, era un pezzo di luna: brecce, ghiaie, massi, rocce, altissime pareti strapiombanti erano bianchissimi e come raschiati da un immane coltello; non un filo d’erba, un arbusto, un albero in piedi, l’Alighieri avrebbe potuto ambientarvi il suo Inferno.

Del viaggio di ritorno dal Vajont non ricordo quasi nulla: soste nelle stazioni delle belle città venete, poi gli abbracci sorridenti e commossi, prima con i perugini, poi con i folignati ed infine con i ternani. Con Enrico abbiamo, per qualche anno, continuato a frequentare i simpaticissimi folignati, con spaghettate aglio-olio e carbonare pepatissime, generosamente innaffiate di rosso, a casa di Cleto. Poi la vita ci ha allontanati ed io non ho più visto i compagni di quel pezzo specialissimo di esistenza. Infine, da quando non frequentai più il movimento scout vidi rarissimamente anche Enrico, grande amico del cuore.

Di quella esperienza non ho alcun ricordo materiale, in forma scritta, stampata o fotografata, salvo la mantella grigia impermeabile; nemmeno la cartolina che scrissi a zio Giampe da Longarone, per anni esposta sulla vetrinetta della credenza di casa materna, da molto tempo non c’è più; ma il segno nell’animo dell’adolescente rover non può non essere stato profondo. Le previsioni del preside Leonardi si avverarono: quell’anno fui bocciato e dovetti ripetere la Terza Geometri. Nell’estate ’64 passeggiavo con mia sorella sulla spiaggia di Gabicce Mare, quando fui colpito da una scossa elettrica che mi attanagliò il cuore: una bambola rosa nuda semisommersa dalla sabbia sulla battigia mi afferrò la memoria scagliandola a Fortogna, sulla riva del Piave. Un altro medium immateriale che mi ha numerose volte ricondotto all’esperienza del Vajont è stato l’odore, esercitato sul senso più potentemente evocatorio di noi mammiferi: la memoria olfattiva. Inaspettatamente il “ritorno” più vivido e realistico non è stato condizionato dall’odore emanato da creature o loro parti in decomposizione con il quale, dopo Fortogna, il mio mestiere di biologo mi ha portato in strettissimo contatto negli innumerevoli casi di zoologia forense trattati negli ultimi decenni. È stata l’aldeide formica, inalata e fiutata dalla mattina alla sera per giorni e giorni a Fortogna, a funzionare da mediatore del vivissimo ricordo di luoghi, colori, forme, suoni, volti, emozioni. La bella mantella grigia impermeabile ne era il portatore materiale: volontariamente o involontariamente, ogni volta che il mio odorato si trovava nei suoi pressi il ricordo si accendeva, vivissimo e tangibile, come nessuna foto o filmato avrebbe potuto concretizzare. Oggi la formaldeide della mantella è completamente scemata e con essa questa sua speciale capacità evocatoria. Per almeno trent’anni diverse notti all’anno i miei sonni furono turbati dalla necessità di dare pietosa e dignitosa sepoltura ai corpi di morti che avevo “dimenticato” nei luoghi più improbabili: sotto il letto, nell’armadio, in una cassapanca…

Dall’ottobre 1963 non sono mai più stato a Fortogna, a Longarone, nella valle del Vajont, pur avendo percorso molte decine di volte la valle del Piave a monte di Belluno. Non saprei dire perché.

(*) Docente Universitario e Presidente della Sezione di Spoleto di Italia Nostra

Componente della missione Scout umbra a Fortogna

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