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Dall’Altotevere parte la sfida per produrre luppolo e birra totalmente Made in Italy

Redazione

Dall’Altotevere parte la sfida per produrre luppolo e birra totalmente Made in Italy

Sab, 31/10/2020 - 14:18

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Dall’Altotevere parte la sfida per produrre luppolo e birra totalmente Made in Italy

Luppolo italiano sia per produrre birra nostrana sia per chi vorrà dare italianità alle sue birre. Occupare a regime dal 3,5 all’8% del mercato globale, con 5000 ettari coltivati e oltre 300 milioni di euro di valore. Questo l’obiettivo a lungo termine annunciato durante il convegno “Luppolo Made in Italy: la Filiera del Luppolo italiano”, svoltosi giovedì 29 ottobre, in modalità streaming. Un confronto che ha costituito una nuova tappa fondamentale per la nascita di una filiera moderna, competitiva, sostenibile e di grande qualità, con il cuore economico, produttivo e organizzativo in Umbria.

Verso la nuova filiera

Dopo due anni di sperimentazione in campo e tre anni di attività, la Rete di imprese (al momento sono 12 aziende agricole, agroalimentari e di innovazione tecnologica) “Luppolo Made in Italy”, con sede a Città di Castello e presieduta da Stefano Fancelli, ha organizzato questo momento di confronto per presentare il percorso fatto ma soprattutto per costruire passo dopo passo la filiera, confrontandosi con istituzioni, produttori e stakeholders “per coinvolgere una platea vasta, dando l’idea di un’azione collettiva per portare ricchezza ad agricoltori, territori e birrifici”, come ha spiegato Fancelli.

Luppolo italiano visto quindi come la nuova eccellenza del Made in Italy nel mondo, puntando a competere con i luppoli che fanno moda a livello internazionale. E questa crescita dell’agricoltura di qualità legata al luppolo parte dall’Umbria, e in particolare dall’Altotevere, territorio ideale per trasformarsi anche in un grande distretto di produzione biologica e puntare quindi anche al mercato mondiale.

I numeri in Umbria, considerando che le piante di luppolo vanno in piena produzione al terzo anno di impianto, vedono attualmente un 60-70% del target di produzione con oltre 3 ettari sperimentali e in gran parte biologici e distribuiti in diverse area del territorio regionale (Media valle umbra e Trasimeno) e non solo in Altotevere.

Il convegno

Sono stati oltre 500 gli auditori che si sono collegati con il convegno online, tra homebrewer, birrifici artigianali, nonché diversi manager delle multinazionali proprietarie dei marchi italiani, grandi players del mercato della birra e del mondo della produzione, oltre ad aziende agricole, agronomi, e appassionati di birra. Tra i principali relatori il sottosegretario del Mipaaf Giuseppe L’Abbate, il sottosegretario del Mise Gian Paolo Manzella, l’assessore regionale all’agricoltura Roberto Morroni, e Michele Cason, presidente di Assobirra, e Andrea Soncini di UnionBirrai.

Per Fancelli si stanno unendo molte eccellenze attraverso la rete per avere “un progetto di ricerca con visione condivisa tra i produttori di luppolo italiano” ma occorre anche “arrivare ad un piano nazionale di settore per sostenere la filiera per essere competitivi”. Vede con questa filiera “enormi potenzialità” e “alte opportunità per il settore agricolo” il sottosegretario del Ministero dell’agricoltura Giuseppe L’Abbate, che ha poi ricordato l’istituzione di un tavolo ministeriale e “l’importanza strategica della filiera” anche per territori marginali e riconversioni.

Il Luppolo, come è stato ricordato, è quindi un prodotto agricolo di grande qualità, una nuova eccellenza nel panorama delle produzioni agricole del territorio nazionale e umbro. Ed il cuore umbro della filiera si propone così di rappresentare un punto di riferimento a livello nazionale, in termini di ricerca, produzione, trasformazione e commercializzazione.
Parliamo di un prodotto agricolo dal valore aggiunto elevato – ha detto l’assessore regionale Morronie in Umbria ci sono le fondamenta necessarie per gli sviluppi di questa filiera e dobbiamo abbracciare con convinzione questa prospettiva”.

Connessioni con la coltura del tabacco

Dentro questa nuova filiera c’è anche quella tabacchicola, vista l’affinità delle due colture soprattutto per il post raccolta. Una parola messa al centro è stata così anche “riconversione”, perché vengono utilizzate strutture e macchine usate per la trasformazione del tabacco. “Possiamo dire che– ha detto Fancelli a riguardo – il forno da tabacco è uno strumento tecnico perfetto per l’essiccazione del luppolo. In Altotevere abbiamo il più grande centro di essiccazione a sud della Baviera. Le possibilità di lavorazione ed essiccazione tecnica nel nostro territorio non hanno niente da invidiare alle migliori realtà della produzione di luppolo nel mondo come Nuova Zelanda, Slovenia, Germania e Stati Uniti”. Insomma, c’è a disposizione un grande vantaggio competitivo che va quindi sfruttato, anche in questi termini.

Una filiera “sostenibile”

L’organizzazione di Filiera è quindi necessaria per competere in un mercato globale in costante espansione che vede emergere nuovi Paesi produttori e una costante innovazione del prodotto: connessione con il territorio e produzioni a km zero garantiscono l’alta qualità del luppolo italiano. “Abbiamo guardato la filiera tedesca, slovena, americana e abbiamo capito anche i limiti di questa coltura e abbiamo riprogettato la filiera all’insegna della sostenibilità economica e ambientale – ha sottolineato ancora Fancelli – Abbiamo potuto costruire una sperimentazione coraggiosa di una nuova coltura che porterà reddito ad agricoltori e imprese e un nuovo ingrediente di alta qualità per la produzione di grandi birre artigianali. Il mercato della birra artigianale sta crescendo, gli stili di birra italiani sono di moda in tutto il mondo e c’è una grande domanda di luppolo da portare anche in ogni parte del mondo. Vogliamo dare così una grande spinta a tutto il movimento delle birre artigianali umbre e italiane”.

A livello mondiale, per il solo settore birrario, vengono prodotte ogni anno poco meno di 130.000 tonnellate di luppolo, a cui corrisponde una superficie coltivata di circa 60.000 ettari. A ricordare questi dati è stato Michele Cason, presidente di Assobirra, l’associazione nazionale dei birrai e dei maltatori: “Se vogliamo produrre tutta la birra italiana solo con il luppolo non è questa la strada. Bisogna puntare invece ad una varietà di luppolo che sia caratterizzante. È fondamentale per non fare un buco nell’acqua e non sperperare risorse”. Andrea Soncini di UnionBirrai, in rappresentanza di 380 microbirrifici italiani, ha poi affermato: “Visto che non pastorizzano la birra, questi birrifici artigianali hanno un gran bisogno del luppolo. Per questa ragione stiamo lavorando indirettamente sulla filiera del luppolo anche con progetti di leggi regionali. Ci devono essere accordi di filiera per legarsi ai territori”.

La versatilità del luppolo

Il progetto “Luppolo Made in Italy” è articolato su tre opzioni di coltura: in campo convenzionale, biologico ma anche indoor. Relativamente a quest’ultimo tipo di produzione Alessio Saccoccio ha presentato la Start-up innovativa Idroluppolo che fa parte della Rete di imprese. Oltre alla produzione della birra sono molti altri i campi di applicazione del luppolo, come è stato infine ricordato: per la produzione di prodotti medicinali e cosmetici, di cooking e preparati alimentari, di floricoltura e vivaismo, per alimentazione animale e allevamento. Gli scarti, inoltre, hanno grandi potenzialità nel tessile, nel cordame e, in un’ottica circolare, anche nel settore delle bioenergie.

La prossima tappa – ha concluso Fancelli – sarà quella della presentazione della nuova veste di Luppolo Made in Italy ,che quindi andrà ad evolversi, costruendo una compagine più forte economicamente, produttivamente e in termini organizzativi”.

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