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Le imprese umbre investono poco, il report della Camera di commercio

Redazione

Le imprese umbre investono poco, il report della Camera di commercio

Sab, 09/05/2026 - 11:28

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In Umbria le società di capitali hanno iscritto nei bilanci 2025, relativi all’anno di imposta 2024, 17,8 miliardi di euro di immobilizzazioni: 10,9 miliardi in beni materiali e 1,21 miliardi in beni immateriali. Tradotto: impianti, macchinari, fabbricati, software, brevetti, licenze, marchi, costi di sviluppo. È da questa geografia concreta del capitale che parte il nuovo report della Camera di Commercio dell’Umbria.

Ancora una volta l’Ente camerale scandaglia l’economia reale usando un patrimonio informativo raro, i bilanci che le imprese di capitali depositano ogni anno alla Camera. Quel patrimonio consente di vedere ciò che spesso resta nascosto sotto le formule generiche sulla crescita: quanto capitale hanno davvero le imprese, dove lo concentrano, quanto pesa rispetto al valore che generano.

Le società di capitali sono circa il 24% delle quasi 78 mila imprese umbre, ma producono oltre il 70% del fatturato regionale, con stime al 75%. Non raccontano tutto il sistema produttivo, ma la sua parte più strutturata, quella che più incide sulla capacità dell’Umbria di competere e creare lavoro qualificato.

Il report della Camera di commercio esamina le immobilizzazioni, cioè gli asset durevoli iscritti in bilancio. Non sono investimenti in senso stretto, perché misurano la dotazione di capitale a una certa data, al netto degli ammortamenti e tenendo conto di nuovi investimenti e cessioni. Ma sono un proxy degli investimenti, l’indicatore più vicino per capire quanta “macchina produttiva” sostenga la Corporate Umbria. Nel 2024 le immobilizzazioni complessive valgono il 214,9% del valore aggiunto, contro il 268,6% della media nazionale e il 271,1% della Toscana. Le Marche, nel solo 2024, scendono sotto l’Umbria, ma dal 2019 al 2023 erano state regolarmente sopra.

La fotografia diventa ancora più nitida separando il capitale materiale da quello immateriale. Sui beni fisici l’Umbria non è lontanissima dall’Italia: le immobilizzazioni materiali pesano per il 131% del valore aggiunto, contro il 134% nazionale. La Toscana, però, è al 158%. Il vero buco si apre sugli immateriali, cioè sulla parte dell’impresa in cui si annidano software, brevetti, marchi, diritti, sviluppo, conoscenza organizzata. È il capitale che non si vede entrando in un capannone, ma decide produttività e margini.

Il 2024 va letto con prudenza. È stato un anno particolare, segnato dal rientro dalla stagione eccezionale degli ammortamenti sospesi: dal 2020 al 2023 molte imprese avevano potuto sospendere in tutto o in parte gli ammortamenti civilistici, mantenendo più alto il valore contabile delle immobilizzazioni. Per questo il 2023 aiuta a cogliere meglio il ritardo. In quell’anno le immobilizzazioni totali umbre erano pari al 217,6% del valore aggiunto, contro il 381,8% dell’Italia, il 312% della Toscana e il 270,6% delle Marche.

Sul capitale immateriale il confronto è ancora più severo: nel 2024 la dotazione umbra valeva appena il 14,7% del valore aggiunto, contro il 67,6% della media italiana, il 66,5% della Toscana e il 40,2% delle Marche. Non è una differenza marginale. È una distanza nella qualità dello sviluppo. Senza una crescita degli investimenti immateriali, l’Umbria rischia di competere troppo spesso sui costi e troppo poco sulla conoscenza.

Anche la dinamica di medio periodo va nella stessa direzione. Tra il 2019, ultimo anno prima della pandemia, e il 2024, le società di capitali umbre hanno aumentato in termini reali il volume delle immobilizzazioni immateriali del 7,8%, passando da 966,4 milioni a 1,042 miliardi di euro. È qualcosa, ma non certo un risultato da sviluppo 5.0: è il segnale di un sistema ancora forte nella componente muscolare dell’impresa, ma debole nel punto in cui oggi si costruiscono innovazione e produttività.Il problema non nasce nel vuoto.

Le imprese umbre investono meno anche perché hanno meno margini. Lo aveva mostrato il Rapporto congiunturale annuale presentato il 6 marzo dalla Camera di Commercio dell’Umbria, redatto da un team camerale guidato dal professor Andrea Cardoni dell’Università degli Studi di Perugia. Nel 2024 l’Ebitda margin della Corporate Umbria è pari all’8% del valore della produzione, intorno ai 40 miliardi di euro. La media nazionale è al 9,6%, come la Toscana, mentre le Marche sono al 9,4%.L’Ebitda margin è ciò che resta all’impresa per investire, pagare tasse e interessi, rafforzarsi, innovare, reggere gli shock. Un punto e mezzo di distanza dalla media nazionale significa meno risorse per macchinari, software, brevetti, managerialità, ricerca, organizzazione. Cardoni lo ha sintetizzato in modo efficace: “No Ebitda, no party”. Senza margini non c’è salto di qualità.

È il circuito che rischia di autoalimentarsi: meno margini, meno investimenti; meno investimenti, meno innovazione; meno innovazione, margini più bassi. Il report della Camera di Commercio rende visibile questa catena dentro i bilanci, nel punto in cui l’economia smette di essere slogan e diventa struttura produttiva.

La lettura provinciale aggiunge un’altra frattura. Nel 2024 le imprese di capitali della provincia di Perugia presentano immobilizzazioni pari al 227,9% del valore aggiunto, mentre quelle della provincia di Terni si fermano al 161,4%. Il divario attraversa l’intero periodo 2019-2024 e segnala una minore dotazione di capitale nel Ternano. Ma Terni mostra una maggiore reattività sugli immateriali, pari al 16,8% del valore aggiunto nel 2024 contro il 14,2% di Perugia; nel 2023 era al 18,5%, contro il 15,9% perugino. Lo svantaggio ternano si concentra soprattutto sul versante materiale: impianti, strutture produttive, beni fisici, capitale industriale.

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria commenta: “Questo report conferma una convinzione che per noi è decisiva: conoscere per deliberare non è una formula rituale, ma il modo più serio per aiutare l’Umbria a scegliere. I bilanci delle società di capitali sono un patrimonio prezioso perché ci permettono di entrare nell’economia reale, vedere dove le imprese investono, dove trattengono valore e dove invece si aprono i divari. Il dato sulle immobilizzazioni immateriali è il più delicato: software, brevetti, marchi, ricerca, competenze e organizzazione non sono voci accessorie, ma la sostanza della competitività futura. L’Umbria ha imprese solide e capaci di resistere, ma oggi deve compiere un salto diverso: competere di più con conoscenza, innovazione e qualità, e meno con margini compressi. La transizione digitale non è una vetrina di tecnologie: è un cambio di mentalità, di metodo e di organizzazione, che deve entrare stabilmente nei processi produttivi. Per questo la Camera continuerà ad accompagnare le imprese con dati, strumenti, formazione e misure concrete, perché la doppia transizione digitale ed ecologica diventi investimento reale”.

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