Assisi

“Votatevi alla civiltà dell’amore”: le parole di Papa Leone ai giovani ad Assisi

“Votatevi, cari giovani, alla civiltà dell’amore, di cui avete incontrato i germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura – a immagine di Cristo – innumerevoli operatori di pace anche oggi impegnati a servire la vita nei più tragici scenari di morte. Unite le migliori energie della vostra magnifica umanità – gli studi, le competenze, il lavoro, le amicizie, l’amore, la preghiera – attualizzando in modi diversi la visione di Francesco”. È questo il messaggio (seguito poi dalla preghiera semplice attribuita all’Assisiate) che Papa Leone XIV consegna ai giovani arrivati ad Assisi per il GO! Franciscan Youth Meeting.

Che rispondono con la “Carta Missionaria”, nove punti che si concludono così: “Da Assisi vogliamo ripartire con il cuore aperto, imparando a guardarci e a guardare la vita con gli occhi del Padre. Desideriamo essere noi stessi, riconoscerci amati e imparare a vivere con il cuore di Gesù. Scegliamo una gioia pura, non superficiale, capace di diventare speranza nei momenti difficili, luce per chi ci è accanto e forza per proseguire il cammino. Vogliamo lasciarci sorprendere da Dio e diventare, nelle nostre comunità e nel mondo, testimoni credibili del suo amore”.

La visita di Papa Leone ad Assisi: foto e video (clicca qui)

Il discorso del Papa

“Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa – noi diremmo: senza sconti – e la vita di Gesù è ricominciata in loro. Siamo arrivati qui per capire dove va la storia e dove stiamo andando noi. Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravedere una strada. Come Pietro, Giacomo e Giovanni siamo portati un po’ in disparte e Gesù è con noi. Questo conta: la sua presenza. Sul monte gli apostoli contemplano Gesù”. Nella festa della Trasfigurazione (“il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”, il Vangelo del giorno) il Papa ha sottolineato come “È la luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre attorno a noi, e talvolta in noi, è ancora buio. Ne vediamo l’aurora nei santi canonizzati, come San Francesco e Santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che al male rispondono col bene. Non siamo soli! In questi giorni ne avete fatto esperienza: vi siete incontrati e ascoltati, passando dal rumore di voci sovrastanti e contrastanti all’arte della conversazione”. Il tutto ricordando che “Si può non essere compresi, persino da quelli di casa, come avvenne a San Francesco. Eppure – l’invito del Papa – sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani non è mai tradire la famiglia, la città, la tradizione, ma liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera. Fidarsi di Dio è ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare. Cari amici – la conclusione del messaggio del Papa – possano questi giorni ad Assisi imprimersi nella vostra memoria e il ritorno a casa, ai diversi Paesi d’Europa verso cui viaggerete, sia come la discesa di Pietro, Giacomo e Giovanni dal monte alto della trasfigurazione. Un ritorno pensoso, aperto al futuro, impegnato con Gesù Cristo. Lui si fida di voi, conta su di voi, rimane con voi”.

Le domande dei giovani

La giornata si era aperta con il saluto dei giovani e le loro tre domande, preceduta dall’accoglienza di fra Marco Vianelli, “Santità – un passaggio del suo discorso – qui alla Porziuncola san Francesco comprese la sua vocazione; qui accolse i primi fratelli; qui Santa Chiara consacrò la sua vita al Signore; qui fiorì l’indulgenza del Perdono di Assisi, segno della misericordia senza confini di Dio. Oggi questa stessa grazia continua ad attirare pellegrini da ogni parte del mondo. Qui il 3 ottobre 1226 accolse cantando, nudo sulla nuda terra, sorella morte. La ringraziamo per aver accolto il nostro invito e aver voluto incontrare questi giovani, i quali ora Le rivolgeranno alcune domande per trovare nel Suo ministero incoraggiamento e sostegno, così da diventare testimoni credibili di quel Vangelo che un tempo affascinò Francesco”.

La prima domanda è stata di Karolina (Zagabria). “Santo Padre, quale consiglio darebbe a noi giovani che siamo cresciuti nella spiritualità francescana, affinché possiamo rimanere autentici discepoli di Cristo e portare speranza ai nostri coetanei, senza perdere la gioia del Vangelo, la semplicità del cuore e quella vicinanza alle persone che rende credibile ogni testimonianza cristiana?”. Questo un passaggio della risposta del Papa: “Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità. Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio. Sottrarsi alla cultura della potenza e costruire la civiltà dell’amore non è subito compreso e accettato. Da San Francesco, però, imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”.

E poi Giovanni da Bologna: “noi giovani viviamo immersi in un mondo dove regna la cultura del provvisorio e in cui ci spaventano le scelte di vita definitiva. Nonostante ciò, Dio, in modo unico e amorevole, continuamente ci parla e ci chiama a seguirlo, con una promessa di vita e di gioia, svelandoci con gradualità la nostra vocazione. Ecco la mia domanda: Come potergli dire un sì pieno, coraggioso, evitando di “mettere mano all’aratro per poi volgere indietro lo sguardo”, dando un eccessivo peso alle fatiche e alle rinunce del cammino? Cosa ha aiutato lei nel suo percorso vocazionale?”. “Nella mia esperienza posso dire che il Signore non mi ha mai lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa. Nell’adesione al progetto unico che Dio manifesta per ciascuno di noi, la chiamata fondamentale, scritta in ogni cuore, è una chiamata alla comunione e non si ascolta una volta sola, ma ogni giorno. Il peccato inquina la chiarezza su questo punto, introducendo nei legami fondamentali diffidenza, competizione e sospetto. Grazie a Dio, invece, ogni vocazione è anche un cammino di redenzione e guarigione. L’invito di Gesù, che ci chiama a seguirlo, illumina la nostra dignità e ci fa onorare quella altrui, provando fiducia e dando fiducia: questa dinamica è così liberante, che merita tutta la nostra passione”.

Infine, Luigi da Paternò: “Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor Papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa Romana” (RB I). (…) Oggi tanti giovani dicono di “credere, ma non alla Chiesa” e, a partire dalle nostre comunità, osserviamo a volte una Chiesa con le sue contraddizioni e le sue crisi interne, allora mi chiedo, come facciamo a rimanere in questo Amore riparatore? Perché viene difficile al giorno d’oggi vedere la Chiesa come una Madre, che, anche con le sue ferite, è sempre pronta ad accoglierci e ad amarci?”. E questa una parte della risposta del Santo Padre: “La Parola di Dio, i Sacramenti e la pratica dell’amore fraterno sono vie di trasformazione per realizzare in noi l’immagine di Cristo. Francesco le ha percorse: non dominare, ma servire; non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza. «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!» (FF 1038): ognuno di noi ha un ruolo in questo cantiere sempre aperto. Abbiamo diverse responsabilità e vocazioni, ma camminiamo insieme, ispirandoci, aiutandoci e correggendoci a vicenda. È importante fare la nostra parte. Allora parleremo della Chiesa con l’affetto col quale si parla di una Madre, perché riconosceremo di appartenerle”.

[Ha collaborato Agnese Paparelli]