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VOLLEY-IRAN, A TEHERAN FRANCESCO BIRIBANTI E' IL PRIMO ITALIANO A VINCERE LO SCUDETTO CON IL PAYKAN

Luca Biribanti

Al primo anno in Iran l'atleta ternano, Francesco Biribanti, ha subito centrato l'obiettivo scudetto con la squadra di Teheran, il Paykan. È il primo ad aver giocato e vinto in un campionato iraniano e, per chi non lo sapesse, Biribanti è uno dei nostri atleti più apprezzati sia in Italia che all'estero, soprattutto dalle tifoserie, con cui è sempre riuscito a creare un rapporto speciale grazie all'umiltà e alla simpatia che lo hanno sempre caratterizzato. Nel 2003 ha vinto con i colori azzurri della nazionale l'Europeo, ma quello che conta è il presente e in particolare conta la giornata di ieri quando si è disputata gara 4 della finale scudetto dove la squadra del 'Biri', soprannome che ormai si è cucito addosso insieme al numero 12 sulla maglia, ha ribadito la sua superiorità sulla Sipa portando a casa il match con un finale di 3 a 1. Significativo il contributo del rossoverde che ha messo a terra 6 palloni con 2 ace al servizio, marchio di fabbrica dell'opposto di Terni che raggiunto telefonicamente da TO® ha dichiarato: “Questo è stato un anno duro. Prima la breve esperienza in Montenegro dove ho subito un brutto infortunio alla caviglia che mi ha tenuto fuori per 40 giorni, poi a gennaio, mi è capitata questa fantastica opportunità di venire a giocare qui in Iran dove ho vinto subito lo scudetto. È una grande soddisfazione dopo che la stagione era iniziata nel peggiore dei modi”. L'Iran è tutt'altro paese rispetto all'Italia, regna il basso profilo e l'umiltà, quindi i festeggiamenti sono stati composti, senza caroselli per le piazze o manifestazioni eclatanti, sentite cosa ci dice Francesco Biribanti quando gli chiediamo come abbiano festeggiato: “Semplicemente non abbiamo festeggiato, abbiamo fatto quello che qui considerano il nostro dovere, neanche una cena insieme. Tra pochi giorni tornerò a Terni e festeggerò come si deve”. Basta ricordare la famosa intervista rilasciata da Francesco Biribanti al 'Corriere dello Sport' appena arrivato a Teheran per capire quanto lontani siamo, anche da un punto di vista sportivo, con l'Iran: “All’arrivo avevo la barba bella lunga, come mi avevano consigliato. Dopo tre giorni ho capito che potevo tranquillamente tagliarla. Al primo allenamento, tutto lo staff di 7-8 persone era schierato dietro l’allenatore che parlava. Ogni tanto qualche parola in inglese per me. Intanto il custode della palestra ci girava attorno con una specie di turibolo pieno di carbone e ci cospargeva di fumo. E’ un rito scaramantico, non so. Finito l’allenamento abbiamo mangiato nello spogliatoio, in terra, seduti sul tappeto, senza posate. Il mio hotel è vicino e sono rientrato per riposare, molti miei compagni hanno materassini e coperte e hanno fatto un sonnellino in spogliatoio. Quando si va in trasferta però si va in splendidi alberghi a 5 stelle. Al pomeriggio abbiamo fatto 2 ore e mezza di partita fra noi, con un livello simile a quando giocavo a Modena o a Cuneo. Del resto diversi di questi ragazzi potrebbero giocare in Italia, ma non ci pensano neanche, qui nei top club si guadagna di più. Un centrale mi ha detto che prende più di 200.000 euro a stagione. A fine doccia, finalmente, ho scoperto che non si possono togliere le mutande. In compenso i più giovani lavano la schiena al capitano. Le abitudini, i gesti sono diversi, c’è poco da fare. Ma cercare di capirsi è bello. I miei compagni parlano quasi tutti l’inglese e vedono l’Italia come noi possiamo guardare l’Nba del basket. Quindi si aspettavano o temevano che avrei fatto la star. Figuriamoci. Il secondo giorno abbiamo giocato un’amichevole, col Saipa, la squadra con cui il Paykan ha giocato la finale scudetto l’anno scorso. In tribuna nemmeno una donna. Abbiamo vinto 3-0, ed ho siglato 14 punti. Alla fine mi hanno detto: complimenti, sei dei nostri. Era un provino e non lo sapevo. Il contratto l’avevo già firmato, ma se fossi andato male mi avrebbero rispedito a casa. Invece così tutta la tensione s’è sciolta. Forse io per primo ho cominciato a sorridere di più e i compagni in allenamento scherzano di continuo. Sono di una gentilezza e di una educazione che da noi non esistono. E hanno cominciato a chiamarmi Francescototti. Le incomprensioni sono sempre meno. Qui si gioca con una via di mezzo tra una maglietta come le nostre e una canotta: nel senso che la maglia è smanicata. Così la maggior parte del pubblico mi è sembrata più interessata ai miei tatuaggi ('Biri' ne ha 7 piuttosto visibili) che alla partita. Comunque. Ho fatto più foto e firmato più autografi dopo un match casalingo che in qualsiasi altra partita della mia carriera”.

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