Spoleto

Venus & Adonis, il Festival parla le lingue dell’Africa

C’è un Festival dei Due Mondi che osa, che guarda oltre i confini europei e sceglie di aprirsi a linguaggi, culture e sensibilità differenti. È il Festival che ha portato in prima italiana Venus & Adonis della sudafricana Isango Ensemble, protagonista di due rappresentazioni al Teatro Romano, offrendo al pubblico spoletino un’esperienza teatrale di rara intensità, nata quindici anni fa al Globe Theatre di Londra e approdata oggi a Spoleto grazie alla visione del consulente per l’opera e la prosa di questo 69esimo festival Leo Muscato.

Fu proprio Muscato, anni fa, a scoprire la compagnia in un villaggio sudafricano assistendo a una Carmen di Bizet che lui stesso ha definito “la più bella Carmen che abbia mai visto”. Un incontro destinato a lasciare il segno e che oggi trova compimento con l’arrivo dell’ensemble al Festival. Lo spettacolo, tratto dal poema narrativo di William Shakespeare e ispirato al mito raccontato nelle Metamorfosi di Ovidio, parla del desiderio impossibile di Venere per il giovane Adone. La lettura firmata da Mark Dornford-May parla di un goffo e comico Cupido, di una dea dell’amore che diventa una donna divorata dalla passione e di un Adone sfuggente, innamorato solo dellla caccia. Il cacciatore si trasforma così nella preda di un desiderio che non riesce a ricambiare, fino al tragico epilogo della sua morte e alla maledizione pronunciata da Venere sull’amore umano.

Più che una semplice trasposizione teatrale, Venus & Adonis è un’esplosione di teatro totale. La regia di Dornford-May intreccia musica, canto, danza e movimento in un racconto dove ogni interprete è contemporaneamente attore, cantante e danzatore. Le musiche originali di Mandisi Dyantyis e la coreografia di Lungelo Ngamlana costruiscono un flusso continuo di energia, mentre il corpo diventa il principale veicolo narrativo.

La scelta linguistica è coraggiosa quanto identitaria. Inglese, xhosa, zulu e tswana convivono sulla scena restituendo autenticità a una produzione profondamente radicata nella cultura africana. È proprio questo uno degli elementi che più ha diviso il pubblico. Da una parte chi ha colto il valore culturale di un’opera che porta sul palco del Festival un modo diverso di raccontare Shakespeare, affidandosi alla forza universale della musica, del gesto e della fisicità. Dall’altra chi ha vissuto il multilinguismo come una barriera, faticando ad entrare pienamente nella narrazione. Una distanza comprensibile, forse, ma che rappresenta anche la sfida stessa di un festival internazionale: non limitarsi a proporre spettacoli facilmente accessibili, bensì creare occasioni di incontro con culture altre, chiedendo allo spettatore uno sforzo di ascolto e apertura.

Resta invece più difficile trovare giustificazioni per quanto accaduto in platea. La compagnia ha infatti manifestato il proprio disappunto per il comportamento di una parte del pubblico, spesso rumoroso, poco attento ai tempi del teatro, con ingressi e uscite durante la rappresentazione e conversazioni che hanno finito persino per distrarre gli interpreti in scena. Un episodio spiacevole che rischia di lasciare un’immagine poco edificante di Spoleto agli occhi di artisti arrivati da migliaia di chilometri di distanza.

Il rispetto del teatro passa anche dal rispetto di chi lo abita in quel momento. E se il Festival continua a richiamare compagnie di livello internazionale, è altrettanto importante che il pubblico sappia riconoscere il valore dell’esperienza che gli viene offerta.

Perché Venus & Adonis non è uno spettacolo che cerca facili consensi. È un lavoro che chiede di essere attraversato più che semplicemente osservato, lasciandosi guidare dal ritmo dei canti, dall’energia dei corpi. Non tutto arriva con immediatezza, ma molto resta addosso. Ed è forse proprio questa la qualità più preziosa del teatro quando riesce a farsi davvero incontro tra mondi diversi.