Cultura & Spettacolo

Un weekend in cui Spoleto parla in tre lingue, prosa in scena!

Se il primo fine settimana era stato dell’opera e della danza, il secondo appartiene alla parola detta in scena — e la parola, a Spoleto, questa volta arriva da mezza Europa. La seconda conferenza stampa del 69° Festival dei Due Mondi, primo sotto la direzione artistica di Daniele Cipriani, ha messo in fila un pomeriggio interamente dedicato alla prosa, con quattro debutti concentrati tra oggi e domani. A guidarlo, il consulente per opera e prosa del Festival e regista di professione, Leo Muscato, che ha presentato gli spettacoli e chiamato accanto a sé, uno dopo l’altro, gli artisti presenti a Palazzo Racani-Arroni.

Branciaroli, l’America nera di Dan Fante

Si comincia dal Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi, dove Franco Branciaroli — sessant’anni di palcoscenico — firma regia e interpretazione di Don Giovanni e il suo pitbull, in prima assoluta. Il testo è di Dan Fante, figlio di quel John Fante (autore di “Chiedi alla polvere” solo per citare forse l’opera più famosa): una commedia nera che rilegge, con ironia e disincanto, la famiglia americana contemporanea, intrecciando memoria personale e critica sociale. Accanto a Branciaroli, in scena, Emanuele Fortunati, Flavio Francucci, Ester Galazzi, Eros Pascale e Valentina Violo. Non è la prima volta dell’attore e regista a Spoleto: al Festival aveva debuttato nel 1989 con enorme successo, su regia di Luca Ronconi, in uno spettacolo tratto da “Féerie – Pantomima per un’altra volta” di Louis-Ferdinand Céline , per poi tornarvi nel 2018 con Lettere a Nour di Rachid Benzine. Un filo che attraversa tre stagioni diverse del teatro di Branciaroli. In scena fino al 4 luglio.

Kohlhaas, un classico italiano che torna a casa in inglese

Il capitolo forse più curioso è quello di Kohlhaas, al Teatro San Simone, ed è anche quello che meglio incarna il tema “Radici” di questa edizione. Il testo, scritto da Marco Baliani e Remo Rostagno e liberamente ispirato al Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, non è uno spettacolo qualunque: quando debuttò nel 1989 — un attore, una sedia, un fondale scuro e la voce di Baliani — inaugurò di fatto il teatro di narrazione italiano, collezionando poi oltre mille repliche in quasi quarant’anni. “L’ho visto sei o sette volte”, ha raccontato Muscato, prima di chiedere a Baliani di tradurlo e adattarlo per un attore straordinario. Che questo classico minimalista e tutto italiano rinasca oggi in inglese, affidato a un regista italo-palestinese e a un attore nigeriano, e torni “a casa” a Spoleto, è il gesto più menottiano che si possa immaginare: due mondi che si guardano in faccia. Ne è nata la versione firmata dal regista Omar Elerian, a lungo attivo a Londra, con il pluripremiato attore Arinzé Kene: una produzione del Brighton Festival coprodotta con il Festival dei Due Mondi, in scena in inglese con sopratitoli in italiano. Reduce dal successo del debutto britannico e destinata, dopo Spoleto, a continuare il suo giro per il mondo, arriva qui per la sua prima italiana: la storia del mercante di cavalli del Cinquecento, truffato da un barone, che trasforma una legittima richiesta di giustizia in una spirale di violenza. In scena fino al 6 luglio.

Esencia, la partita a tennis dialettica di due maestri spagnoli

Poi la Spagna, “la nazione che preferisco”, ha ammesso Muscato in una battuta. Esencia, drammaturgia di Ignacio García May e regia di Eduardo Vasco, debutta in prima italiana con due mostri sacri del teatro iberico, Juan Echanove e Joaquín Climent, direttamente dal Teatro Español di Madrid e reduce dal Premio Talía come miglior testo della stagione. Volto amatissimo in patria, Echanove — un Goya vinto interpretando un grottesco Franco in Madregilda, un passato anche con Almodóvar in Il fiore del mio segreto — porta a Spoleto un pezzo di storia del cinema e del teatro spagnolo. È la storia di due attori — due personaggi — che si ritrovano in un caffè dopo molti anni: un testo ironico e stratificato sulla manipolazione della realtà e sul potere della parola, “una partita a tennis dialettica”, come l’hanno definita gli interpreti, che il pubblico è chiamato a seguire da spettatore complice. “Quando ho cominciato non avrei mai sognato di far parte di una programmazione come questa”, hanno confessato dal microfono. Muscato ha rilanciato: “Una regia di rigore assoluto, tutta al servizio degli attori. Imperdibile”. In scena fino al 5 luglio.

Sinigaglia e le Eumenidi a mezzanotte, dentro San Salvatore

Il momento più rituale è affidato a Serena Sinigaglia e alle sue Eumenidi – Oreste è salvo, da Eschilo, che riaprono in esclusiva la Basilica di San Salvatore — gioiello longobardo patrimonio UNESCO, chiuso da anni dopo il sisma. La regista ha scelto un allestimento site-specific integrale: niente palchi, niente gradinate, per non “profanare” le linee della chiesa. Due platee che si osservano su fronti opposti, alla maniera dell’Odin Teatret, e uno spettacolo che debutta a mezzanotte, dopo aver attraversato il cimitero monumentale. “Parla di Erinni (divinità della vendetta e della giustizia ndr) creature della notte: meglio di così non poteva essere”. Sinigaglia, che Muscato ha definito “la più brava in Italia nel trattare la tragedia, senza possibilità di equivoco” — e che proprio in questi giorni è stata nominata direttrice artistica della Fondazione Teatri di Pistoia per il triennio 2027-2029 — ne fa il secondo capitolo di un percorso laboratoriale avviato l’anno scorso con Supplici, affidato a una compagnia di sette attrici — da Giorgia Senesi a Francesca Ciocchetti e Sandra Zoccola — con i canti curati da Francesca Della Monica e le coreografie di Alessio Romano. In scena fino all’11 luglio.

Non solo prosa

Tra gli appuntamentida non perdere in questo weekend, il direttore Cipriani ha ricordato i due spettacoli che accompagnano l’intera durata del Festival a San Salvatore, tra danza e musica barocca, il progetto in arrivo con la Fondazione Mahler dedicato a Laurie Anderson, e il grande appuntamento sinfonico in Piazza Duomo con la London Symphony Orchestra e Beatrice Rana.

E alla richiesta, ormai immancabile, di un consiglio, la risposta è stata la stessa di sempre: “Non so cosa consigliare, perché è tutto bello e tutto voluto”.