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L’ultimo rintocco delle Campane di Ginevra si è spento lentamente nella sala del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, e per qualche secondo è sembrato che le vibrazioni continuassero a muovere l’aria prima ancora degli applausi. È così che si è chiuso, la sera del 4 luglio, il recital di Francesco Piemontesi al Festival dei Due Mondi: non con un gesto virtuosistico, ma con un suono che si dissolve. Un finale coerente con tutto ciò che l’aveva preceduto, perché il pianista svizzero-italiano appartiene a quella rara categoria di interpreti che non usano la musica per mostrarsi, ma si mettono al servizio della musica per farla arrivare a chi ascolta. Un veicolo, più che un mattatore: sul palco, interprete e strumento sono parsi un unico corpo che, invece di esibire dita, raccontava immagini.
Non è un dettaglio da poco. Il programma — la Sonata in Sol maggiore D. 894 di Schubert nella prima parte, l’intera Première Année: Suisse delle Années de Pèlerinage di Liszt nella seconda — allinea due vertici del romanticismo. Del resto il libretto di sala presenta Piemontesi, svizzero-italiano di Locarno, per le sue “sottili ma ipnotiche letture di Schubert”, come recita il libretto. E\d è proprio da Schubert che parte il viaggio. in questa rinuncia sta la misura del suo talento.
La D. 894 apre con uno dei movimenti più arrischiati del repertorio: un Molto moderato e cantabile immenso, dilatato, che vive di silenzi e di tempo sospeso. Piemontesi riconosciuto tra i più fini interpreti del repertorio classico e romantico tedesco — lo ha affrontato come si entra in una stanza in punta di piedi, lasciando respirare ogni frase senza mai spezzare il filo della lunga arcata. Il suo è un Schubert di cristallo — quella “bone-china clarity” che la critica britannica gli riconosce da tempo — dove la contemplazione non è mai stasi, ma attesa. Nessuna fretta di arrivare, nessuna sottolineatura fuori posto: soltanto la fiducia che la musica, se le si dà spazio, dice da sé. Peccato che proprio questi silenzi sospesi — i più fragili ed esposti dell’intera serata — siano stati a tratti incrinati da qualche rumore di troppo salito tra platea e palchi, l’unica ombra su un ascolto che avrebbe chiesto raccoglimento assoluto.
Se Schubert invita alla contemplazione, Liszt racconta una storia. E la seconda parte del programma è, letteralmente, un romanzo senza parole: le nove pagine della Suisse sono altrettanti capitoli di un viaggio che, di paesaggio in paesaggio, diventa un viaggio interiore. Si parte dall’eroismo della Chapelle de Guillaume Tell, si attraversano gli specchi d’acqua di Au lac de Wallenstadt e Au bord d’une source, si scatena la tempesta di Orage — l’unico momento in cui Piemontesi ha lasciato che la tastiera ruggisse come un temporale.
Il cuore di tutto è Vallée d’Obermann, ed è lì che un interprete si gioca il concerto. Il brano nasce dal romanzo di Étienne Pivert de Senancour: Obermann è l’uomo che si ritira sulle Alpi a interrogarsi sul senso della vita — “Che cosa voglio? Chi sono? Che cosa domando alla natura?”, domande che Liszt trascrive in partitura. Un percorso: la musica cerca una direzione senza trovarla, tra dubbi, esplosioni improvvise, meditazioni e slanci, fino a una conclusione che diventa consapevolezza. Piemontesi ha avuto il coraggio di lasciar sentire proprio quello smarrimento — la sensazione che il brano “non sappia dove andare” — senza mai forzarne la retorica, accompagnando la sala dentro le domande di Obermann, come dentro le proprie.
Dopo tanta introspezione, l’Églogue è arrivata come un respiro: pagina luminosa e quasi popolare, una passeggiata tra i pascoli alpini in una giornata di sole. Dall’egloga alla nostalgia di Le mal du pays, fino alla quiete notturna delle Cloches de Genève, Piemontesi ha condotto l’ultimo tratto del pellegrinaggio con la naturalezza di chi conosce ogni svolta della strada — non a caso, degli Années ha firmato anche un’incisione di riferimento.
Le due metà della serata sono parse due espressioni di uno stesso romanticismo classico, diverse eppure imparentate: la stasi luminosa di Schubert e la narrazione inquieta di Liszt, la contemplazione e il racconto. A tenerle insieme, un interprete che non ha mai cercato l’applauso a effetto e ha lasciato che fosse l’emozione, e non lo stupore, a essere traghettata fino all’ultima fila del Teatro Nuovo, quasi gremito. E se la musica è arrivata morbida e leggera, potente e profonda, è stato proprio grazie alla sua interpretazione.
Il pubblico l’ha capito, e l’ha ringraziato con applausi lunghi e convinti, ricompensati da due bis fuori programma.