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Studio italiano, l’altitudine aumenta il rischio di apnee notturne

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Studio italiano, l’altitudine aumenta il rischio di apnee notturne

Mer, 25/02/2026 - 14:03

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(Adnkronos) – Un laboratorio a cielo aperto per studiare come il corpo umano, e in particolare il riposo notturno, reagisca alla carenza di ossigeno. È quello realizzato a 5.000 metri di altezza, nel cuore dell’Himalaya, dalla spedizione scientifica Lobuche Peak – Pyramid Exploration & Physiology 2022, iniziativa sostenuta da Vivisol – realtà dell’assistenza domiciliare a livello nazionale ed europeo – che ha studiato l’adattamento dei partecipanti in condizioni estreme per l’organismo umano. 

Lo studio, condotto da diverse università italiane e coordinato dal gruppo di fisiologia dell’Università ‘G. d’Annunzio’, ha monitorato la qualità del sonno dei partecipanti sia in Italia sia durante le fasi più impegnative dell’ascesa. I dati raccolti, pubblicati sulla rivista ‘Respiratory Physiology & Neurobiology’, hanno evidenziato “l’impatto dell’altitudine sul sonno: una volta raggiunta la quota massima, tutti i partecipanti hanno registrato un riposo più breve, spesso inferiore alle sette ore, accompagnato da un calo della saturazione di ossigeno e da un aumento della frequenza cardiaca”. Particolarmente rilevante “è stato l’incremento delle apnee notturne: la maggior parte dei componenti della spedizione ha manifestato disturbi respiratori di grado moderato o grave proprio a causa della quota”, si legge nello studio.  

“Le basi fisiologiche dell’ipossia erano note, ma i nostri dati mostrano che le prime alterazioni del respiro notturno compaiono già a quote moderate, intorno ai 1.200–1.400 metri, e si accentuano con l’aumentare dell’altitudine. Questo evidenzia l’importanza di valutare i disturbi respiratori del sonno direttamente nelle condizioni reali di permanenza in quota, perché è l’altitudine stessa a modellare la dinamica respiratoria – afferma Pierpaolo Prosperi, infermiere respiratorio e membro del comitato scientifico dell’Associazione Apnoici Italiani – Lo studio rafforza l’importanza della diagnosi precoce e del monitoraggio del respiro durante il sonno, soprattutto per chi vive o viaggia in condizioni ambientali impegnative”. 

Per rendere possibili queste misurazioni in condizioni ambientali così complesse, sono stati impiegati dispositivi portatili che Vivisol utilizza quotidianamente nella diagnostica domiciliare. Il successo della spedizione ha dimostrato come sia possibile ottenere valutazioni cliniche accurate anche in contesti estremi, confermando il valore del monitoraggio dei pazienti direttamente nei luoghi in cui vivono e dormono. “Siamo orgogliosi di aver supportato questa spedizione in alta quota, un ambiente che per la medicina del sonno italiana rappresenta un vero e proprio laboratorio naturale dalla tradizione storica – afferma Riccardo Bonazzi, direttore medico di Vivisol – Questa esperienza ha dimostrato che le tecnologie per il monitoraggio a domicilio sono estremamente robuste e precise, capaci di fornire dati affidabili anche in condizioni ambientali sfidanti. Collaborare con l’Università e i centri di ricerca è per noi fondamentale: è così che trasformiamo l’innovazione tecnologica in soluzioni di cura sicure e validate per i nostri pazienti”. 

Dallo studio sono emersi anche elementi rassicuranti: tutti i disturbi riscontrati in alta quota si sono rivelati completamente reversibili. Una volta rientrati a valle, i partecipanti hanno recuperato parametri respiratori e qualità del sonno nella norma, evidenziando la notevole capacità di adattamento dell’organismo umano. La continuità del progetto scientifico: la spedizione Pyramid 2024. La spedizione del 2022 rappresenta solo una parte del programma di ricerca in alta quota. Vivisol ha infatti sostenuto anche la successiva missione Pyramid 2024 – Exploration & Physiology, attualmente in fase di analisi. I risultati scientifici, previsti per il 2026, approfondiranno: l’efficacia dei dispositivi per la terapia delle apnee notturne in condizioni di altitudine estrema; le variazioni della diffusione alveolo‑capillare (Dlco) in alta quota; l’impatto dell’ipossia sulla fisiologia respiratoria e cardiovascolare. Questi studi rappresentano un ulteriore passo avanti nella comprensione degli adattamenti umani in condizioni ambientali estreme e nel miglioramento delle tecnologie per la salute respiratoria. 

 


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