Spoleto

“Spero che a Spoleto il tempo non passi mai”: la lettera di un paziente riconoscente al reparto di Chirurgia

Quattro anni fa Salvatore Aloisio era passato dall’ospedale di Spoleto per affrontare un primo percorso di cura, lontano da casa. Nei giorni scorsi è tornato nello stesso reparto, per una nuova malattia, e ha trovato un ambiente che, per sua stessa ammissione, non era cambiato.
Da quell’esperienza è nata una lettera indirizzata alla Direzione Generale, alla Direzione Sanitaria e al reparto di Chirurgia multidisciplinare del presidio ospedaliero. Non un modulo di gradimento, ma un testo personale, scritto da chi quel luogo lo conosce dall’interno, prima ancora che da paziente.

Aloisio, dirigente veterinario e rotariano, mette subito a fuoco il punto centrale della sua esperienza: «Quello che ho trovato nel reparto di Chirurgia multidisciplinare dell’ospedale di Spoleto è infatti quello che ho lasciato qui al momento delle mie dimissioni quattro anni fa: professionalità, chiarezza, empatia, competenza ma soprattutto tempo».

Il valore del tempo in corsia

Nella sua lettera, il dott. Aloisio insiste su un elemento che raramente entra nelle valutazioni ufficiali della sanità: il tempo dedicato alle persone. Inteso come semplice disponibilità organizzativa, ed anche come presenza reale accanto al malato.
Un aspetto che, nella sua esperienza, ha fatto la differenza più di qualsiasi tecnologia o protocollo clinico.

Il medico e il reparto secondo chi li vive da dentro

Un passaggio è dedicato ad Alessandro Spaziani, responsabile facente funzione della Chirurgia di Spoleto, descritto con parole che restituiscono la quotidianità del lavoro ospedaliero più che un giudizio formale: «Il suo pensiero dedicato ad ogni paziente alla fine di un turno estenuante in sala operatoria, la presenza in reparto alle ore più disparate del giorno, la chiara percezione che non solo tutto il personale del reparto, ma anche chi lo dirige sia lì, per me, per ognuno di noi, per tutti».

Il ritorno e la sorpresa

Tornare nello stesso reparto dopo quattro anni, per una nuova diagnosi, non è stato un passaggio semplice. Aloisio racconta di aver vissuto un misto di emozioni, tra memoria e timore che qualcosa potesse essere cambiato, anche grazie allo splendido rapporto istauratosi con il personale medico, infermieristico e socio-sanitario.
E invece, scrive, la realtà ha smentito le sue aspettative nel modo più diretto possibile: «Vi lascio immaginare il mio stupore incredulo, quasi infantile, quando ho scoperto che non era stato così».

Una sanità che lascia un segno

Nella parte finale della lettera emerge anche un gesto concreto: la decisione di donare al reparto un contributo utile, come già aveva fatto in passato. Un modo per trasformare la gratitudine in qualcosa di tangibile.
E la chiusura racchiude il senso complessivo dell’esperienza vissuta: «Spero di passare in salute il resto dei miei giorni, ma se dovessi, un domani, avere bisogno di tornare in ospedale, beh, spero che qui a Spoleto il tempo non passi mai».
Una frase che, al di là del caso singolo, racconta in modo immediato cosa significhi per un paziente percepire continuità, attenzione e umanità dentro un reparto ospedaliero.