di Logan Bentley Lessona (*)
Charleston (Sud Carolina) – Avete visto quei film americani ambientati nel profondo Sud con le case in stile giorgiano delle piantagioni con le immancabili, grandi colonne e i signori seduti sulla veranda bevendo il te' freddo o il “mint julep”? Bene, Charleston è ancora così. Qui puoi incontrare uomini vestiti di bianco o grigio chiaro, donne con abiti a fiori di leggero chiffon di seta. Qui le tradizioni sono importanti e guai a metterle in discussione. Ma questa città è riuscita a fondere alla tradizione uno dei più impotanti processi di sviluppo economico e industriale dell’America. Il porto di Charleston e' il terzo piu' grande degli Usa per traffico di container (qui c'è la Bmw e l'Alenia che fabbrica pezzi per il nuovo jet passaggero della Boeing) e per turisti (1milione seicentomila mel 2007). Anche questo è Charleston.Non è da meno il suo personaggio più autorevole, il sindaco Joseph P. Riley che pare uscito proprio da uno di quei film del ‘vecchio’ sud: alto, fisico asciutto, portamento aristocratico, viso dai lineamenti nobili e gli zigomi alti, e un grande ciuffo di capelli bianchissimi a far da cornice allo sguardo intenso. Una sorta di aristocratico del XXI secolo, come si conviene ad un città aristocratica: Charles Town fu fondata nel 1670 in onore di re Carlo II d'Inghilterra (nel 1680 venne spostata nell'attuale sito, e nel 1783 cambiò il nome in quello attuale di Charleston).Lo incontriamo nel suo ufficio, con vista sul parco cittadino. Fra i quadri appesi alle pareti non sfugge un poster di Martin Luther King fotografato davanti al Lincoln Memorial, durante la famosa macia su Washington. Non ce la faccio a trattenermi e gli confesso che i miei antenati, i Logan, sono stati fra i fondatori della città. Riley si alza e va verso un quadro contenente l’immagine di un dettaglio del Campidoglio di Charleston: “vede? questo lo ha fatto un suo parente, Sandy Logan, una copia l’ho donata al sindaco Brunini quale ricordo della sua visita a Charleston”. Assisto così al primo incontro ufficiale con la delegazione spoletina. Riley e Bunini si abbracciano con fare spontaneo e sincero. si da subito il via alle rispettive relazioni. IL primo cittadino di Spoleto conferma che il Comune sarà presente il prossimo 22 maggio a Charleston, come Riley assicura la sua di presenza per il 27 giugno. “Purtroppo non potrò rimanere per le celebrazioni in occasione di quello che era il compleanno del maestro Menotti – si lascia sfuggire Riley che così sembra anticipare qualche novità che a Spoleto ancora non è trapelata – quel giorno ho una festa con la mia famiglia e rischio il divorzio se non sarò presente”. Brunini mostra dunque la risoluzione del consiglio comunale per promuovere nuovamente il genellaggio fra le due citta' e l'intenzione di collaborare insieme per i due festival. “Voteremo presto anche noi una risoluzione simile – promette il collega di Carleston – ve la farò avere quanto prima”. Della delegazione fanno parte anche Sergio Fedelini (Console onorario d'Italia e vice presidente della MSC USA), Riccardo Strano (Direttore dell'ENIT Nord America) e il Maestro Giorgio Ferrara (Presidente e direttore artistico del Festival dei Due Mondi a Spoleto). Con il sindaco Riley ci spostiamo alla Visitors Center di Charleston, situato in un vecchio deposito di treni ristrutturato per ospitare uno dei tanti punti informativi a disposizione dei turisti. Troviamo un gruppo di studenti volontari che hanni aiutato ad allestire il “corner” dedicato a Spoleto, che sarà prossimamente ricambiato con un “corner” di Charleston negli uffici turistici di Spoleto. Torniamo verso l’albergo e Mr. Riley si offre di accompagnarmi in auto. Uscendo dal parcheggio cerca nelle tasche le monete per pagare il posteggio. La signora alla cassa lo riconosce “va bene così, sindaco”. Lui insiste e paga. “Potrei anche tirar dritto, ma non posso rischiare di farmi vedere da un cittadino di Charleston che non pago” commenta sorridendo. Il modo di guidare nel Sud è molto lento, i semafori sembrano durare un'eternita'. Nonostante il poco traffico impieghiamo un quarto d’ora per arrivare in Campidoglio. Parcheggiamo di fronte e cominciamo la nostra intervista. Vicino a noi c’è un poliziotto che sorveglia la zona.
Quando ha incontrato Gian Carlo Menotti per la prima volta? “Ormai son passati tanti anni, il maestro voleva trovare una citta' negli Stati Uniti per completare il progetto originale del Festival dei due mondi. E' stato appoggiato dalla National Endowment for the Arts (unico ente negli US che si occupa delle arti, n.d.r.) ed insieme diedero vita ad un Consiglio per individuare la città ideale. Il primo incontro fu nel 1976, quando mi fu presentato da una nostra comune amica la contessa Alicia Paolozzi”.
Cosa ricorda di quell’incontro “Menotti mi disse di essersi innamoratoa prima vista di Charleston. Era un uomo pieno di fascino, così pieno di vita e creatività. Solo nell’ascoltarlo mi rendevo conto che la nostra città e il festival potevano diventare un abbinamento perfetto. Erano fatti l’uno per l’altro”.
E poi? “La nostra prima stagione risale al 1977. L’anno dopo andai a Spoleto per la prima volta. Ricordo che mi aspettavo di visitare una bella città, ma quando l’ho vista era ancora più bella e affascinante di come me l’avevano descritta e di quelle foto che avevo potuto vedere dai libri e giornali. Ricordo che fui ospite della Contessa Paolozzi nella casa con vista sul Duomo che poi fu comprata da Francis Menotti”.
Quali sono le caratteristiche principali di queste due città? “sono due realtà a dimensione umana, ricche di storia e opere d’arte. Dove questo connubio è naturale, non è stato costruito nulla. E questo è ciò che piaceva al Maestro”. Poi la rottura con Charleston “Già, quando Gian Carlo ha lasciato Charleston ci è mancato – mi perdoni l’esressione – “l'altro mondo”, ci sono mancati gli italiani. Il gemellaggio con Spoleto era diventato una componente essenziale della vita stessa della nostra città”.
Cosa deve Charleston a Menotti? “Il Maestro ha dato tanto a questa città, ci ha donato una grande opportunità”. Riley scopre l’orologio, guarda l’ora e mi ricorda l’impegno che lo attende. E’ passato un bel po’ più di tempo dei dieci minuti che mi aveva detto di concedermi. Mi chiede scusa più volte, ma è costretto a lasciarmi. Un vero gentiluomo, come quelli dei film del profondo Sud.
(*) per Tuttoggi.info
(pubblicato alle ore 23.20 del 2 aprile 2008)