Dopo le accuse della LAC (Lega Abolizione Caccia) dell’Umbria, che puntato l’indice contro la convergenza di interessi tra agricoltori e cacciatori, Federcaccia Umbra ritiene interviene “per ristabilire un quadro scientificamente corretto sulla gestione del cinghiale nell’area di Colfiorito”. E questo alla luce di alcune affermazioni contenute nel comunicato di LAC Umbria “che risultano fuorvianti, semplificatorie e prive di riscontri tecnico-gestionali”.
L’aumento delle popolazioni di cinghiali
Il primo punto riguarda le cause dell’aumento della presenza dei cinghiali, che gli animalisti attribuiscono alla caccia.
“Attribuire alla caccia, in particolare alla caccia collettiva in battuta con i cani (braccata), la responsabilità primaria dell’incremento demografico del cinghiale – afferma Federcaccia – non trova alcuna conferma nella letteratura scientifica e tantomeno nei dati gestionali regionali e nazionali. L’espansione del cinghiale in Italia è il risultato combinato di fattori ecologici ben documentati: elevata plasticità ecologica della specie, aumento delle superfici boscate; abbandono dello sfruttamento del bosco; totale cessazione dell’allevamento suino allo stato brado o semibrado; abbandono delle aree agricole marginali; disponibilità alimentare elevata (ghiande, castagne faggiole) a causa della fine della competizione alimentare con i suini domestici bradi; mediocre gestione della specie nelle aree problematiche (parzialmente boscate) e nelle aree non vocate (agricole). La caccia, in particolare quella esercitata nella forma della braccata all’interno delle aree fittamente boscose, è riconosciuta, a livello scientifico, così come da ISPRA, dalle Regioni e dalla normativa nazionale ed europea, come il mezzo più efficace per il controllo della specie”.
Struttura sociale del branco e presunta “proliferazione indotta”
“La tesi secondo cui il prelievo venatorio causerebbe automaticamente una ‘proliferazione incontrollata’ attraverso la destrutturazione dei branchi è una affermazione del tutto errata” prosegue Federcaccia. Che aggiunge: “È scientificamente noto come la capacità riproduttiva del cinghiale sia fortemente condizionata dalla disponibilità alimentare, ovvero dall’abbondanza dei frutti forestali (ghiande, castagne e faggiole). Negli anni di forte produzione autunnale dei frutti forestali (pasciona) le femmine nate nella precedente primavera (piccole, di età inferiore ad 1 anno) possono facilmente raggiungere il peso soglia che consente loro di accoppiarsi e partorire nella successiva primavera. Al contrario, le femmine adulte si riproducono a prescindere dall’andamento dell’annuale fruttificazione forestale. Tuttavia, dato l’elevato numero delle femmine piccole che si riproducono negli anni di pasciona, nella successiva primavera si assiste ad un picco delle nascite che a loro volta possono dare luogo, limitatamente alle aree problematiche, laddove cioè bosco e coltivi si equivalgono, a problemi di danni agricoli. È dunque chiaro come la caccia ed il controllo, saggiamente gestiti e pianificati, rappresentino l’unico mezzo per attenuare l’elevata demografia della specie e quindi contenere l’impatto che i cinghiali hanno nei confronti dell’ambiente agricolo.”
Aree protette e ruolo gestionale
Federcaccia parla poi di parchi ed aree protette, sui quali aveva lanciato un appello, invocando una corretta gestione per evitare che diventino “serbatoi” per il proliferare incontrollato dei cinghiali.
“Il ruolo svolto nei confronti delle popolazioni di cinghiale dalle aree protette presenti all’interno delle aree autenticamente vocate, ovvero nelle estese formazioni boschive – chiarisce a questo proposito l’associazione – è del tutto naturale, in quanto svolgono un proficuo ruolo di rifugio e alimentazione. Tali situazioni, proprio perché collocate in un contesto estesamente e intensamente boscoso, non possono avere alcun tipo di impatto nei confronti dei coltivi, in quanto quest’ultimi sono semplicemente inesistenti. Il ruolo svolto da tali istituti nei confronti della caccia condotta con il metodo della braccata è quindi favorevole in quanto, in questo caso, l’attività venatoria si basa correttamente sul naturale fenomeno dell’irradiamento, particolarmente forte per ragioni alimentari (ricerca dei frutti del bosco) proprio durante il periodo autunnale che coincide appunto con la stagione di caccia. Ecco, in concreto come la caccia in braccata riesce a svolgere un ruolo di regolazione delle popolazioni di cinghiale”.
“Nel caso, viceversa, delle aree protette presenti nelle aree problematiche – prosegue Federcaccia – la caccia in braccata può ugualmente svolgere un ruolo regolativo delle popolazioni di cinghiali a patto che le squadre attuino una gestione venatoria oculata. In questo caso, infatti, occorre evitare un eccessivo disturbo venatorio lungo i confini delle aree protette in modo tale da dare agio ai cinghiali di uscire. Braccate condotte con eccessiva frequenza nelle medesime aree di caccia costringono infatti i cinghiali a rimanere loro malgrado dentro le aree protette durante la stagione venatoria e ad uscirne al termine di questa portandosi, per fame, nelle aree coltivate. Quindi, in tali situazioni, occorre che le squadre sappiano dosare e organizzare il loro sforzo di caccia durante lo svolgimento della normale stagione venatoria, in modo tale da evitare la necessità di ricorrere agli interventi di controllo al termine di essa”.
Agricoltori e cacciatori: convergenza legittima, non “strana coppia”
Federcaccia conferma la necessità di un fronte comune tra cacciatori e agricoltori: “La convergenza tra mondo agricolo e mondo venatorio non è sospetta né opportunistica, ma logica e fondata su interessi concreti e legittimi: tutela delle produzioni agricole, riduzione dei danni economici, sicurezza pubblica, equilibrio faunistico. Dipingerla come un’alleanza opaca – ribatte rispetto alle accuse della LAC – significa ignorare decenni di gestione territoriale condivisa e il ruolo riconosciuto ai cacciatori come soggetti attivi nella gestione faunistica, spesso a costo zero per la collettività”.
Filiera della carne di selvaggina
Sulla filiera della carne di selvaggina, Federcaccia ribadisce la propria posizione: “La valorizzazione della carne di cinghiale non è incompatibile con il contenimento numerico, ma ne rappresenta una conseguenza virtuosa, finalizzata a: evitare sprechi di risorsa naturale, garantire tracciabilità e sicurezza sanitaria, ridurre i costi pubblici di smaltimento, trasformare un problema in una parziale compensazione economica dei danni. La filiera non “richiede” sovrabbondanza, ma gestione razionale e programmata, nel pieno rispetto delle normative sanitarie, incluse quelle relative alla Peste Suina Africana”.
Dopo 30 anni: il problema non è la caccia, ma dove manca
“Il fatto che dopo decenni di caccia al cinghiale condotta con il metodo della braccata (in taluni casi, come quello delle Colline Metallifere in Toscana, dove la braccata al cinghiale è nata nella seconda metà dell’Ottocento, addirittura da secoli) le popolazioni di questo suide sopravvivano egregiamente – spiega Federcaccia – rappresenta la prova provata che tale metodo di caccia non ha, contrariamente a quanto sovente si afferma, effetti destrutturanti e quindi distruttivi. I problemi di gestione del cinghiale, ovvero i danni che esso arreca alle colture agricole, affondano le proprie radici essenzialmente nella insufficiente gestione che di esso si continua a fare in parte nelle aree problematiche ma soprattutto nelle aree agricole, laddove la presenza del suide è del tutto incongrua. In altre parole, la becera criminalizzazione del cinghiale e della caccia in braccata non offre nessun reale vantaggio, quello che è realmente necessario è una sua più efficiente gestione nella campagna coltivata, al fine in primo luogo di prevenire l’insorgenza dei danni agricoli stessi”.
Per una gestione moderna
Federcaccia Umbra, alla lue di queste valitazioni, respinge con fermezza la narrazione che individua nella caccia l’origine del problema cinghiale.
“Una gestione moderna – conclude l’associazione venatoria – richiede conoscenza scientifica, strumenti operativi e collaborazione tra istituzioni, agricoltori e cacciatori, non slogan ideologici né comunicati costruiti su pregiudizi. Il cinghiale non si governa con la propaganda, ma con gestione, responsabilità e competenza”.