La verità sulla sorte di Riccardo Branchini resta ancora legata diga del Furlo, intrappolata in un groviglio di veti tecnici e scadenze stagionali. Quando tutto sembrava pronto per l’avvio dello svuotamento dell’invaso – passo decisivo per riprendere le ricerche del 20enne scomparso la notte del 13 ottobre 2024 – è arrivato il colpo di scena. Un dietrofront burocratico che ha trasformato una speranza concreta in un dramma nel dramma per la famiglia del ragazzo.
A bloccare l’operazione, che sarebbe dovuta scattare la prossima settimana con il bando di 450mila metri cubi d’acqua, è stata la Provincia di Pesaro-Urbino. L’Ente marchigiano, che tutela la Riserva naturale e i siti protetti del Furlo, ha revocato il precedente via libera.
Il nodo del contendere è tecnico: Enel Green Power ha comunicato l’impossibilità di garantire uno svaso graduale (un metro al giorno) al di sotto della quota di 172 metri sopra il livello del mare, motivando il diniego con la morfologia del bacino e la necessità di preservare l’acqua potabile per l’estate. Inoltre, il gestore ha evidenziato anche l’impossibilità di installare barriere di protezione o di recuperare e tutelare la fauna ittica a valle per ragioni di sicurezza. Per la Provincia, queste rinunce azzerano le tutele minime dell’ecosistema. Da qui, il parere negativo.
La reazione della famiglia Branchini è stata immediata e dolorosa. Nel corso di una conferenza stampa convocata a Pesaro dall’avvocata Elena Fabbri, la madre di Riccardo, Federica Pambianchi, ha dato sfogo a una rabbia composta ma devastante: “Questa è una botta che ci massacra. Vivevo con l’ansia di trovarlo lì sotto, ma almeno avrei avuto una risposta. Vorrei vedere se fosse il figlio di chi ha preso questa decisione. I pesci sono più importanti di mio figlio?“
Sulla stessa linea il padre, Tommaso Branchini, collegato a distanza: “Quella della fauna ittica è solo una scusa, ognuno si assumerà le proprie responsabilità“.
Per la difesa della famiglia, la priorità concessa alla fauna rispetto alla ricerca di un essere umano è semplicemente “inconcepibile”. L’avvocata Fabbri ha già incaricato un team di amministrativisti per valutare un ricorso d’urgenza al Tar e un esposto alla Corte dei Conti.
Sul tavolo resta un enorme problema di tempi. La Regione Marche aveva fissato il limite invalicabile del 30 maggio per completare lo svaso, così da non compromettere le riserve idriche estive contro il rischio siccità. Un termine che Enel, rispettando le prescrizioni ambientali, non avrebbe mai potuto incrociare.
L’unica nota di flessibilità arriva dal Servizio Ambiente della Provincia, che ha lasciato uno spiraglio aperto: il calendario non è vincolante. L’intervento potrebbe essere allungato o spostato in avanti, a patto che Enel Green Power presenti un nuovo piano dettagliato e che la Regione rilasci una nuova autorizzazione. Resta da capire se i tempi della burocrazia e quelli di una famiglia sospesa nel limbo da un anno e mezzo riusciranno mai a coincidere.