(Fda)- Maglia nera per l'Umbria in tema di lavoro sommerso. Secondo il rapporto 2011 dell'Uil, la regione è al quinto posto a livello nazionale per il numero di aziende che hanno tra le loro fila lavoratori in nero. L'indagine presentata dal sindacato si basa sui dati reali raccolti dalle ispezioni del ministero del Lavoro -tramite propri funzionari o le forze dell'ordine- dal 2006 a ottobre 2010 in tutta Italia. Allarmanti i dati emersi, secondo cui in Umbria il 59,4 per cento (quasi due su tre) delle aziende ispezionate approfitta del lavoro di dipendenti parzialmente o totalmente in nero. Un dato migliore solo rispetto a Liguria (73,1%), Lombardia (63,9%), Marche (62,9%) e Campania (il 59,8%), con un dato nazionale di oltre 1,2 milioni di lavoratori risultati irregolari nelle aziende ispezionate. I comparti maggiormente colpiti dal fenomeno, in Umbria come nel resto del paese, sono risultati essere i pubblici esercizi e l'edilizia. Proprio il mattone, settore in crisi sul cui rilancio l'Umbria sta puntando molto con il piano casa e altre iniziative di annunciate, sembra essere protagonista del primato negativo regionale, con la regola degli appalti pubblici al ribasso che rischia di mettere a repentaglio proprio le condizioni salariali e di lavoro dei dipendenti. A tal proposito, nei giorni scorsi l'assessore regionale alle Opere pubbliche Stefano Vinti aveva annunciato un impegno a regolamentare meglio il sistema di affido dei cantieri, per il “contenimento dei ribassi eccesssivi” e per la “lotta al lavoro nero tramite la verifica della regolarità contributiva e della congruità dell'incidenza della manodopera impiegata”, anche per tutelare il settore dal rischio delle infiltrazioni della criminalità organizzata, tra i protagonisti dei rapporti di lavoro impari e in nero. L'altra faccia del fenomeno, difficilmente fotografabile proprio perché invisibile, é poi quella dell'evasione fiscale e previdenziale che si abbatte sui bilanci erariali a livello nazionale e regionale.Secondo la Uil, il cui studio è stato presentato dal segretario Guglielmo Loy, “solo riportando a livelli fisiologici il tasso di lavoro irregolare sarà possibile creare un contesto positivo al dibattito sulla quantità e sulla qualità del lavoro, sul rapporto tra la sua stabilità e la flessibilità, sulla necessità di incentivare le imprese a creare posti di lavoro stabili e utilizzare, senza abusarne, tipologie di lavoro non standard che, pur essendo forme 'regolari', cioè non illegittime di lavoro, non sempre rispondono alle regole”.