Ragazzo accoltellato a Frascati, lo psicologo Lavenia: "Dietro un coltello c'è il dolore di chi non ha più parole" - Tuttoggi.info

Ragazzo accoltellato a Frascati, lo psicologo Lavenia: “Dietro un coltello c’è il dolore di chi non ha più parole”

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Ragazzo accoltellato a Frascati, lo psicologo Lavenia: “Dietro un coltello c’è il dolore di chi non ha più parole”

Lun, 31/03/2025 - 20:03

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(Adnkronos) – “Dietro un coltello c’è il dolore di chi non ha più parole”. Il presidente dell’Ordine degli psicologi delle Marche, Giuseppe Lavenia, commenta, con queste parole, il caso del 14enne che ha accoltellato un coetaneo a Frascati. “Non è follia. È solitudine. È educazione emotiva che non c’è”. Una lite per un debito legato alla compravendita di vestiti, due coltellate al cuore e al fegato, una fuga, poi la resa. È successo sabato sera in piazza Marconi, a Frascati: un 14enne ha accoltellato un ragazzo di 16 anni, ora ricoverato in terapia intensiva. Il minore è stato arrestato per tentato omicidio. 

Ci si domanda come si possa arrivare a un gesto così estremo a 14 anni. Secondo Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e docente universitario “non si arriva da un giorno all’altro. Si arriva dopo mesi, a volte anni, in cui un ragazzo prova a comunicare un disagio che nessuno sa o vuole ascoltare. Non ha gli strumenti per raccontare il dolore, e allora lo agisce. Una coltellata non è mai solo violenza. È l’ultimo grido di chi si sente invisibile”.  

“I nostri ragazzi stanno male – continua Lavenia – E non lo sappiamo vedere. Nei giovani, la sofferenza non si mostra sempre con il pianto o la chiusura. Spesso prende la forma della rabbia, della provocazione, dell’aggressività. Quello che accade fuori, è spesso lo specchio di quello che manca dentro. E se non interveniamo prima, rischiamo solo di rincorrere l’emergenza. Quel coltello – aggiunge – non è solo un’arma: è un simbolo. È ciò che impugna chi non ha altre risorse per affrontare un conflitto, per gestire un rifiuto, per far valere la propria voce. È l’esito di un vuoto educativo e relazionale, dove nessuno insegna più a reggere una frustrazione senza esplodere”. “Cosa serve? Non possiamo continuare a puntare il dito su una sola parte. I genitori sono spesso lasciati soli, e la scuola ha mille responsabilità ma pochi strumenti. Serve una rete, una comunità educante. Serve riportare al centro l’educazione emotiva. Perché un ragazzo che impara a dare un nome alle sue emozioni, è un ragazzo che non ha bisogno di colpire per farsi ascoltare”.  

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