Cronaca

Piccolo Carro, “non siamo una prigione” | La verità della coop sotto inchiesta

Una visita guidata a tutte le strutture a dimostrare che il Piccolo Carro “non è una prigione”, ma un luogo dove “i ragazzi con disagio e gravi storie alle spalle trovano una cura e guariscono”, perchè “la cura è l’amore”. Così i responsabili giustificano anche il fatto di essere una delle strutture sociali per minori tra le più care in Italia. “Rette alte ma da noi c’è il risultato”. Palestra, maneggio, campo da calcio, una residenza di pregio nel cuore dell’Umbria e altre 5 strutture tra cui una con un piccolo teatro interno e un servizio di “socio -estetica”. Un ambiente bello da vedere e vivace per la presenza dei circa 30 ragazzi oggi ospitati per i quali la cooperativa percepisce rette mensili da 400 euro in prevalenza da Comuni invianti e Tribunale dei Minori da tante città d’Italia.

“Se fino ad oggi siamo stati poco conosciuti – hanno spiegato ieri mattina i responsabili – è perché abbiamo il dovere della riservatezza per tutelare i nostri ospiti. Ma la pressione mediatica ora ci spinge a voler far conoscere la nostra realtà”. A fare da ciceroni Cristina Aristei e Pietro Salerno, psicologi entrambi, marito e moglie.  La loro posizione al momento è quella di iscritti al registro degli indagati, perché la procura di Perugia indaga per frode in pubblica fornitura e truffa ai danni di Enti proprio sull’attività del Piccolo Carro.

Accuse, ancora tutte da dimostrare ma che ruotano sul tipo di autorizzazione concessa e di contro partita sulle effettive attività effettuate. L’avvocato Massimo Marcucci ha spiegato: “Il Piccolo Carro è una comunità socio educativa, la polemica è sorta in merito alla somministrazione dei farmaci. Ma all’interno della Comunità non solo le terapie che vengono somministrate sono quelle prescritte dalle Asl invianti ma c’è poi la supervisione del medico locale.  Poichè però all’interno delle strutture esiste personale medico viene contestato che si svolga attività sanitaria in proprio. Ma non è così”.

Settantatré dipendenti, di cui oltre l’80 per cento a diretto contatto con i ragazzi e 15 consulenti esterni. Un fatturato da 5 milioni con un utile, lo scorso anno, di oltre duecento mila euro. Circa duecentomila euro anche di capitale sociale ed un patrimonio che comprende anche l’unica struttura (in totale sono sei) di proprietà. Ma molti di questi ragazzi hanno alle spalle storie di tossicodipendenza e violenze, ora c’è chi ha imparato a suonare la batteria o addirittura un mestriere. E in molti da qui non se ne sono mai andati.

Sulla fuga e la tragica fine di Sara Bosco e Daniela Sanjuan (entrambe morte dopo la fuga dalla struttura) gli operatori spiegano, “per noi è stato un dolore grandissimo ma questa non è una prigione, le porte non hanno lucchetti”. “Spesso i ragazzi diventano nostri dipendenti – dice Salerno – rimangono qui con noi e si formano per divenire educatori loro stessi. Oppure imparano un altro mestiere. E’ parte integrante del percorso imparare e poi insegnare agli altri”.