Nuove prospettive per la diagnosi delle malattie neurodegenerative, grazie al test, non invasivo, che si effettua sul liquido cerebro spinale, messo a punto dalla collaborazione tra il Dipartimento di Medicina di Laboratorio dell’Università di Amsterdam e la sezione di Neurologia – Laboratorio di Neurochimica Clinica – dell’Università degli Studi di Perugia.
La ricerca – pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Medicine – dimostra che i livelli dell’enzima DOPA decarbossilasi – DDC – nel liquido cerebrospinale – CSF – risultano significativamente più alti nei pazienti con malattia di Parkinson e demenza a corpi di Lewy, entrambe patologie caratterizzate dall’accumulo anomalo della proteina alfa-sinucleina nei neuroni, rispetto sia ai soggetti sani sia ai pazienti con altre malattie neurodegenerative. La DOPA decarbossilasi, quindi, si dimostra essere un biomarcatore altamente specifico e accurato, candidandosi così quale primo indicatore liquorale con un reale potenziale di applicazione rapida nella pratica clinica per queste patologie. Si tratta di un risultato, quindi, che apre nuove prospettive per una diagnosi davvero precoce, una migliore definizione biologica dei pazienti e lo sviluppo di terapie mirate.
Il contributo dell’Università degli Studi di Perugia è stato determinante grazie a un approccio multidisciplinare che ha integrato competenze cliniche, biochimiche, biofisiche e di analisi dei dati. In particolare, la caratterizzazione approfondita della coorte UniPg e l’utilizzo della tecnica di seed amplification assay per lo studio dell’aggregazione dell’alfa-sinucleina hanno permesso di chiarire il significato clinico dell’aumento della DDC, facendo emergere come i livelli più elevati dell’enzima sono associati al parkinsonismo e alla disfunzione del sistema dopaminergico.
Il gruppo italiano, coordinato dalla prof.ssa Lucilla Parnetti, è costituito dal prof. Giovanni Bellomo, dal prof. Davide Chiasserini, dal dott. Lorenzo Gaetani e dal dott. Federico Paolini Paoletti. La prof.ssa Parnetti e i ricercatori hanno sviluppato e validato i metodi quantitativi ad alta sensibilità per misurare la DDC in modo accurato e riproducibile, confermandone in modo solido il valore diagnostico.
In prospettiva, la DDC potrebbe affiancare o persino sostituire alcune metodiche di imaging del sistema dopaminergico, come la DaT-Scan e la PET, che richiedono radioisotopi, comportano esposizione a radiazioni ionizzanti, hanno costi elevati e non sono sempre facilmente accessibili. Un biomarcatore liquorale quantitativo rappresenta, infatti, uno strumento di maggiore specificità, sicurezza e integrabilità con altri biomarcatori, consentendo una diagnosi differenziale più accurata e una caratterizzazione biologica più completa.
Come già accaduto per la malattia di Alzheimer, l’introduzione dei biomarcatori nella pratica clinica potrà favorire anche per la malattia di Parkinson una diagnosi tempestiva, una selezione maggiormente appropriata dei pazienti candidati a terapie avanzate e la possibilità di monitorare con maggiore accuratezza l’efficacia biologica dei trattamenti.
La pubblicazione
Bolsewig, K., Bellomo, G., Hok-A-Hin, Y.S. et al. A quantitative DOPA decarboxylase biomarker for diagnosis in Lewy body disorders. Nat Med (2026)
https://doi.org/10.1038/s41591-026-04212-0
Nella foto, da sinistra: il dott. Federico Paolini Paoletti, il prof. Giovanni Bellomo, la prof.ssa Lucilla Parnetti, il prof. Davide Chiasserini e il dott. Lorenzo Gaetani