La città di Foligno si è ritrovata ieri sera e questa mattina in Cattedrale dove il Vescovo Gualtiero Sigismondi ha celebrato le Sante Messe di Natale. Ecco i testi delle Omelie della Notte e del Giorno di Natale
+ Monsignor Gualtiero Sigismondi
Natale del Signore – Messa della Notte, 2009
“Non temete: vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2,10-11)”. L’angelo del Signore rompe il silenzio della Notte santa con questo grido di esultanza che dà la nota all’inno del Gloria. Se a Pasqua è l’Alleluia a risuonare, a Natale è il Gloria in excelsis Deo a echeggiare; se a Pasqua è la luce del sole a sfolgorare, a Natale è la notte a brillare; se a Pasqua è la terra a tremare, a Natale è il cielo ad aprirsi; se a Pasqua è lo stupore a riscaldare il cuore dei discepoli di Emmaus, che “senza indugio” fanno ritorno a Gerusalemme (cf. Lc 24,33), a Natale è la meraviglia a dilatare il cuore dei pastori, che per primi, “senza indugio”, giungono a Betlemme, ove trovano “Maria e Giuseppe e il Bambino, adagiato nella mangiatoia” (cf. Lc 2,16).
La liturgia di questa Notte ci invita a seguire i pastori fino a Betlemme, “per conoscere nella fede le profondità del mistero dell’Incarnazaione” e, soprattutto, “per viverlo con amore intenso e generoso”. Esortandoci ad andare fino a Betlemme, la liturgia ci sollecita ad inserire nel canto del Gloria tutti i registri della gioia. “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia” (Is 9,2): questo oracolo, rivolto al popolo d’Israele immerso nelle tenebre dell’esilio, stabilisce una stretta relazione tra la luce e la gioia. Quello che la luce è per gli occhi è la gioia per il cuore! La gioia ha diversi registri: l’allegria, la felicità, la letizia, l’esultanza, il gaudio e il giubilo. L’allegria è gioia condivisa: dà forza alla comunione fraterna; la felicità è gioia intima: dà luce agli occhi; la letizia è gioia profonda: dà respiro all’anima; l’esultanza è gioia grande: dà voce alla lode; il gaudio è gioia vera: dà pace al cuore; il giubilo è gioia piena: dà spazio al silenzio della meraviglia.
I vari personaggi che, a Betlemme, s’incontrano davanti alla mangiatoia traducono la loro gioia in atteggiamenti diversi e tuttavia complementari; alla serenità del canto degli angeli si accompagna la semplicità dello sguardo dei pastori; allo stupore di Giuseppe fa eco il silenzio profondo di Maria. Serenità, semplicità, stupore, silenzio: sono questi gli atteggiamenti con i quali siamo chiamati anche noi a celebrare, con rinnovato fervore, il grande mistero dell’Incarnazione. Accanto a quale personaggio del Presepio vogliamo sostare in questa notte santa? Non certo accanto agli angeli, perché la loro serenità non ci appartiene, e nemmeno vicino ai pastori, poiché la loro semplicità neppure ci sfiora. Non possiamo presumere di stare neanche vicino a Giuseppe, perché il suo stupore ci supera, ma non possiamo certo avvicinarci a Maria, perché il suo silenzio è troppo intenso. Non resta altra scelta che accostarsi all’asino e al bue, di cui i Vangeli dell’infanzia non parlano, e tuttavia l’iconografia non li ha mai ignorati, forse per rendere omaggio a quella umile bestia da soma di cui il Signore si è servito per il suo ingresso pasquale a Gerusalemme, che ha segnato l’estremo limite del suo discendere vicino a noi, fino a farsi uno di noi.
Il Natale del Signore è la smentita più alta dell’idea di un Dio lontano e distratto, chiuso nel suo cielo e indifferente a ciò che accade sulla terra. Egli ci ha redento, visitandoci: si è calato nell’abisso della nostra miseria perché ne uscissimo! “Noi non avremmo potuto aver parte alla vittoria gloriosa di lui – afferma S. Leone Magno –, se la vittoria fosse stata riportata fuori della nostra natura”. “Nel mistero adorabile del Natale – così prega la liturgia – risplende in piena luce il misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne”. L’Unigenito Figlio di Dio si è fatto Primogenito di una moltitudine di fratelli: questo è il Dono per eccellenza che ogni anno, a Natale, siamo invitati ad accogliere con meraviglia sempre rinnovata. “È apparsa la grazia di Dio, che porta la salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11): lo stupore per la grandezza del Dono è accresciuto dalla sorpresa per l’umiltà nella quale questa grandezza ha scelto di essere nascosta e quasi “annientata”.
La consuetudine natalizia di scambiarsi i doni, mentre manifesta il desiderio sincero di rinsaldare i vincoli della fraternità e dell’amicizia, esprime in modo concreto il grande Dono che il cielo ha fatto alla terra: un Dono che infinitamente ci supera. “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto – precisa l’apostolo Giacomo – vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di Lui non c’è variazione né ombra di cambiamento” (Gc 1,17). Cristo Gesù non è, semplicemente, un regalo che Dio ha fatto all’umanità, ma è suo Dono: un Dono che infinitamente ci supera. Tra dono e regalo la distanza è marcata! Un regalo si configura, solitamente, come una sorta di biglietto di andata e ritorno, mentre un dono si presenta, semplicemente, come un biglietto di andata; un regalo suppone quasi sempre il calcolo degli interessi, mentre un dono non sopporta alcuna manovra speculativa; un regalo è molto spesso un residuo del superfluo, mentre un dono è sempre un’offerta di se stessi; un regalo segue la logica della distribuzione, mentre un dono conosce la regola della condivisione. Un regalo è sufficiente riceverlo, mentre un dono è necessario accoglierlo; tra ricevere ed accogliere la differenza è grande: per ricevere bastano le mani, per accogliere ci vuole un cuore semplice.
La Madre del Redentore, che nel Presepio risplende come “Vergine della meraviglia”, ci aiuti a comprendere che non basta ricevere il Signore con gioia, ma che è necessario accoglierlo con cuore semplice, aperto “a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Tt 2,12). Sobrietà, giustizia e pietà, prima ancora che essere virtù umane, sono attributi divini. Nel Verbo incarnato ciò che desta maggiore sconcerto è il fatto che il grande mistero della “pietà divina” si sia manifestato, per così dire, nel segno sacramentale della “sobrietà”: la sobrietà della grandezza di Dio compresa – non compressa! – nell’esiguità della creatura umana. L’annuale celebrazione della nascita del Salvatore sia per tutti noi occasione favorevole per tradurre lo stupore della gioia grande del Natale nel respiro profondo della “esultanza nella lode”.
Natale del Signore – Messa del Giorno, 2009
Radunati per celebrare in devota letizia la nascita del Salvatore – “generato dal seno dell’aurora, nato da Maria Vergine” –, la liturgia ci invita a confessare, con l’esultanza della meraviglia, che il Verbo di Dio “ha voluto assumere la nostra natura umana” (cf. Gv 1,14). “È carne come noi ed è roccia come Dio”: non trovo espressione più solenne di questa, che prendo a prestito dal magistero di Papa Benedetto XVI, per esprimere l’incanto con cui la Chiesa celebra il Natale del Signore. Egli, mentre condivide la nostra precarietà umana, ci offre la stabilità stessa di Dio. Egli è venuto ad abitare in mezzo a noi per essere Servo: questa è la più spiazzante di tutte le definizioni di Dio. “Parole da vertigine – osserva ancora Benedetto XVI –: Dio mio Servitore! Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato Lui ai piedi delle sue creature. Non cercarlo al di sopra dei cieli: è disceso e si dirama nelle vene del mondo, non sopra di te ma in basso, il più vicino possibile alla tua piccolezza. Perché essere sopra l’altro è la massima distanza dall’altro!”.
La liturgia, di fronte a così grande mistero, ci prende per mano e, con sapiente pedagogia, ci conduce fino a Betlemme e ci introduce nel Presepio. Ben quattro formulari ritmano la celebrazione liturgica del Natale: la Messa vespertina nella vigilia, la Messa della notte, la Messa dell’aurora e la Messa del giorno.
Con la Messa vespertina nella vigilia la liturgia ha ripercorso la genealogia di Gesù Cristo: “Da Abramo a Davide… da Davide fino alla deportazione in Babilonia… dalla deportazione in Babilonia a Cristo” (Mt 1,17). In questa lunga serie di generazioni – la somma è di tre volte quattordici – si susseguono popoli, famiglie, uomini e donne, su uno sfondo di grandezza e ignominia, di trionfi e miserie, di peccato e grazia, di perdimento e redenzione. Dentro a questa massa umana, il Figlio di Dio non ha paura di calarsi, non si vergogna di spogliarsi, non teme di umiliarsi (cf. Fil 2,7-8). ). “Noi non avremmo potuto aver parte alla vittoria gloriosa di Lui – scrive san Leone Magno –, se la vittoria fosse stata riportata fuori della nostra natura”.
Nella Messa della notte la liturgia ci ha offerto le coordinate spazio temporali del grande mistero dell’Incarnazione, fissando l’attenzione sul canto degli angeli, che annunciano ai pastori la “gioia grande” del Natale del Signore. Niente di meraviglioso, niente di straordinario, niente di magnifico viene dato come segno ai pastori; vedranno soltanto “un bambino avvolto in fasce”, nato in una stalla e perciò “adagiato in una mangiatoia” (cf. Lc 2,12). Il segno di Dio è il bambino nel suo bisogno di aiuto e nella sua povertà; soltanto col cuore i pastori potranno riconoscere che in questo bambino è diventata realtà la promessa antica. Il Verbo di Dio entra nel mondo con la semplicità di un bambino; si è fatto piccolo per noi: non per necessità e tanto meno per caso, ma nell’assoluta libertà della sapienza divina, che “tutto dispone con forza e dolcezza”.
Con la Messa dell’aurora l’attenzione si sposta sui pastori, i quali, recandosi a Betlemme “senza indugio”, sono figura, annuncio e profezia dei discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,13-35). Nell’impianto del Vangelo di Luca questo accostamento non è affatto arbitrario, ma getta le basi della grande arcata che collega Betlemme a Gerusalemme. L’evangelista Luca annota con cura che i pastori, una volta giunti a Betlemme, solo dopo aver trovato Maria e Giuseppe e il bambino, riferiscono ciò che era stato detto loro, suscitando stupore nei presenti, ad eccezione di Maria, che affida il suo commento al silenzio della meraviglia (cf. Lc 2,19). Luca precisa, altresì, che i pastori se ne tornarono “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” (Lc 2,20). La motivazione della loro “esultanza nella lode” sta nel fatto che essi hanno anzitutto udito e poi visto. Il vedere è il termine dell’udire: solo l’ascolto fa aprire gli occhi, poiché è la forma più alta di contemplazione, quella più completa e concreta.
Nella Messa del giorno lo stupore della Chiesa cede il passo all’intelligenza della fede, che riconosce nell’Incarnazione del Verbo la logica della “grandezza dell’esiguità”. “È venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14) – sottolinea sant’Ireneo – per abituare l’uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo”. Egli, l’Eterno che è al di sopra del tempo, “quando venne la pienezza del tempo” (cf. Gal 4,4) è entrato nel tempo, si è preso tempo per noi, e tuttavia non è stato accolto (cf. Gv 1,11). Sebbene le tenebre del mondo non riescano a vincere la sua luce (cf. Gv 1,5), il mondo non lo ha riconosciuto (cf. Gv 1,10). La resistenza che il mondo ha opposto al Verbo fatto carne nasce non solo dalla difficoltà a credere che la divinità abbia assunto la nostra umanità, ma anche dall’incapacità ad ammettere che la nostra natura umana sia capace di comprendere la divinità, contenendola e non comprimendola!
Perché il Verbo di Dio, il Figlio di Dio, si è fatto uomo? Molti teologi medievali hanno risposto a questo struggente interrogativo spiegando l’Incarnazione del Verbo con l’urgenza di riparare il peccato di Adamo. E tuttavia i Padri della Chiesa non hanno mancato di precisare che l’Incarnazione, evento centrale della storia della salvezza, era stata prevista sin dall’eternità, anche indipendentemente dal peccato dell’uomo, affinché tutta la creazione potesse dare lode a Dio e amarlo come un’unica famiglia radunata attorno a Cristo. L’intera storia del mondo e dell’umanità è orientata a Cristo, il Verbo di Dio, che si è fatto carne nella piccolezza, nella povertà, nell’oscurità, lontano dai grandi riflettori della storia. Eppure ha segnato la storia in modo indelebile: quella delle grandi date e quella più silenziosa e nascosta dei nostri cuori!
Nel confessare, con meraviglia nuova, che Dio onnipotente “in modo mirabile ci ha creati a sua immagine, e in modo più mirabile ci ha rinnovati e redenti”, domandiamogli la grazia di “avvolgerci della nuova luce del suo Verbo fatto uomo” e, soprattutto, chiediamogli di “far risplendere nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito”.