Domenica 31 agosto si è tenuto nella palude di Colfiorito, cuore del parco regionale, l’incontro “Elegia per Gaza” nell’ambito dell’Umbria Green Festival 2025 con Paola Caridi saggista e giornalista, presidente dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22 che da oltre venti anni si occupa di Medio Oriente e Nord Africa. Moderatrice, la giornalista Loredana Lipperini. Quest’anno l’Umbria Green Festival si presenta con il format “la forma dell’acqua”, le date degli incontri sparsi tra Colfiorito, Annifo e Bevagna vanno dal 30 agosto fino all’8 settembre.
Un’elegia per Gaza, proprio nel giorno della partenza della Global Sumud Flotilla da Barcellona verso la Striscia per forzare il blocco navale di Israele portando aiuti alla popolazione stremata, in cui Paola Caridi, tra i suoi ultimi libri “Hamas” (2023), “Il Gelso di Gerusalemme” (2024) e il 9 settembre in uscita con “Sudari, elegia per Gaza”, spiega la particolarità di questo genocidio perpetrato verso i palestinesi: “Questo è un genocidio diverso dagli altri, ogni genocidio lo è, ma questo però mette insieme popolo, terra e legami recisi ed ha inizio con il sionismo: “una terra senza popolo (la Palestina) per un popolo senza terra (il popolo di Eretz Israel)”. Questo legame inscindibile tra un popolo che per millenni vive su una terra e quella terra fa sì che questo sia un “ipergenocidio”, non solo un genocidio nei confronti di un popolo ma nei confronti della terra e di un legame che si distrugge“.
La storia della Palestina è una storia di appartenenza con il territorio ma anche con tutti gli elementi che ne fanno parte. “Non si può distinguere tra non umano, terra, alberi e umano. Rompere, staccare, estirpare è un legame, una relazione vuol dire molto. Significa espulsione. Per i palestinesi essere uno degli elementi della propria terra è ancora più importante, per gli israeliani è un rapporto di dominio“.
L’ecocidio
L’albero è come una casa e e l’albero che non c’è è un’assenza definitiva. La letteratura palestinese lo spiega: “La scrittrice Refaat Alareer in un racconto rende protagonista suo padre che era molto arrabbiato perché un soldato aveva sradicato un ulivo, il padre dice “nessuno di noi se andasse in Israele taglierebbe un albero di ulivo se anche fosse israeliano” è questa la differenza” racconta la Caridi. “Ti accorgi di un albero quando non c’è e ti da dolore. Il gelso di 150 anni (del suo libro) che non c’è più nella sua casa, ritrovato tagliato, mutilato, un moncone, potrà crescere ma non sarà più quel gelso. Ho iniziato a pensare cosa avrebbe raccontato visto che è così vicino alla linea verde del 1948? Delle persone, degli esseri umani, di chi lo aveva piantato, chi aveva raccolto, le more per fare le marmellate, della guerra vista e testimoniata…e questo stravolge lo sguardo, il tempo e lo spazio. Non è un tempo umano ma un altro. Basta descrivere questo pianeta solo attraverso i nostri gesti che sono violenti, sono stupri alla natura e agli esseri umani, bisogna mettersi di lato“.
L’occupazione con gli alberi
La particolarità dell’occupazione israeliana in Palestina passa anche per le modalità in cui è stato fatto da parte di Israele un greenwashing, o “colonialismo botanico” con un proprio esercito degli alberi. “David Ben Gurion appena costituito lo Stato di Israele (Nakba per i palestinesi con oltre 700mila rifugiati cacciati dalle loro case, dai loro negozi, fabbriche, cinema, cultura) in un discorso parlò della necessità di un esercito di alberi, oltre 200 milioni di pini piantati in 120 anni, che sembra un argomento superficiale invece è importante: quegli alberi avrebbero coperto la storia dei 500 villaggi palestinesi spopolati per la Nakba distrutti e di cui rimane traccia nei boschi di conifere e pini non autoctoni. In questi boschi dedicati a famiglie e popoli della diaspora ebraica è facile trovare muretti di pietra, sono le tracce di quei villaggi palestinesi“. E di qui le narrazioni falsate del secolo riguardo l’occupazione israeliana di aver costruito il giardino nel deserto, ma “nella Palestina storica gli alberi c’erano, non erano pini ma gelsi, nespoli, albicocche, noci, lecci, fichi, sicomori, uva, ulivi“. Israele ha coperto e occupato una terra e dato che gli arbusti non sono autoctoni ora se ne vedono i tristi effetti: “gli incendi si susseguono perché gli aghi di pino acidificano il terreno ed è più facile che prendano fuoco” spiega Paola Caridi
Le arance di Jaffa
Anche le famose arance di Jaffa fanno parte delle narrazioni sbagliate: “Erano palestinesi, sono nate prima del sionismo, la varietà “shamuti” fu inventata dagli agronomi palestinesi fra ‘700 e ‘800, mentre il sionismo è della seconda metà dell’800. Quando si legge la letteratura e la poesia palestinese le arance rappresentano la nostalgia della ricchezza e della patria perduta. Fino al 1948 c’era una filiera lunga: coltivarle, sceglierle, incartarle, venderle, portarle con le casse di legno al porto ed esportarle in America , Inghilterra. Hanno avuto una parte attiva nel colonialismo britannico dell’estremo oriente, la vitamina C era essenziale per i marinai che morivano di scorbuto e ha evitato la morte di 2 milioni di marinai“. Dopo il 1948 anno della Nakba, il sionismo ha iniziato a comprarle. “Jaffa una delle città più importanti del Mediterraneo con i suoi 104 mila abitanti dopo il ’48 rimane con 4 mila abitanti. Gli altri 100mila sono andati a ingrossare le fila dei rifugiati diretti a Gaza. Jaffa era la più grande città della Palestina, con cinema, concerti con cantanti molto famosi, con 700 ettari di agrumeto (immaginate il profumo!) era un giardino. Gli israeliani prendono gli agrumeti e se ne appropriano facendone il simbolo del nuovo Stato. Negli anni ’70 boicottavamo Israele non mangiando le arance di Jaffa ma la varietà palestinese shamuti ha una dolcezza…”




Rito funerario
Nel cortocircuito del genocidio salta tutto il racconto del popolo palestinese, oggi rimangono le immagini strazianti ma sottolinea la giornalista “Il rito funerario per i palestinesi è di importanza fondamentale perché rompe gli stereotipi, si pensa che non ci sia solidarietà, amore per la vita, rispetto del corpo, amore e cura in questo passaggio tra la vita e la morte. Il corpo avvolto nei sudari viene trattato con acqua, profumi, canfora, aloe, oli essenziali comprati al mercato ricoperto con teli di mussolina e boccette di oli, 3 teli per gli uomini e 5 per le donne. Questo da l’idea di quanta cura per il corpo ci sia e noi lo abbiamo ridotto e visto dalla nostra visione razzista, sistemica verso persone non bianche“. Oggi la morte a Gaza è rappresentata da “foto di cadaveri coperti con i sacchi della farina dell’Onu (che con il suo lavoro ha sfamato gli abitanti con nostri soldi, Israele non ha speso uno shekel). Vedere un viso coperto con il sacco dell’Unrwa è il simbolo del genocidio in corso. Accorgerci di loro perché coperti. La ritualità e gli affetti, i sentimenti sono stati sostituiti da termini come eliminare, liquidare, uccidere, massacrare” e fare i funerali è diventato un gesto pericoloso perché racconta un popolo.
Le parole per Gaza e il legame con Caravaggio
“A Gaza si dedica il disagio, l’insonnia, la frustrazione ma sono poche le parole che permettono di comprendere cosa sia Gaza perché è una città blindata. Il 7 ottobre è una faglia ma la storia non inizia lì altrimenti si rischia di non si comprende tutto” sostiene Paola Cairidi. Da qui la domanda: Siamo impotenti? “No. Siamo senza potere ma non impotenti. Il potere della parola lo abbiamo quando diciamo “non nel mio nome”, quando parliamo al bar, con gli amici, a cena, del genocidio in corso. Questo è esercitare un potere”. C’è un link sottile che passa attraverso l’immagine del Caravaggio “Sono andata a vedere a San Luigi dei Francesi a Roma le pale del Ciclo di San Matteo: la Vocazione di San Matteo, il Martirio di San Matteo e San Matteo e l’Angelo e anche lì c’è Gaza. Nel martirio di san Matteo i fedeli e Caravaggio stesso è tra coloro che guardano l’uccisione a loro cara e non fanno nulla. In San Matteo e l’Angelo che gli sussurra il Vangelo porta un sudario e qui la parola è centrale. Caravaggio andrebbe a Gaza e ritrarrebbe i corpi delle vittime non quelle dei carnefici. Le tre pale sono fondamentali per capire questo rapporto con la parola“.
Gaza ci riguarda tutti non solo per quello oche sta accadendo ma anche per la nostra storia, per la storia d’Europa, la città di Gaza ha 5.000 anni di vita e da 3.500. “Prima c’era Sansone ora no ma Gaza riguarda tutti e tutte, fa parte di una storia mediterranea che dura migliaia di anni, fa parte della nostra storia artistica, nei miti, nelle radici, nel sicomoro di Zaccheo. Nessuno si deve sentire escluso da Gaza anche chi non c’è mai stato” conclude Paola Caridi.