LE ESCLUSIVE DI TO®: INTERVISTA ALL'ARTISTA FRANCO SUMMA IN MOSTRA ALLA GCAM - Tuttoggi.info

LE ESCLUSIVE DI TO®: INTERVISTA ALL'ARTISTA FRANCO SUMMA IN MOSTRA ALLA GCAM

Redazione

LE ESCLUSIVE DI TO®: INTERVISTA ALL'ARTISTA FRANCO SUMMA IN MOSTRA ALLA GCAM

Mar, 17/03/2009 - 12:01

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Di Chiara Fabrizi

Franco Summa, artista abruzzese che nella sua carriera ha in vario modo rivoluzionato il concetto di arte e le sue forme di espressione, ha recentemente allestito la mostra “Le vie del dipingere” nella Galleria Civica d'Arte Moderna di Spoleto.

L'esposizione è un percorso all'interno delle bellissime sale di Palazzo Collicola dove l'artista ha disposto alcune sue opere pittoriche, alcune immagini relative alle opere monumentali urbane da egli realizzate e i cavalletti che rientrano nell'opera “Intravedersi”.

Summa ed un ampio movimento artistico, storico e critico – il cui maggiore esponente è stato Enrico Crispolti – hanno sperimentato, a partire dalla metà degli anni '70, una forma di arte definita democratica, il cui presupposto era ed è il coinvolgimento attivo e diretto di un pubblico più ampio, e non limitato ai soli collezionisti. Implicito e altrettanto innovativo era il desiderio, di questa nicchia di artisti, di “liberare l'arte” da quelle dinamiche di mercato che molto spesso vincolavano, e forse tutt'ora vincolano, gli artisti.

Particolare, suggestivo ed inedito, il lavoro di Summa ha spinto To® a contattare l'artista per comprendere, in maniera più profonda ed analitica, l'origine, le ragioni e il messaggio di queste sue opere.

L'esposizione spoletina trasmette indubbiamente questa propensione di innovare e questo tentativo di coinvolgere, nel senso pieno del termine, i visitatori. La mostra, il cui ingresso è libero, è aperta il venerdì, il sabato e la domenica e resterà visitabile fino al 29 marzo.

Le cornici leggermente specchiate della sua esposizione spoletina, sono il preludio della mostra, che intende proporre alle persone una vera e propria partecipazione attiva?

“I miei cavalletti da pittore con le cornici dorate, disegnati in maniera tale che il riflesso delle persone sulle lastre trasparenti-specchianti inducano ad una percezione dell'”esserci”, ossia essere protagonisti di una “pittur-azione” che coinvolge il soggetto, agente-percettore, come artista virtuale oltre che soggetto delle molteplici immagini pittoriche che appaiono nelle riflessioni e trasparenze all'interno delle cornici.

“Intra Vedersi” (questo è il titolo dell'opera costituita da dodici cavalletti) cerca il coinvolgimento attivo delle persone. È stata montata in luoghi urbani di Pesaro, Urbino, Fano, Abano Terme dove il cittadino sollecitato dalla apparizione di questi oggetti (segni significanti) vedeva gli altri e se stesso sullo sfondo di quelle scene urbane, che l'abitudine e l'indifferenza annullano nelle valenze estetiche e simboliche, rianimarsi nella dimensione della bellezza e dei significati storici e memoriali. L'opera riaccendeva anche il gioco delle relazioni intersoggettive e della consapevolezza delle responsabilità individuali verso l'ambiente urbano, ossia quanto le generazioni che ci hanno preceduto hanno lasciato come propria testimonianza. La “partecipazione”, nelle sue varie possibilità, più che la contemplazione è un aspetto che ha caratterizzato le mie opere a partire dalla fine degli anni Sessanta. I miei Interventi Artistici Urbani hanno sempre suscitato interesse, adesione ma anche vivaci dibattiti sempre, comunque, utili all'accendersi del senso di responsabilità nei confronti degli altri e della città.

A Spoleto sei cavalletti sono stati inseriti nelle fughe degli ambienti di Palazzo Collicola a costituire un percorso di quadri dove si appare “in mezzo”, in un “intra” vedersi continuo, dove la cornice ci “incornicia” come opera, nei suoi “lampeggiamenti” assieme alle immagini degli oggetti e degli altri, dove i nostri movimenti sono momenti della “pittur-azione”.”

Ci può spiegare il significato del suo coloratissimo Filo di Arianna che corre lungo le sue opere?

Nel ridisegnare una propria identità è necessario prendere consapevolezza della dimensione artistica di cui siamo eredi. La nostra Arte ha alle spalle duemilacinquecento anni di storia. Operando in Italia è necessario sfuggire le miserie della emulazione acritica di culture di altre parti del mondo. Culture senza profondità né storia che, divenute alla moda, impongono i loro modelli trascinando nel vortice di un proprio annientamento chi le segue pensando di essere “moderno”. La modernità è autentica quando deriva da consapevolezza e memoria della cultura che ci appartiene. La Grande Pittura italiana va ripercorsa per ritrovarsi veramente nella possibilità di una propria autenticità e unicità. Una lunga linea colorata evoca il mito di Teseo e Arianna – pervenutoci dall'antica Grecia – trasponendolo sul piano attuale di chi affronta il Mostro Divoratore che annulla la bellezza generata da una propria identità. Il pittore, per ritrovarsi pittore di grandi immagini simboliche che attraversano i tempi, deve tessere quel filo.

“Promuovere l'arte democratica, cioè quella apprezzata dalla gente e non quella imposta dal mercato, è un'apertura che nasce dall'esigenza di espressione e di spazi avvertita in maniera prepotente dai giovani. A loro può essere offerta la possibilità di animare alcune zone della città senza deturpare i beni storici e trovando sempre un accordo con l'amministrazione” lo ha detto Vittorio Sgarbi in occasione di “Muralia” rassegna di “street art” organizzata dal Comune di Benevento e che ha dato luogo a molte polemiche. Condivide? E soprattutto crede che la “street art” rientri tre le forme di Arte Democratica?

Ho qualche riserva rispetto al “graffitiamo”. Ho visto a Praga uno dei soliti auto-grafi su un palazzo che si inseriva silenziosamente nella magia della città e che quel segno deturpava. Mi si potrebbe ricordare che nel 1975 fui denunciato per “deturpazione ed imbrattamento di edificio pubblico ex chiesa” (pena prevista da sei mesi a tre anni di carcere) e che quindi non mi posso chiamare fuori. Ma c'è da dire che il mio intervento non si proponeva come contraddizione offensiva. “Un Arcobaleno in Fondo alla Via” nasceva da una attenta considerazione delle prospettive urbane, ma anche della conoscenza delle vicende politiche di basso profilo che avevano dato un incarico compiacente di rifare la scalinata della ex chiesa, smantellando l'antica perché dichiarata ormai troppo usurata. Una nuova brutta scalinata squadrata sui cui ventiquattro gradini ho ritenuto legittimo poter intervenire dipingendovi un “arcobaleno culturale”. Una gamma di colori da ascendere dai colori caldi materiali ai colori freddi spirituali. Un messaggio, insomma.

È vero comunque, per tornare alle esigenze avvertita dai giovani di volersi esprimere creativamente, che ci sono muri di alcune periferie che guadagnano una diversa dimensione percettiva con interventi di colori. Ma penso che forse bisognerebbe superare lo stereotipo della firma “fumettistica”. Comunque l'Arte Democratica è un'altra cosa. Più consapevole, creativa e puntuale certamente, che non offende i monumenti storici ma con essi sa dialogare. I giovani hanno questa possibilità d'arte da conquistare con lo studio che può ricadere nella direzione di una riprendere, da parte del fare arte, la centralità nella realizzazione della dimensione simbolica e mitica della città, la sua cultura. Il mercato dell'arte non è, per il momento e forse costituzionalmente, interessato a questa direzione del fare arte

Per concludere ci tolga una curiosità, visitando Spoleto ha trovato, immaginato o pensato alla possibilità di creare anche qui una delle sue opere monumentali urbane?

Ho già fatto diversi anni fa una mostra a Spoleto. In essa proponevo l'opera “Ascesi” per Piazza Garibaldi. Una vasca con una scalinata a lama che portava in alto ad un piccolo tempio. Guardandola prospettata verso la Rocca spoletina appariva come una “piccola rocca” che con quella dialogava. Guardandola dalla parte opposta appariva come un obelisco che dialogava, dal centro della piazza, con la chiesa sullo sfondo. Avevo realizzato un grande disegno a carboncino conté e un modello in legno, oltre che una immagine tridimensionale al computer dell'opera inserita nel contesto ambientale. È una idea che, anche se non realizzata, resta come immagine significativa della possibilità di operare nei centri storici senza distruggere i valori del passato, anzi, al contrario, intensificandoli e re-attualizzandoli.


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