In Italia l’80 per cento delle merci viaggia su gomma. Eppure, l’autotrasporto, linfa del Paese, è sempre meno attrattivo per chi fa impresa. E a risentirne, ovviamente, sono i costi che si ripercuotono sui consumatori di beni e servizi e la sicurezza sulle strade.
L’aumento dei pedaggi autostradali (circa +1,5 per cento) e 1 e quello del gasolio per autotrazione (+3,6 per cento) hanno fatto lievitare i costi fissi. Mentre le entrate sono sempre più incerte, almeno nei tempi. A ottobre il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è intervenuto con una circolare che ha richiamato i committenti a porre fine alla prassi, diffusa e reiterata, dei pagamenti tardivi nei confronti dei vettori, prevedendo sanzioni fino al 10 per cento del fatturato annuo, irrogabili dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), nei confronti dei soggetti inadempienti.
Eppure prosegue la fuga dalla strada. Un fenomeno – evidenziato in una indagine della Cgia – che si riscontra in modo pesante anche in Umbria, che in dieci anni ha perso circa un quarto delle imprese di autotrasporto. Nel 2015 ce n’erano 1.461; nell’anno appena passato se ne contano 1.078, cioè 383 in meno. Una contrazione superiore a quella registrata mediamente in Italia (-22 per cento).
Delle 383 imprese di trasporto sparite in Umbria, 310 avevano sede nella provincia di Perugia (dove quelle attive sono ora 861) e 73 in quella di Terni (290 le aziende del settore rimaste).
E questo in una regione che non ha possibilità di far transitare le proprie merci sul mare e che presenta ancora forti carenze anche dal punto di vista delle infrastrutture stradali.