Venerdì 17 e in replica sabato 18 dicembre 2010 alle ore 21.00 presso il Teatro Comunale di Avigliano Umbro, Piccoli trasporti teatrali con il patrocinio del Comune di Avigliano Umbro presentano la Prima Nazionale di Kuori , di e con Massimo Manini e la partecipazione della Società Filarmonica di Avigliano Umbro. L'evento, è reattivamente ispirato al libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. In un clima disteso, comico e surreale, questa metaforica “prova d'orchestra” volutamente inscenata per i 150 anni dell'Unità d'Italia, reagisce prepotentemente all'atmosfera buonista di Cuore, tentando, con ironica provocazione, di immaginare i destini dei protagonisti dell'opera deamicisiana, che da più di un secolo e mezzo aleggiano in mezzo a noi. Tra un maestro di cerimonia, Massimo Manini, e un'intera banda musicale la Società Filarmonica di Avigliano Umbro diretta dal Maestro Paolo Raspetti, ripassano il programma dell'atteso evento, accorgendosi man mano di visionare i “fotografici negativi” di un'Italia sempre in posa. Un ritratto “colorito” e compiaciuto; la bella facciata di una società multiforme, che proiettata nel futuro risulta impossibile da inquadrare. Vuoi per l'obiettivo sfocato del popolo vuoi per la tremolante mano di chi governa, ma l'album concepito “per il bene della Patria”, metterà in luce i contorni frastagliati di ogni nuova identità nazionale che il paese tenterà di darsi senza mai riuscirci: per mancanza di palpiti forse e per quell'eccesso di Kuori che neanche De Amicis, radiografando un paese già allora gravemente ammalato, ebbe il lume e la lungimiranza di indovinarne la diagnosi.
Presentazione: “Il teatro era affollato: platea, galleria, era tutto gremito. Sul palco, la banda del paese, nell'attesa di suonare per un grande evento: la consegna dei premi ai cittadini più meritevoli…”. Comincia così, “la distribuzione dei premi”, uno dei tanti capitoli di Cuore, il celebre romanzo di Edmondo De Amicis, da cui prende spunto la debuttante opera. La stessa atmosfera festosa, che si respirerà il 17 e 18 dicembre, quando, sul palco del Teatro Comunale di Avigliano Umbro, il pubblico assisterà alla Prima Nazionale di “Kuori”, lo spettacolo di Massimo Manini, attore, autore e regista di un cosiddetto Teatro della Memoria e Impegno Civile, al cui celebre diario si è, in modo particolarmente provocatorio, ispirato. Un debutto molto particolare, quello scelto dal regista bolognese, che ha deciso infatti di effettuarlo nel piccolo e accogliente teatro del comune aviglianese, per due validi e sentiti motivi: il primo, derivante dal lavoro sviluppato su quel territorio e il secondo, per la presenza di una formazione bandistica tra le più antiche d'Italia. Lo spettacolo infatti ideato da Manini, suggella un progetto teatrale e culturale, ormai giunto al suo quinto anno di vita, e che è stato concepito nel 2006 proprio per Avigliano Umbro, che con l'intento di rivitalizzare culturalmente il proprio territorio, commissionò allo stesso Manini, questa particolare iniziativa, di cui fanno parte da tempo anche i comuni di Guardea, Montecastrilli e Montecchio: un progetto, che a novembre ha ricevuto il Premio Nazionale ANCI, classificando il medesimo, primo tra quelli presentati dai Comuni al di sotto dei 5000 abitanti, assieme a Lauria (PZ) per i medi comuni e Padova per i grandi. Il lavoro di Manini che in questi anni si è sempre più spinto verso l'interazione con le persone del posto realizzando laboratori, cortometraggi e spettacoli teatrali, ha creato anche importanti sinergie con le realtà locali già esistenti da tempo, come ad esempio la collaborazione avviata con l'Uni Tre, l'università della terza età e la Società Filarmonica, un complesso musicale di 40 elementi, che proprio con la messinscena di Kuori, festeggerà i suoi 130 anni di attività. Quasi come l'Unità d'Italia. Proprio tutte queste cose realizzate in questi ultimi e intensi 5 anni, il lavoro nelle scuole, quello con gli adulti, la coincidenza dell'eccezionale compleanno della Banda in corrispondenza con l'anniversario dell'Unità, hanno portato Manini a concepire questo originalissimo lavoro. Non è la prima volta che Manini “parte” dalla gente, per mettere in scena una propria opera. Successe già a Bologna nell'estate del 2005, in occasione dello spettacolo (bologna) 2 agosto: 10,25 quando, una prova aperta ai familiari delle vittime, si trasformò in dialogo critico e costruttivo per lo spettacolo stesso, suscitando la curiosità della stampa straniera, come il Deutschland Zeitung. Perché è la gente, ciò che interessa Manini. Portatori sani di teatro. O meglio: portatori sani di quel “qualcosa” di cui il teatro in questo momento ha sicuramente bisogno; se non altro per l'essenza di una semplicità che andrebbe recuperata. È la stessa gente che descrisse De Amicis, quanto con Cuore investì il popolo di importanti e fondamentali “missioni”. Missioni, che mai furono assolte: né da loro, né dai lettori che seguirono, che quegli intenti non misero mai in pratica. Eppure su questo “manuale del perfetto italiano” si sono educate generazioni, affezionandosi, ahi noi, a piccoli uomini, troppo fragili per costruirci un'Unità. E infatti, a tutt'oggi, quest'Unità, non l'abbiamo mai vista. Forse è per questo, che i nostri politici, retoricamente, la decantano tanto. “Le” Unità d'Italia, invece, prosperano all'infinito: in continuazione. E sono ben distinte: immediatamente individuabili. Grazie a quel maschilismo edulcorato che in Cuore è smaccatamente evidente. Per non parlare del sentimento religioso, sostituito da quello Patrio che fa da madre, creando le basi di un'infinita ambiguità, che lascia ancora il dubbio sulla fattiva laicità dello Stato. Su queste premesse, da chi o da che cosa ci si dovrebbe sentire “uniti”, allora, all'alba dei 150 anni? Forse dalla voglia di “reazione”. Dal reagire a un disagio: a quel concetto di sofferenza, sacrificio e passione, in cui, paradossalmente, Stato e Chiesa sono sempre uniti. Ignorando quest'ultima, De Amicis e i suoi committenti fallirono nuovamente, perchè nella vita del nostro paese, invece, la Chiesa è sempre stata molto presente. Anche troppo: forse. Ma eliminarla a priori, senza mai nominarla, è concettualmente sbagliato: si divide inevitabilmente un Paese, portando le due parti in direzioni opposte. Anche in un paese fatto di Kuori. Quei “Kuori”, che con occhi e sentimenti diversi, rivivranno ne “la distribuzione dei premi”, il solo e unico momento dell'opera deamicisiana, in cui tutto il popolo di Cuore, scende unito in una “piazza”. Ma non è una “vera” piazza: è la “piazza del teatro”, fatta di un palco, una platea, ordini e gallerie. È la piazza, per antonomasia, della finzione, della retorica (chissà se Edmondo, ci ha mai pensato,…). È la “piazza” in cui si prova, la messinscena del giorno dopo, dove gli uomini, le autorità, faranno bella mostra di se per prendersi il loro consolatorio ed esistenziale applauso: attori e non. Già, perché a differenza di ciò che avviene nel racconto di De Amicis, la banda musicale di Kuori, in un clima di “riflessiva bisboccia”, viene colta nell'atto in cui ripassa il programma della manifestazione. Il giorno prima del tanto atteso evento, “la distribuzione dei premi” appunto, un celebrante illustra ai musicisti ciò che il giorno dopo in quello stesso teatro avverrà, riportando alla luce, non solo i già noti protagonisti, da Bottini a Garrone, da Nobis a Derossi e via via tutti gli altri, ma lanciandosi anche a ipotizzarne i loro luminosi destini e con essi il futuro dell'intero Paese. Che non potrà essere che “roseo” e pieno di trionfi e dove i valori, sia etici che morali, saranno il collante della Nazione; viste le didascaliche premesse, con cui i personaggi furono pensati e costruiti con lo scopo d'indottrinare gli stessi italiani. Dopo 150 anni, però, i protagonisti di allora, non ci sono più e le premesse, stavolta, sono molto diverse. E a qualcuno, queste, possono anche fare male. Ma chi non ha mai benedetto, le sberle date a tradimento da chi, per il bene della propria famiglia, ci ha cresciuti e voluto educare, per insegnarci a “stare al mondo”, e per “stare bene in mezzo agli altri”? I protagonisti di Kuori, elargiscono al pubblico diversi ceffoni, ma non ambiscono certo ad arrivare a tanto. Ciò che resta di questa prova, fatta tra una Banda che rappresenta “il popolo”, un direttore d'orchestra che rappresenta “la forza”, e un celebrante che rappresenta “la mente”, è che ognuno dei protagonisti continuerà a non capire mai, di quale Italia si dovrebbe essere “fratelli”.