Basta così poco per creare uno spettacolo di livello. Lo hanno dimostrato ieri al Teatro Caio Melisso, gli attori della compagnia dell'ACTI Teatri Indipendenti. Una piece che arriva d'oltreoceano, dalla genialità di Jane Martin, drammaturga vincitrice di alcuni premi di secondo piano ma anche finalista per il Premio Pulitzer. La Martin affronta il tema etico dell'aborto, inserendolo in un contesto insolito ed estraendone una cinica comicità. La scenografia minimalista – tutto lo spettacolo si svolge in una stanza-prigione – e dai colori tempera accompagna la magnifica interpretazione dei quattro attori che si alternano sul palco. Splendide le due donne protagoniste Barbara Valmorin e Federica Bern. Statua del palcoscenico l'una, giovane e già affermata l'altra. Condividono la scena con una notevole sinergia, fanno riflettere, sorridere e ancora riflettere la platea. In effetti, è questo il trend dello spettacolo. L'inizio non ha nulla di comico. Keely (Federica Bern) 29 enne, rimasta incinta dopo lo stupro di suo marito, si sveglia in un ambiente sconosciuto e asettico, si scopre legata al letto, non capisce. Du (Barbara Valmorin) appare con una inquitante maschera color pelle che le copre la parte alta del viso e le spiega, dove si trova e soprattutto perchè. “Siamo i latitanti di Dio, ti abbiamo sottratto dalla clinica dove eri ricoverata per abortire”. “Siamo” perché nella scena c'è anche Valter (Beppe Rosso) che è la mente spirituale, l'ideatore del rapimento ma anche il leader codardo che in ultimo non saprà affrontare il susseguirsi degli eventi e lascerà Du sola a gestire l'ingestibile. E dopo un primo periodo di tensione, in cui la rabbia di Keely si manifesta tanto nei dialoghi quanto nella gestualità, arriva un alone di comica umanità. Sorvegliata e sorvegliante parlano, ridono, si confrontano, bevono birra e diventano complici di una situazione paradossale ma per poco. La figura di Valter incombe ed il compito da portare a termine è troppo importante. Il bambino deve nascere, la famiglia deve ricongiungersi e il consorte stupratore redento deve avere la sua seconda, terza, quarta occasione. Nella assurda situazione i “latitanti di Dio”, spingono ed ottengono un incontro tra i due consorti che, ovviamente, non andrà a buon fine. Il finale è chiaro e puntuale, pochi giri di parole e il messaggio inequivocabile. Al di là di ogni tentativo, nelle situazioni più paradossali, quando le persone e i loro atteggiamenti appaiono incomprensibili e quando la nostra posizione è troppo distante da quella che viviamo, la soluzione sarà sempre di rottura, drastica, esagerata, confinata ai margini dell'umanità. Bravi, dunque, gli attori che meritavano un teatro un pò più affollato. Bella la sceneggiatura della Martin e applausi a Beppe Rosso regista-attore di questo tragicomico spettacolo.
C.F.