Il cambiamento della legge sulle case popolari in Umbria ha generato un acceso dibattito politico. La giunta Proietti, tramite l’assessore Fabio Barcaioli, ha infatti modificato alcuni criteri di assegnazione dando precedenza a disabili, famiglie numerose, genitori soli e anziani. In questo contesto si inserisce una lettera aperta scritta da un cittadino ternano in gravi difficoltà.
Scrivo questa lettera non come un numero in una graduatoria, né come un fascicolo giudiziario, ma come un cittadino, un padre e un uomo che vive sulla propria pelle il peso di leggi che, per troppo tempo, hanno confuso la punizione con l’esclusione sociale.
Sono un invalido al 100%, padre di tre figli minori, di cui due con gravi disabilità. Vivo in una condizione di indigenza estrema e, fino a ieri, per lo Stato e per la precedente legge regionale, la mia famiglia non aveva diritto a un tetto dignitoso. Il motivo? Un errore commesso vent’anni fa, una pena già ampiamente scontata, un debito con la giustizia saldato da tempo.
In questi giorni sento parlare di “schiaffo alla legalità” e di “penalizzazione degli onesti” in merito alla nuova riforma approvata in Consiglio Regionale. Vorrei chiedere a chi usa queste parole di guardare in faccia la mia realtà: se questa legge non fosse stata cambiata, io e la mia famiglia, nonostante le gravi patologie e le disabilità che ci affliggono, saremmo finiti a dormire sotto un ponte.
C’è un aspetto che mi preme sottolineare: la giunta precedente sosteneva pubblicamente che il bando per l’emergenza abitativa fosse “aperto” e che non discriminasse chi aveva pendenze passate, poiché la legge non prevedeva quel requisito ostativo per le urgenze. Eppure, la realtà che abbiamo vissuto è stata ben diversa: siamo stati esclusi lo stesso, vedendoci sbarrare ogni possibile via d’uscita nonostante i proclami.
Il vecchio sistema era profondamente ingiusto: colpiva duramente chi aveva già pagato il proprio debito con la giustizia, ignorando che la pena era stata estinta. Ma la cosa più inaccettabile è che quella norma discriminava bambini disabili e famiglie intere, applicando una sorta di “punizione perpetua” che ricadeva su persone del tutto innocenti. La responsabilità penale è personale, lo dice la nostra Costituzione, eppure il vecchio sistema puniva i miei figli per un mio errore del passato.
Dov’è l’onestà nel condannare dei bambini alla strada? Si dice che allentare i criteri favorisca l’illegalità, ma io rispondo che l’unica vera illegalità è ignorare la dignità umana e lasciare una famiglia con disabilità senza protezione. Un bambino che ha bisogno di cure non può essere vittima di slogan politici o di pregiudizi legati a fatti accaduti decenni fa.
Questa riforma non è una “scorciatoia”, ma un atto di civiltà che finalmente allinea l’Umbria ai principi costituzionali. Permette a chi ha pagato di poter ricominciare e, soprattutto, impedisce che lo Stato diventi il carnefice dei più deboli.
Non chiediamo privilegi, chiediamo che lo stato di bisogno sia l’unico vero metro per l’assegnazione di un alloggio pubblico. La solidarietà non è una parola vuota: è un tetto sopra la testa che ci è stato negato per troppo tempo. Spero che la mia storia faccia capire che dietro la burocrazia ci sono vite umane che oggi, finalmente, possono sperare in un futuro più dignitoso.
Federico
Cittadino di Terni