Nei primi tre mesi dell’anno l’Umbria ha perso 282 imprese. Questa la differenza tra le 1.340 nuove apertura e le 1.622 chiusure nella regione. Il tasso di crescita trimestrale segna -0,31%, contro il +0,01% italiano.
Il primo trimestre, per definizione – ricordano dalla Camera di Commercio dell’Umbria – è quello in cui si scaricano molte cessazioni maturate a fine anno; storicamente è il periodo più esposto a un saldo fragile. Questo vale per tutto il Paese, e infatti il piccolo attivo nazionale viene letto da Unioncamere e InfoCamere come un segnale inatteso proprio perché arriva in una stagione normalmente avversa. In Umbria, però, quel filtro stagionale non basta ad addolcire il dato: il sistema imprenditoriale regionale, letto attraverso il Registro delle imprese della Camera di Commercio dell’Umbria confluito in Movimprese, mostra una partenza fiacca e diffusa, non un incidente isolato.
Ma se si tralascia il flusso del trimestre e si guarda invece allo stock delle imprese registrate, il quadro cambia. A fine marzo 2026 l’Umbria conta 89.950 imprese; un anno prima, a fine marzo 2025, erano 89.894. Il saldo tendenziale è dunque positivo, seppure di appena 56 unità. L’Italia, nello stesso confronto, perde invece 52.988 imprese registrate. Non è un paradosso: significa che l’Umbria arriva a questo inizio debole dopo mesi in cui aveva ricostruito un po’ di terreno. Il 2025 si era chiuso infatti con 273 imprese registrate in più, e già il terzo trimestre mostrava un recupero congiunturale di 132 unità.
La lettura provinciale conferma il tono del passaggio. Perugia chiude il I trimestre 2026 con 998 iscrizioni, 1.205 cessazioni e un saldo di -207 imprese; Terni con 342 iscrizioni, 417 cessazioni e un saldo di -75. In termini relativi il calo è del -0,30% nel Perugino e del -0,35% nel Ternano. Non ci sono, insomma, due Umbre diverse, una che tiene e una che cede: c’è una regione che entra nel 2026 con cautela, e con un Ternano che accusa una frenata persino più marcata.
Il problema dell’Umbria non è soltanto che nascono meno imprese di quante ne chiudano in un trimestre. Il problema è che la selezione in corso non si traduce ancora, con sufficiente velocità, in un rafforzamento della struttura imprenditoriale. A livello nazionale le società di capitali – quindi più strutturate e con più chance di crescere – negli ultimi cinque anni (I trimestre 2021 – I trimestre 2026) sono cresciute del 10%, contro il +6,7% dell’Umbria (a frenare il dato umbro soprattutto la provincia di Perugia, che segna solo +4,7%, mentre a Terni l’incremento è del 12,9%, superiore alla media nazionale). Il passo umbro, quindi, resta più corto di quello del Paese.
L’Umbria, pur aumentando la quota delle società di capitali sul totale delle imprese, perde terreno rispetto al dato italiano: Nel I trimestre 2026 le società di capitale in Umbria rappresentano il 29% delle 89mila 950 imprese totali, mentre a livello nazionale il dato è 34,2%. Anche in questo caso nella regione pesa soprattutto la percentuale della provincia di Perugia, con 28,5% di società di capitale sul totale delle 72mila 119 società esistenti nella provincia, ma anche la provincia di Terni, benché vada meglio, sta sotto la media nazionale – 30,9% le società di capitale sulle 21mila 917 imprese totali esistenti nel Ternano – mentre il dato italiano, come visto, è il 34,2%.
L’Umbria, in sostanza, regge sul numero complessivo delle imprese rispetto a un anno fa, ma non accelera abbastanza sul terreno che conta davvero, quello delle imprese più capitalizzate, più robuste, più capaci di investire, innovare e attraversare le fasi di incertezza. È questa la ragione per cui il trimestre negativo non va letto come una semplice oscillazione statistica. È il sintomo di un ricambio imprenditoriale che resta debole, dentro una transizione strutturale che procede, sì, ma troppo piano.
Anche il quadro settoriale nazionale aiuta a mettere a fuoco la direzione. Con la nuova classificazione ATECO 2025, il primo trimestre 2026 conferma una dinamica ormai riconoscibile: crescono le attività finanziarie e assicurative (+2.301 imprese), le attività professionali, scientifiche e tecniche (+3.168), le immobiliari (+1.836) e i servizi di supporto alle imprese (+1.243); arretrano invece commercio (-9.617), agricoltura (-6.141) e manifattura (-2.517). È uno spostamento del baricentro economico verso i servizi. E non è una notizia neutrale per l’Umbria, dove la stessa Camera di Commercio, nel bilancio 2025, segnalava il peso del calo del commercio e i primi segnali positivi proprio nei servizi professionali e tecnici.
Il quadro di sintesi: non è l’Umbria che “crolla”, e non è nemmeno l’Umbria che “tiene”. È un’Umbria che entra male nel 2026, ma lo fa dopo aver difeso negli ultimi trimestri una tenue crescita di stock; e questa difesa, da sola, non basta più. Perché il nodo ormai non è soltanto quante imprese restano. È quali imprese restano, a quale ritmo si rinnovano, e quanto rapidamente il tessuto produttivo regionale riesce a spostarsi verso forme più solide. Il Registro delle imprese della Camera di Commercio dell’Umbria, che alimenta i dati umbri del Movimprese nazionale, racconta esattamente questo: una regione che non si è fermata, ma che non ha ancora cambiato passo.
Commenta Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “Il dato del primo trimestre ci consegna un’Umbria che rallenta, ma non una regione ferma. Il saldo negativo va letto con attenzione, senza sottovalutarlo, ma anche senza perdere di vista il fatto che, su base annua, il tessuto imprenditoriale ha ancora mostrato capacità di tenuta. La sfida vera, oggi, è accompagnare questa tenuta verso una crescita più solida, con imprese più strutturate, più innovative e più pronte a stare nei mercati che cambiano”.