Assisi, la nuova tariffazione della tassa di soggiorno in stand by dopo le proteste
L’imposta di soggiorno applicata nelle strutture ricettive dell’Umbria ha portato un gettito nel 2025 di 7,66 milioni di euro, di cui ben 2,3 arrivano da Assisi e 1,3 da Perugia. Su 92 comuni umbri, però, soltanto 39 prevedono il tributo previsto per i turisti, a cui si aggiunge Foligno che ne ha annunciato l’introduzione. A fare un’analisi della diffusione, del gettito e del potenziale inespresso dell’imposta di soggiorno in Umbria è l’Agenzia Umbria Ricerche (Aur).
Tra i 39 Comuni che applicano la tassazione riscossa da alberghi e strutture extralberghiere, sono stati 6 quelli che l’hanno introdotta nel 2025: Bastia Umbra, Torgiano, Norcia, Massa Martana, Fabro e Monteleone d’Orvieto. Il gettito regionale dell’anno che si è da poco concluso è così aumentato del 20,5% rispetto all’anno precedente. Incremento che sarà maggiore nel 2026, visto che, come detto, la tassa di soggiorno sarà introdotta anche a Foligno, mentre comuni a forte vocazione turistica come Perugia, Assisi e Castiglione del Lago hanno approvato incrementi tariffari.
Come detto, la ricerca Aur evidenzia che il gettito complessivo sia fortemente polarizzato: Assisi domina in modo netto con 2,3 milioni di euro (+10,4% rispetto all’anno precedente), seguita da Perugia (1,3 milioni, +21,8%). Le due destinazioni principali concentrano una quota rilevante delle presenze e insieme assommano quasi la metà (47,2%) degli introiti turistici regionali. Seguono più distanziati Orvieto (0,63 milioni, +17,7%), Gubbio (0,49 mln, +34,4%) e Spoleto (0,48 mln, +29,3%). Se si rapportano le entrate fiscali alla popolazione, la classifica è parzialmente diversa: al primo posto si piazza Lisciano Niccone, grazie alla presenza di una struttura ricettiva di lusso, con 127 euro di gettito da imposta di soggiorno per ciascun residente, seguito da Assisi (84 euro) e Cascia (81 euro).
“La quota di comuni umbri che applicano l’imposta – viene spiegato nell’analisi Aur firmata da Mauro Casavecchia – è superiore alla media nazionale, ma rimane relativamente contenuta se si considera che l’Umbria è una delle poche regioni italiane – insieme a Toscana, Valle d’Aosta e Provincia di Bolzano – prive di comuni classificati come “non turistici” da Istat, ovvero non dotati di strutture ricettive o con flussi turistici trascurabili. Tale caratteristica rende il caso umbro particolarmente interessante: la copertura dell’imposta appare infatti relativamente modesta in un territorio in cui, almeno sulla carta, tutti i comuni possiedono una qualche vocazione turistica e, quindi, potenzialmente beneficiano di flussi in arrivo.
Se si osserva la densità turistica, misurata da Istat attraverso dotazione ricettiva, flussi e peso delle attività economiche tourism-oriented, emergono correlazioni con l’applicazione del tributo, ma con scarti significativi. In Italia l’imposta è applicata dal 32,3% dei comuni ad “alta densità turistica” e dal 64,4% di quelli a densità “molto alta”; in Umbria l’incidenza si ferma rispettivamente al 38,2% e al 57,1%. Tali quote denotano dunque un potenziale inespresso della fiscalità turistica, in particolare in quei territori strutturalmente esposti a elevati carichi di domanda.
Questa sotto-adozione ha effetti quantitativamente rilevanti. Nel 2024 in Umbria oltre 1,4 milioni di pernottamenti – più di uno su cinque, per una quota doppia rispetto alla media italiana – non sono stati assoggettati all’imposta perché avvenuti in comuni che non la applicano. Se il tributo fosse stato in vigore nell’intero territorio regionale, il gettito potenziale aggiuntivo sarebbe stato pari a circa +26,3%, ossia 1,7 milioni di euro in più.
La mancata piena applicazione dell’imposta non riduce solo le risorse disponibili per finanziare servizi pubblici e manutenzione del patrimonio, ma accentua anche le asimmetrie tra territori: alcuni comuni riescono a capitalizzare il proprio appeal turistico, mentre altri, pur beneficiando dei flussi, non utilizzano appieno gli strumenti fiscali a loro disposizione. Ne deriva un sistema meno equo e meno efficiente nel trasformare la crescita del turismo in sviluppo locale”.