Guerra in Iran e “interregno geopolitico”: le vecchie certezze vacillano sotto il peso degli eventi. - Tuttoggi.info

Guerra in Iran e “interregno geopolitico”: le vecchie certezze vacillano sotto il peso degli eventi.

Redazione

Guerra in Iran e “interregno geopolitico”: le vecchie certezze vacillano sotto il peso degli eventi.

Ven, 03/04/2026 - 17:00

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Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

Al trentaquattresimo giorno di guerra in Iran, il conflitto si presenta molto diverso da come era stato immaginato nelle prime ore. L’idea di una rapida supremazia militare occidentale o filo-occidentale si è infranta contro una resistenza iraniana che, pur pagando costi altissimi, si sta rivelando ben più solida, articolata e resiliente del previsto. Non si tratta soltanto di capacità militare in senso stretto, ma di un intreccio di fattori politici, geografici e identitari che rendono il teatro iraniano estremamente difficile da dominare.

La strategia iniziale, fondata su bombardamenti mirati, attacchi missilistici e pressione aerea, non ha prodotto il crollo del sistema difensivo iraniano. Al contrario, Teheran ha dimostrato di possedere una rete di difesa multilivello, una capacità di adattamento sul campo e una profondità strategica che trasformano ogni avanzamento avversario in un logorante braccio di ferro. In questo quadro, l’assenza di un’offensiva terrestre – scelta che viene attribuita alle riserve espresse da Donald Trump – ha contribuito a congelare il conflitto in una fase di stallo operativo.

È proprio Trump, però, a rappresentare oggi il principale elemento di destabilizzazione sul piano politico internazionale. Le sue recenti dichiarazioni, rilasciate al The Telegraph, secondo cui starebbe “seriamente valutando” l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO, segnano un punto di rottura senza precedenti nelle relazioni transatlantiche. Definire la NATO una “tigre di carta” significa non soltanto delegittimare l’alleanza, ma aprire uno scenario in cui l’intero sistema di sicurezza europeo viene rimesso in discussione.

In questo contesto, il botta e risposta con il premier britannico Keir Starmer assume un valore simbolico rilevante. Starmer ha difeso la NATO come “l’alleanza militare più efficace che il mondo abbia mai visto”, contrapponendosi a una visione americana sempre più isolazionista e imprevedibile. Questo scontro verbale non è un semplice incidente diplomatico, ma il segnale di una frattura più profonda: quella tra un’Europa che cerca stabilità e un’America che appare guidata da impulsi strategici discontinui.

In tale scenario, il ruolo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu resta centrale e altamente controverso. Netanyahu è stato oggetto di iniziative giudiziarie presso la Corte Penale Internazionale con accuse legate a presunti crimini di guerra e contro l’umanità, e la sua linea politica è percepita da molti osservatori come estremamente aggressiva. L’idea che la guerra in Iran sia anche il riflesso di una strategia regionale israeliana più ampia, volta a ridisegnare gli equilibri mediorientali, è sempre più diffusa nei dibattiti geopolitici.

In questo quadro, Trump appare come un leader che, più che guidare una strategia autonoma, reagisce a pressioni e dinamiche esterne, amplificando una linea di confronto che rischia di incendiare ulteriormente l’intera regione. La sua retorica, spesso improntata a toni estremi, contribuisce a rendere il conflitto meno prevedibile e più pericoloso.

Per l’Europa, tutto ciò rappresenta una sfida storica. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, si apre concretamente la possibilità che il continente debba ripensare la propria sicurezza senza fare affidamento sull’ombrello statunitense. L’eventuale ritiro degli USA dalla NATO non sarebbe soltanto un passaggio simbolico, ma un terremoto geopolitico destinato a ridefinire equilibri consolidati da decenni.

Da qui emerge con forza la necessità che l’Europa sviluppi una propria autonomia strategica. Ciò significa non solo rafforzare le capacità militari comuni, ma anche costruire una politica estera coerente, forte e indipendente. In questa prospettiva, il tema della presenza di basi militari americane sul suolo europeo diventa inevitabilmente centrale. Se gli Stati Uniti dovessero realmente disimpegnarsi dall’alleanza atlantica, la permanenza di tali installazioni apparirebbe sempre meno giustificabile e sempre più problematica.

Non si tratta di un passaggio semplice né privo di rischi. La costruzione di un’Europa capace di difendersi autonomamente richiede tempo, risorse e, soprattutto, volontà politica. Tuttavia, la crisi attuale potrebbe rappresentare un punto di svolta: l’occasione per trasformare una dipendenza storica in un percorso di emancipazione.

Nel frattempo, sul terreno iraniano, la guerra continua a consumarsi in una logica di attrito, senza vincitori né vinti nel breve periodo. La resistenza di Teheran dimostra che le guerre moderne non si vincono più soltanto con la superiorità tecnologica, ma con la capacità di resistere nel tempo e di mantenere coesione interna.

Il trentaquattresimo giorno di conflitto segna dunque non solo una fase militare complessa, ma anche un momento di verità per gli equilibri globali. Da un lato, un Medio Oriente sempre più instabile; dall’altro, un’Europa chiamata a scegliere se restare spettatrice o diventare protagonista assoluta della propria sicurezza. In mezzo, un’America che sembra oscillare tra leadership e disimpegno, lasciando dietro di sé un vuoto che altri attori, inevitabilmente, cercheranno di colmare.

Se si vuole comprendere fino in fondo la portata storica del momento attuale, occorre allargare lo sguardo oltre la contingenza e riconoscere come la crisi odierna si inserisca in una lunga traiettoria di trasformazioni dell’ordine internazionale. La guerra in Iran, giunta al trentaquattresimo giorno, non è soltanto un conflitto regionale: è il sintomo di una transizione sistemica, paragonabile, per certi aspetti, ad altre fasi di rottura della storia contemporanea.

Viene spontaneo richiamare una celebre riflessione di Antonio Gramsci: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Questa frase, scritta nei Quaderni del carcere, sembra descrivere perfettamente l’attuale condizione geopolitica. L’ordine unipolare dominato dagli Stati Uniti dopo il 1991 mostra crepe evidenti, ma un nuovo equilibrio stabile non è ancora emerso. In questo spazio di incertezza proliferano conflitti, tensioni e leadership aggressive.

Anche il parallelo con la crisi di Suez del 1956 appare illuminante. Allora, il tentativo di Francia e Regno Unito di riaffermare il proprio ruolo imperiale si infranse contro la realtà di un mondo ormai cambiato, segnando il definitivo tramonto delle potenze coloniali europee. Oggi, in modo diverso ma non meno significativo, la crisi in Iran e le tensioni all’interno della NATO mettono in discussione il primato strategico statunitense e la stessa architettura costruita durante la Guerra fredda.

In questo senso, le parole attribuite a Donald Trump non devono essere lette soltanto come una provocazione, ma come l’espressione di una tendenza più profonda: il progressivo disimpegno americano dai teatri considerati non più vitali o troppo costosi. È una logica che richiama, per certi versi, la dottrina del “ritiro selettivo” già emersa dopo la guerra del Vietnam, quando gli Stati Uniti compresero i limiti della propria proiezione militare globale.

Sul versante europeo, la situazione richiama invece le riflessioni di Altiero Spinelli, che nel Manifesto di Ventotene auspicava un’Europa capace di emanciparsi dalle logiche di potenza nazionali e di costruire una propria unità politica. Oggi, quella prospettiva torna con forza: senza una vera integrazione strategica, l’Europa rischia di restare schiacciata tra le grandi potenze, incapace di incidere sugli eventi.

Ma c’è anche un’altra citazione storica che appare particolarmente pertinente, quella di Carl von Clausewitz: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Nel caso iraniano, questa massima si manifesta in tutta la sua evidenza. Il conflitto non è fine a sé stesso, ma rappresenta la prosecuzione di una competizione geopolitica più ampia, in cui si intrecciano interessi energetici, equilibri regionali e rivalità ideologiche.

La resistenza dell’Iran, dunque, non è soltanto militare, ma anche politica. Essa segnala la volontà di un attore regionale di non piegarsi a un ordine percepito come imposto dall’esterno. In questo senso, il conflitto assume una dimensione simbolica che va oltre il campo di battaglia, alimentando una narrativa di opposizione all’egemonia occidentale che trova eco in diverse aree del mondo.

Parallelamente, la figura di Benjamin Netanyahu continua a rappresentare un elemento di polarizzazione estrema. Le accuse avanzate presso la Corte Penale Internazionale contribuiscono a rendere la sua posizione internazionale sempre più controversa, mentre la sua strategia regionale appare orientata a un confronto prolungato e ad alta intensità. Questo approccio, tuttavia, rischia di produrre un effetto domino difficilmente controllabile, con conseguenze che potrebbero travalicare i confini mediorientali.

In definitiva, il trentaquattresimo giorno di guerra in Iran si colloca in una fase storica che potremmo definire di “interregno geopolitico”. Le vecchie certezze – la solidità della NATO, la leadership americana, la subordinazione europea – vacillano sotto il peso degli eventi. Allo stesso tempo, le nuove configurazioni di potere sono ancora incerte, fluide, potenzialmente instabili.

Per l’Europa, la lezione della storia è chiara: nei momenti di transizione, l’indecisione può essere fatale. Come dimostrano tanto la crisi di Suez quanto le tragedie del primo Novecento, l’assenza di una visione autonoma espone il continente al rischio di diventare terreno di scontro tra potenze esterne. Al contrario, una scelta di autonomia strategica – anche attraverso una revisione radicale dei rapporti con gli Stati Uniti e della presenza militare sul territorio europeo – potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase.

La guerra in Iran, dunque, non è soltanto una guerra lontana. È uno specchio in cui l’Europa vede riflessa la propria fragilità, ma anche la possibilità di un cambiamento. Sta ora alla classe dirigente europea decidere se restare prigioniera del passato o assumersi la responsabilità di costruire il futuro.


Sull’autore Dott. Yari Lepre Marrani

Yari Lepre Marrani: classe 1982, maturità classica e formazione giuridica conseguita con una laurea a pieni voti in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca. Nel 2018 ha conseguito la laurea in Scienze storiche presso l’Università Statale di Milano. Nato e cresciuto a Milano, ha sempre lavorato in questa città come Legal credit collector e consulente legale. Nel corso della sua vita ha affrontato molte prove emotive che hanno acuito la sua sensibilità già fortemente sviluppata sin dalla nascita. Il viaggio nella scrittura inizia prima dell’Università quando ha iniziato a collaborare con recensioni e poesie al quotidiano “L’Opinione delle Libertà”(2000).La vita l’ha portato a individuare che la sua passione per la scrittura, nata a 7 anni, era ed è la sua strada, la sua ragione di vita e la sua fonte di realizzazione. Si definisce una persona empatica e volitiva, sempre pronta a intraprendere nuove strade di realizzazione senza mai dare valore al verbo “arrendersi”. Un elemento importante della sua vita è stato il suo approccio alla creatività durante l’infanzia. Ha sempre coltivato il contatto con la natura, le montagne traendone un insegnamento di equilibrio interiore e fisico che ha successivamente voluto trasmettere nei primi componimenti che ha scritto.

Gli studi, il lavoro, l’amore per la narrativa non gli hanno impedito di sviluppare, sin dal liceo, un interesse per la cultura e l’erudizione. Ha così sviluppato una passione accanita, viscerale per tre materie: Storia, letteratura, religione giudaico-cristiana.

Giocatore di scacchi sin dalla pubertà, ha vinto da ragazzo alcuni tornei juniores(1996)

Nel 2021, diventato giornalista pubblicista, ha iniziato a scrivere contributi su numerose testate nazionali e locali: l’Avanti, Italia e il Mondo, Affaritaliani, La Prealpina, Vivere Milano, i quattro giornali diretti dal Direttore Antonio Peragine: Stampa Parlamento, Corriere di Puglia e Lucania, Progetto Radici e Il Corriere Nazionale. Le ultime collaborazioni sono con la Voce Repubblicana, organo ufficiale del PRI, il Centro Studi Machiavelli e, soprattutto, con la testata l’Occidentale, fondata e diretta da Gaetano Quagliariello, ex Ministro per le riforme costituzionali nel Governo Letta. Sull’Occidentale, ha recentemente scritto una trilogia di articoli sui principali documenti costituzionali della storia inglese: dalla Magna Charta Libertatum(1215) e l’Habeas Corpus Act(1679) sino all’Atto dei Diritti(1688). Importante anche la collaborazione settimanale con NG(Notizie Geopolitiche), quotidiano indipendente online di geopolitica, su cui scrive come analista geopolitico.

Per la maggior parte di queste testate collabora continuativamente con articoli strettamente storici, politici e culturali che spaziano dalla Storia alla geopolitica. Tutti i suoi contributi, partendo dall’analisi di determinati eventi storici, intendono affrontare con piglio originale, perentorio e innovativo l’attualità politica e geopolitica. In occasione del 150° anniversario dalla morte di Alessandro Manzoni è uscito un breve saggio letterario sulla Prealpina, solo in formato cartaceo. Oggi il lungo contributo è presente anche su Stampa Parlamento(https://www.corrierenazionale.net/2023/12/08/ermengarda-e-napoleonecosi-vicini-nel-destino-trasfigurato-dalla-poesia-manzoniana/?fbclid=IwAR1hxR8ZxoouEFKzDkuPX2BcQv3mLnzZzn8PBxjfAuspktdNBaDhzHRAj_8). Sempre sulla Prealpina è uscito il 14/10/2023 un secondo breve saggio storico giuridico incentrato sull’analisi e attualizzazione del pensiero di C. Beccaria. Quest’ultimo contributo è uscito anche sul quotidiano locale Vivere Milano((https://www.viveremilano.info/cultura/beccaria-tra-passato-e-presente.html).

Tra le sue collaborazioni, merita ricordare quella con il Pensiero Mazziniano, periodico dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana): attraverso il pensiero e la collaborazione di accademici, studiosi e storici, l’AMI e il Pensiero Mazziniano vogliono sostenere e diffondere determinati ideali di emancipazione sociale, politica, morale e istituzionale propugnati dal pensiero repubblicano.

Il suo viaggio nel mondo della poesia: la sua prima silloge è nata dal suo sentimento di sinergia e amore per la Natura che è la protagonista principale del libro, nelle sue differenti manifestazioni(dolci o brutali).

Tra il maggio 2021 e l’aprile 2022 ha pubblicato due sillogi :”Quel sentiero in mezzo al bosco” (Altromondo editore) e “Liriche crepuscolari”(Giulio Perrone Editore). Entrambi i libri sono stati promossi e presentati nei più rilevanti circoli letterari e in numerose emittenti radiotelevisive (da Radio Lombardia a Alo Web Tv, da Canale Italia a Rai Cultura; presentazioni: “Circolo A. Volta” di Milano, Rotary Club Milano presso i Chiostri Diocesani in Sant’Eustorgio, Cascina Linterno, Mercato Centrale di Milano). Tutte le presentazioni sono state video filmate e caricate su YouTube.

Nel novembre 2024 è uscita la terza raccolta di poesie, “I canti di un pellegrino”, per Booksprint Edizioni, candidata al Premio Strega Poesia 2025. Nel dicembre 2024 è uscita, per Nulla die edizioni, una nuova silloge, “L’occhio del sole”.

Le sue poesie sono apparse su Alessandria Today, Maremma News, Il Quotidiano di Puglia, il Piccolo di Trieste e la rivista Poesia del nostro tempo dove il critico Alfonso Maria Petrosino ha espresso il seguente giudizio: Yari Lepre Marrani ama le anastrofi, in particolare con gli aggettivi possessivi (“acqua sua lucente”, “cuore tuo puro”, “ai piedi tuoi”), non disdegna le apocopi agli infiniti (“por”, “patir”, “svanir, “comparir”) e indulge in una certa ridondanza aggettivale: la speranza è vana, la salvezza è provvida e i presagi sono oscuri. L’assertività delle frasi e il modo in cui vengono modulate sembrano quelli di una persona animata da una grande fede; e le cose dette (arcangeli, tramonti che annunciano aurore, contrizioni di peccatori) corrispondono a questa modulazione e a quest’assertività. Più che da schermo o da pagina, sono versi da pulpito.”Il link alla pagina: https://www.poesiadelnostrotempo.it/laboratorio-di-poesia-martina-derrico-yari-lepre-marrani-e-lorenzo-foltran/.

Hanno recensito la sua poetica anche l’Unione Sarda(https://www.unionesarda.it/cultura/i-canti-di-un-pellegrino-errante-per-il-mondo-ege282op), Radio Subasio(https://www.radiosubasio.it/news/cultura/i-sentimenti-e-le-esperienze-di-yari-lepre-marrani-nella-raccolta-di-poesie-i-canti-di-un-pellegrino/) , About Art On line(https://www.aboutartonline.com/le-liriche-di-yari-lepre-marrani-una-evocazione-alle-muse-della-storia/).

Da settembre 2023 è presente tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani

Email : ylepmarr@gmail.com

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