“E’ come se, nel momento in cui io ho realizzato il mio desiderio, tu avessi deciso di lasciarci, portando con te un pezzo della nostra storia e della mia. Con affetto e gratitudine”. Con la voce rotta dalla commozione Giovanni Tedesco ha salutato così per l’ultima volta Renzo Luchini, che gli è stato vicino per tanti anni da giocatore del Grifo e che ha ritrovato ora da allenatore del Perugia, purtroppo per così poco tempo, a causa della malattia che lo ha colpito.
E tutto il Perugia Calcio, con la dirigenza, la prima squadra e quelle giovanili, lo staff sportivo, medico, il personale tecnico e amministrativo, i collaboratori, si è stretta intorno alla famiglia di Renzo Luchini, nel giorno del rito funebre celebrato allo stadio “Curi”, diventato la seconda casa per lo storico massaggiatore, diventato amico e sostegno, soprattutto umano, per generazioni di calciatori, allenatori e per tutte le persone che negli ultimi sessant’anni hanno lavorato nel Perugia Calcio e seguito la squadra.
Perché Renzo Luchini, come ha ricordato nella sua omelia don Mauro Angelini, cappellano e assistente spirituale del Perugia Calcio e dei suoi tifosi, non è stato un semplice massaggiatore: “In gioventù è stato un fratello per giocatori e staff. Poi un padre. E poi quel nonno buono pieno sempre di premure e di affetto verso tutti”.
Renzo è stato salutato come avrebbe voluto: sotto la Curva Nord, con i giocatori del Perugia di oggi e di ieri, insieme ai suoi affetti, davanti al feretro con sopra la maglia numero 8. Quella di Renato Curi, di cui ha vissuto la tragedia in prima persona. Quella maglia che era il suo sogno. Con sopra un numero, l’8, che era nel suo destino, come la stanza d’ospedale in cui si è spento.
“Grazie Renzo, il Perugia ti ama. Perugia ti ama. Grazie Renzo, per sempre nei nostri cuori!” ha concluso padre Mauro.
Poi il feretro è stato portato sotto la Curva Nord. Dove sono sfilati, per l’ultimo commosso saluto, i giocatori, tutto lo staff della prima squadra, e poi i tifosi scesi dalla Curva.